Interviste Cinema

Quello che so sull'amore: Gabriele Muccino parla del suo nuovo film hollywoodiano

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Gabriele Muccino incontra la stampa italiana a cui spiega le logiche di mercato di Hollywood e le ragioni dello scarso successo di Quello che so sull’amore.

Quello che so sull'amore: Gabriele Muccino parla del suo nuovo film hollywoodiano

Dimostra coraggio e onestà intellettuale Gabriele Muccino, quando prova a spiegare, senza mettersi in cattedra e con un’ironia che sfuggirebbe ai suoi colleghi d’oltreoceano, i motivi del mancato gradimento, da parte della critica americana, di Quello che so sull’amore.
“Per capire l’insuccesso del mio film” – dice, scusandosi per le parole in italiano che non vengono subito – “bisogna comprendere come funziona Hollywood. A Hollywood il marketing conta più del prodotto. Se il trailer di un film non è ben fatto, per esempio, difficilmente il film andrà bene. Nel caso di Quello che so sull’amore, il trailer era confuso, il manifesto bruttino, il titolo discutibile e il week-end di uscita pessimo. Nel primo fine-settimana di dicembre nessuno va al cinema. Le donne sono tutte fuori a fare shopping e il pubblico si prepara all’appuntamento con i grandi film di Natale. Siamo usciti solo noi e abbiamo guadagnato 6 milioni, il che non è male, poi però non c’è stato tempo per il passaparola”.

Oltre al tempismo imperfetto, a nuocere a Muccino Senior è stato un problema legato al genere: “Fin dal principio, il film è stato etichettato come una commedia sentimentale. Non voglio fare lezioni di cinema, ma nei paesi anglosassoni la commedia sentimentale è morta. Non ci sono più film come Harry, ti presento Sally e Notting Hill. Ci sono i vari 27 volte in bianco ed è una tipologia di cinema che non amo. Per me Quello che so sull’amore era una commedia drammatica, che raccontava di conflitti interiori e di valori importanti. Agli americani, però, non piacciono gli ibridi, e così, durante la lavorazione, i produttori mi hanno imposto di tagliare scene drammatiche e di girarne di nuove che avessero un tono più leggero. Nel frattempo il film veniva pubblicizzato come una rom-com, e quando poi è uscito, il pubblico si è trovato di fronte a qualcosa che non si aspettava ed è rimasto disorientato. Mi era successa un po’ la stessa cosa con Sette anime, definito dalla produzione un thriller nonostante dentro ci fosse tanto altro”.

Se La ricerca della felicità e Sette anime erano film fortemente voluti da Will Smith, dietro a Quello che so sull’amore c’è la passione di Jonathan Mostow per una sceneggiatura del poco conosciuto Robbie Fox. Gerard Butler è arrivato per secondo, Muccino per terzo: “Quello che mi ha colpito della storia dell’ex calciatore George Dreyer è che si tratta del percorso di un uomo che deve comunque ritrovarsi e diventare adulto. Una volta che capisce che non ha innaffiato il suo giardino, si rende anche conto di aver trascurato, per le sue infedeltà e per il suo narcisismo, un figlio che gli vuole bene. Così si rimette in sesto. La sua avventura mi ha fatto riflettere su un’età della vita che reputo importante: i 40 anni. Quando hai 40 anni, non puoi più fare finta di niente, devi crescere per forza, se non lo fai, avrai una vecchiaia difficile e malinconica”.

Anche se Muccino un cammino di crescita lo ha intrapreso con successo, tanto che ci assicura di essersi lasciato dietro certi vizi adolescenziali, lo sguardo malinconico verso il reale è qualcosa che farà sempre parte del suo DNA. Di qui il suo disagio nei confronti della commedia: “All’inizio l’idea di divertire il pubblico mi stava stretta. Nei mie film ci sono sempre momenti di commedia, ma per onestà intellettuale mi sento più vicino a momenti per così dire esistenziali: quelli che ti permettono di raccontare la vita con onestà e senza vezzi. La commedia strizza l’occhio allo spettatore, cerca la sua approvazione. Non è una cosa che condanno. Anche Shakespeare, che scriveva tragedie, sentiva il bisogno di intrattenere con leggerezza. La necessità di alleggerire è importante, ma come narratore di storie io sono fatto di un’altra pasta”.

Preferenze di tono a parte, Muccino non poteva lasciarsi sfuggire  l’occasione di dirigere un cast veramente all-star: “E’ stato bellissimo dirigere Uma Thurman, Jessica Biel, eccetera. Sono stati tutti molto umili. Perfino Catherine Zeta-Jones, che è una vera star, si è affidata completamente alla mia regia. Anche con Gerard abbiamo lavorato benissimo, ma non chiedetemi di fare confronto fra lui e Will Smith, sarebbe come paragonare Mohammed Alì a Nelson Mandela. L’attore del film con cui ho legato di più è stato Dennis Quaid, che ogni domenica mi viene a trovare con tutta la famiglia. Io avrei bisogno di un po’ di pace, di starmene sdraiato con gli occhi chiusi a non pensare a nulla, ma lui ha divorziato da poco, è pieno di vita e mi tormenta”.

Muccino ci ha detto di amare moltissimo il cinema italiano, ma il suo futuro cinematografico ancora per un po’ sarà americano, in barba a tutti coloro che lo liquidano come uno che odia Hollywood con tutto se stesso: “Non è vero detesto Hollywood e la giudico un contesto lavorativo spietato. In realtà i miei più grandi successi li ho avuti a Hollywood, dove, soprattutto grazie a Will Smith, ho avuto libertà di movimento assoluta.
Mi piace l’America e voglio restarci, anche se mi rendo conto che sono un pazzo a competere con Ron Howard, Robert Zemeckis e Steven Spielberg. E’ come giocare a calcio contro Messi. L’unica cosa che non amo di questo paese sono le donne, perché non dicono mai quello che pensano. Quando una donna italiana ti lascia, te lo spiega 100 volte. Le americane chiedono il divorzio e poi semplicemente ti dicono: I can’t do this anymore”.

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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