Interviste Cinema

Quegli anziani ragazzi: The Irishman raccontato da Martin Scorsese alla Festa di Roma

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La fine di un racconto lungo decenni di criminali di varia umanità.

Quegli anziani ragazzi: The Irishman raccontato da Martin Scorsese alla Festa di Roma

Volevo fare il film con i miei amici”. Una frase semplice eppure commovente, quella di Martin Scorsese, che motiva così la scelta di spendere molti soldi, e molto tempo, per ringiovanire i suoi protagonisti in The Irishman, piuttosto che scegliere di alternare altri attori più giovani a Robert De Niro, Joe Pesci e Al Pacino. Lo ha detto nel corso di un’affollata conferenza stampa alla Festa di Roma, finalmente scossa da una ondata di adrenalina cinefila, in fila fin dal mattino presto per vedere l’attesissimo film e subito dopo ascoltarlo parlare.

Uno Scorsese particolarmente appassionato e combattivo, in cui a tratti si è rivisto il carattere pugnace dell’emergente autore indipendente degli anni ’70, non solo il sorridente nonno di ogni cinefilo degli ultimi tempi. In particolare si è agitato in seguito a una considerazione sui protagonisti sempre maschili dei suoi film. “Questa domanda mi perseguita da così tanto tempo, dagli anni ’70. È la storia che chiama il suo protagonista ideale, uomo o donna che sia. Non contano L’età dell’innocenza, o Sharon Stone in Casinò? Non ho più tempo da sprecare come queste cose”.

Già, proprio il tempo che è anche al centro di questo film. “Da molti anni, con De Niro, volevamo fare di nuovo un film insieme, a quasi venticinque anni da Casinò. Dopo alcuni tentativi mi parlò del personaggio di Frank, e facendolo si emozionò. Era sufficiente per capire come fosse la storia giusta, sentivamo di poter andare ancora più in profondità in quell’umanità che avevamo raccontato in Quei bravi ragazzi e poi Casinò. La nostra età ci portava verso una prospettiva diversa: la rappresentazione del rimorso, della colpa e in sostanza della consapevolezza della mortalità di tutti noi. Avevamo il libro e la sceneggiatura, non abbiamo poi realmente avuto bisogno di parlarne troppo sul set. Non ha molta importanza chi ha sparato a chi, il colpevole di questo o di quello, quando con il tempo tutto passa e viene dimenticato. Ci piaceva arrivare a raccontare l’esperienza di una vita intera, in un film con al centro il cuore e la condizione umana. Si svolge nel passato, ma questo non lo rende meno contemporaneo, riferendosi all’immediata esperienza umana, in cui tutti possono identificarsi”.

Un film che non idealizza la vita criminale, come accade in altri film. “L’esaltazione di grandi gangster in film come Scarface era una reazione catartica in cui, all’ascesa seguiva la caduta di quegli idoli. Una dinamica legata a un nuovo paese che cercava sul grande schermo risvolti morali, mentre qui non c’era bisogno, ci trovavamo di fronte a personaggi che hanno già preso le loro decisioni di vita e agiscono quasi come dei militari. Non volevamo esaltare per cercare l’emozione, ma ricercare una spettacolarizzazione interiore. Con Al Pacino abbiamo cercato di lavorare varie volte, lo conosco dagli anni ’70, me lo presentò Coppola. Cruciale è stato il rapporto personale fra lui e De Niro, si rispettano e vogliono bene, per costruire quello fra Frank e Jimmy Hoffa nel film. Usare un ringiovanimento sperimentale era l’unico modo per evitare di dover scegliere per molte scene degli attori più giovani di venti o trent’anni. Non volevo farlo, volevo lavorare con i miei amici”.

E che amici, Pesci, De Niro e il nuovo entrato Pacino. Una produzione non facile, ci sono voluti molti anni e i rifiuti di tutta Hollywood per poi trovare Netflix disposta a finanziare interamente il costoso budget del film (si parla di almeno 150 milioni di dollari), pur garantendo l’uscita in sala e una completa libertà creativa. “Mi è sembrato un buon accordo, anche perché è Netflix che ha supportato noi autori, non il contrario”, ha aggiunto Scorsese, che ha spiegato come, prima del luogo in cui fruire il film, lo stesso deve essere realizzato, e questo era diventato l’unico modo. Riguardo alla polemica con i cinecomic dei giorni scorsi, ha sfiorato l’argomento augurandosi, semplicemente, che gli esercenti “sostengano e diano spazio a ogni forma di cinema. I Cinecomic hanno il diritto naturalmente di esistere, così come quello che, per altri, è il cinema”.

L’aspetto religioso, già centrale in molti dei film, specie giovanili, di Scorsese qui ha di nuovo un ruolo centrale. “Certamente è così”, conferma il regista, “che la si voglia definire contemplazione dello spirito o religione, se volete usare questa parola. La malinconia risiede nella consapevolezza della fine della vita, del fatto che tutto passa, anche ogni conflitto e personaggio, per quanto importante possa essere sembrato.”

Sul lavoro di ringiovanimento in computer grafica, produttrice e regista hanno dichiarato: “è stato un processo sperimentale, complesso e misterioso, perché ogni settimana la tecnologia migliora. Nel 2015 abbiamo ricreato delle scene di Quei bravi ragazzi con De Niro, poi i tecnici della Industrial Light & Magic si sono presi tre mesi per lavorarci e il risultato era buono, specie considerando che nel tempo la tecnologia sarebbe migliorata. Hanno poi avuto quattro anni per farlo, mentre il ringiovanimento l’abbiamo visto effettivamente solo in post produzione, sei mesi dopo. Solo recentemente, sei settimane fa, abbiamo visto il film con gli effetti completati.”

Un film che uscirà il 4 novembre in alcune sale selezionate e sarà poi disponibile su Netflix dal 27 novembre.



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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