Interviste Cinema

Quattro figlie: la nostra intervista a Kaouther Ben Hania, regista del documentario candidato all'Oscar

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Premiato a Cannes come miglior documentario nel 2023 e candidato all'Oscar, Quattro figlie della regista Kaouther Ben Hania racconta con una forma originale la storia di una donna che ha perso due figlie adolescenti entrate in Daesh. La nostra intervista a Kaouther Ben Hania.

Quattro figlie: la nostra intervista a Kaouther Ben Hania, regista del documentario candidato all'Oscar

Racconta tante cose, della condizione femminile oggi, in Tunisia e non solo, Quattro figlie, il film della regista tunisina Kaouther Ben Hania, premiato a Cannes 2023 come miglior documentario e quest’anno candidato all’Oscar. Se il cinema tunisino recente ci ha abituato a figure di donne forti e indipendenti, questo film ci racconta la tragedia che ha colpito una famiglia di sole femmine, quando le due maggiori, adolescenti ribelli alle costrizioni materne, sono fuggite in Siria unendosi a Daesh. La regista, che aveva conosciuto la loro storia vedendo la madre, Olfa, in televisione, si è subito appassionata a questa storia e ha deciso di raccontarla, affiancando alle due figlie minori e alla madre, note attrici che dialogassero con loro e in certe scene interpretassero lei e le due assenti, Ghofrane e Rahma, e scritturando un attore per tutti i ruoli maschili. Anche se è tutto vero, stilisticamente ne nasce un singolare mix tra documentario e finzione (non a caso Ben Hania ha parlato di F for Fake di Orson Welles e Dogville di Lars Von Trier, oltre che di Kiarostami, come i film e i registi che l’hanno ispirata), in cui la presenza degli attori professionisti ricrea alcune scene dando la possibilità alle vere protagoniste di reagire, ricordare, correggere, in una sorta di seduta di autocoscienza di volta volta dolorosa, nostalgica, allegra, assertiva. Sono tantissime le curiosità che nascono dopo aver assistito a questa tragica vicenda in cui le donne (tutte) sono vittime, anche se le figlie più piccole, che pure hanno subito traumi, oltre all’abbandono delle amate sorelle, danno al film uno sguardo positivo e di speranza. Abbiamo avuto l’opportunità di parlarne con l’autrice e regista Kaouther Ben Hania, in Italia per presentare il film che uscirà al cinema il 27 giugno con Arthouse di I Wonder Pictures.

La nostra intervista a Kaouther Ben Hania

Intanto cos’è in questa storia in cui le donne sono sia vittime che carnefici (penso soprattutto ad Olfa), che l’ha spinta a raccontarla?

Questa storia condensa e concentra al tempo stesso un grande desiderio di emancipazione e una grande forza d’oppressione. Perfino Olfa e le sue figlie, che sono delle donne molto libere, tendono a riprodurre dinamiche di una tradizione patriarcale molto opprimente, ed è questo che ho trovato molto affascinante, perché dal punto di vista di uno studio microscopico condensa due epoche, qualcosa di estremamente arcaico e qualcosa di molto moderno, e in questo contraddizione tra l’emancipazione e l’oppressione c’è qualcosa di esplosivo, di tragico in quella famiglia.

Olfa ha avuto una vita terribile, ma è come se avesse fatto propri e riproducesse con le figlie gli insegnamenti negativi e la mascolinità tossica che l’ha ferita.

Olfa e parecchie altre donne riproducono modelli patriarcali per sopravvivere. Il caso di Olfa è molto particolare perché lei ha avuto un’infanzia molto violenta e per questo si è quasi fatta uomo, si è tagliata i capelli, per difendersi, si può solo immaginare in che genere di ambiente sia cresciuta. Il fatto che lei adotti un codice patriarcale è per lei una forma di sopravvivenza che cerca di trasmettere alle figlie anche se non vuole questi modelli. Tutto il film in effetti è un viaggio introspettivo con Olfa e le figlie, Olfa e l’attrice che la interpreta perché arrivi a comprendere tutti i meccanismi tossici che ha adottato ed è questo il lavoro più difficile del film che abbiamo fatto insieme.

