Interviste Cinema

Quentin Tarantino ci racconta Bastardi senza gloria

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A Roma per presentare il suo nuovo film, Bastardi senza gloria, Quentin Tarantino è stato da noi intervistato: ecco cosa ci ha raccontato.

Quentin Tarantino ci racconta Bastardi senza gloria

Quentin Tarantino ci racconta Bastardi senza gloria

Quentin Tarantino: se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Come si fa a non amare il primo uomo ad aver fatto cinema solo ed esclusivamente con altro cinema, assorbendo come una spugna scene, sequenze, volti, titoli e situazioni, che non si perita di rifarsi alla serie A come alla serie Z, che affronta soggetti alti con gli stilemi del b-movie, dello spaghetti western, dell'horror, dell'action e dell'exploitation più becero? Come si fa a sottrarsi allo stordimento che ti prende dopo aver visto un film come Bastardi senza gloria, recitato in 4 lingue, diretto in modo magistrale e letteralmente stracolmo di cinema? E' carica di tutte queste emozioni che, pur senza considerarmi una Tarantiniana doc (anzi, alcuni suoi vezzi mi hanno irritato non poco, in passato), incontro per la prima volta Quentin Tarantino, a Roma assieme ad alcuni dei suoi Basterds (tra cui Eli Roth: ma sono in viaggio di piacere e non si presentano alle interviste) al termine del lungo tour europeo di Bastardi senza gloria, in uscita il 2 ottobre nel nostro paese.

Lo troviamo allegrissimo, un po' imbolsito ma gentile, disponibile, felice e rilassato. Parla a raffica e questo è un bene, basta una domanda per fargli sviscerare un argomento in tutti i suoi aspetti, e ci si sorprende ben presto a pensare che non basterebbe una giornata per parlare con quest'uomo autodidatta ma colto, sincero e di enorme talento, che non è mai stanco di discutere della sua grande passione, il cinema. Eccolo dunque riassumerci la lunga genesi di Inglourious Basterds, un film a cui ha iniziato a pensare “dopo Jackie Brown, e avevo già delineato i personaggi, parte della storia, ma soffrivo dell'esatto contrario del blocco dello scrittore, non riuscivo a smettere di scrivere. Era diventato un'opera fluviale, avrei potuto farne una miniserie in 10 puntate, un romanzo, ma era tutto fuorché un film... a un certo punto, sia pure a malincuore, dopo tanti anni ho dovuto metterlo da parte e ho fatto Kill Bill, e poi nel 2008 l'ho ripreso e in cinque mesi l’ho scritto di getto, partendolo dal capitolo 3. E’ nato così com'è ora, diviso in capitoli (una struttura da romanzo che mi è sempre piaciuta), con le sue storie e i suoi personaggi”. Confessa di tenere molto a questo film, e di aver trovato l'esperienza di dirigerlo “intoxicating”. “Una delle cose a cui tenevo particolarmente, e che distingue un po' tutti i miei film, è l'umorismo, mi piace che si rida anche in scene in cui non sembra nemmeno giusto farlo. Con questo film mi è successo che gli attori non si rendevano conto che una scena fosse comica finché non la facevano sul set e la troupe si scompisciava, e allora anche loro capivano il tono che volevo, che era quello della commedia”.

Molti anni fa, all'epoca di Killing Zoe, il suo ex socio e amico Roger Avary, commesso con lui al Video Archives di Los Angeles dove insieme consigliavano i film agli avventori, mi citò una frase di Tarantino: “I veri artisti rubano, non fanno omaggi”. E' ancora questa la sua filosofia? E se lo è, cosa ha rubato, una piccola cosa he magari nessuno nota, per questo film? “Sì, è vero, è così, ma per questo film a dire la verità furti veri e propri non ne ho fatti... la cosa che assomiglia di più a un furto in questo film è la scena in cui Stiglitz ripensa alla Gestapo che lo ha frustato, che ho preso dalla scena con Robert Ryan nel Mucchio selvaggio di Peckinpah, ma per il resto stavolta sono più omaggi che furti”.

Oltre che di grande regista di attori, Tarantino ha anche fama di talent scout. Oggi la sua scoperta è Christoph Waltz, sconosciuto attore austriaco che porta benissimo sulle sue spalle un ruolo da coprotagonista poliglotta, quello di Hans Landa, il cacciatore di ebrei. Dove l'ha visto la prima volta, e come ha capito che era perfetto per la parte? “Stavolta devo dire che il merito è stato del direttore del casting per la parte tedesca, che mi ha proposto molti bravissimi attori. Ma dopo averne visionati tanti ero abbastanza scoraggiato, visto che nessuno sembrava in grado di fare tutto quello che il ruolo richiedeva, magari c'era uno che aveva un ottimo accento inglese ma era un disastro col francese, e così via. Finché Christoph è entrato nella stanza e ha letto un pezzo della prima scena, quella alla fattoria. A nemmeno metà dell'audizione ho detto fermi, è lui!’ “. E quanto è eccitante per un autore avere dei personaggi come Hitler e Goebbels, e poter cambiare il loro destino? “Moltissimo. Mi è piaciuto soprattutto affrontare il personaggio di Goebbels, che tradizionalmente è visto solo come braccio destro di Hitler e architetto del male, nella sua veste di capo della produzione cinematografica tedesca del terzo Reich. Sotto la sua egida si produssero oltre 600 film. Era questo il suo compito principale, e sono contento di essermi potuto concentrare su questo”.

Di certo c'è che, tra un nome che echeggia altri nomi (Aldo Raine, Ed Fenech, Hugo Stiglitz), volti e situazioni che ricordano altri film (Veronika Voss, L'ultimo metrò), un ghigno, un sorriso e un accento che ci riportano indietro come una madeleine, a ricordi di sale odorose di muffa coi sedili di legno, Tarantino dimostra ancora una volta le sue capacità affabulatorie, mai così intense e mature come in questo film.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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