Un cineasta non deve giudicare i suoi soggetti, ma da spettatore ci sono momenti, come la violenza che Olfa esercita sulla figlia maggiore, da lei stessa raccontata, che lasciano senza parole. Lei si è mai sentita a disagio quando riusciva a scoprire certe verità?

Un cineasta non deve giudicare ma il suo scopo è trovare una verità, anche se la verità fa arrabbiare, fa male e se non si è d’accordo con questa verità. Fare dei documentari significa accettare questo patto e accettare la verità. Le riprese di questo film per me e per tutta la troupe sono state molto intense, emotivamente parlando. In effetti lo spettro di emozioni che attraversa lo spettatore nel film è stato molto più intenso in fase di riprese. Abbiamo riso parecchio perché loro sono divertenti e abbiamo pianto perché è una storia tragica, triste, siamo passati attraverso ogni genere di emozione. E’ stato davvero molto forte.

Dai film tunisini che arrivano in Italia vediamo le donne del suo paese come molto forti ed emancipate, è così? E in che situazione politica e culturale è maturata la conversione di Ghofrane e Rahma a Daesh?

Le donne tunisine sono come quelle del resto del mondo. In effetti ci sono due livelli, a livello legale ci sono delle leggi molto favorevoli all’emancipazione, le donne possono divorziare e abortire, dal 1970, sono leggi molto avanzate ma non hanno mai impedito il patriarcato, che si presenta in molti modi. Nella società tunisina c’è ogni tipo di donna, ci sono quelle come Olfa che sono molto attaccate ai valori antichi, arcaici, è uno spettro piuttosto ampio, ma penso che sia uguale anche in Italia, le donne non si assomigliano tutte tra di loro. Per quel che riguarda il contesto politico ci sono due cose che tutti conoscono, la prima è la primavera araba, che è iniziata in Tunisia e la seconda, in seguito, la comparsa dello Stato Islamico in Siria. La rottura politica è stata così forte con la primavera araba e questa rottura politica col passato ha suscitato così tanta resistenza, che di conseguenza c’è stata l’emergenza di una forte radicalizzazione. Sappiamo tutti che dopo una rivoluzione prima che le cose si riequilibrino c’è sempre violenza, perché è un cambiamento molto forte, e dunque c’è stata la democrazia in Tunisia ma proprio a fianco lo stato islamico, c’è stata la libertà ma anche la radicalizzazione, tutto contemporaneamente.

Dove sono e cosa fanno oggi Olfa e le sue figlie?

Le due ragazze più grandi sono ancora in prigione, si stanno facendo pressioni sul governo tunisino perché chieda l’espatrio e perché possano essere giudicate in Tunisia, ma è molto difficile ma il governo fa resistenza a questo. Le due minori vivono in Egitto con la madre, stanno molto bene e sono più felici di come le abbiamo viste nel film.

C’è stato un momento particolarmente difficile durante le riprese?

Tutte le riprese sono state, non direi difficili, ma emotivamente intense, eravamo come dentro una bolla, abbiamo cercato di ridurre al massimo la troupe, con pochissimi tecnici e una maggioranza femminile. Abbiamo cercato di creare uno spazio sicuro dentro il quale abbiamo vissuto durante le riprese, vivendo qualcosa di estremamente intenso insieme.

Il successo internazionale del film ha rilanciato in qualche modo il dibattito sulla condizione femminile in Tunisia?

Non direi sulla condizione femminile, che è piuttosto buona, ma il film ha rilanciato in Tunisia la discussione su quel che è successo, sul bisogno di comprendere questa turbolenza da un punto di vista emotivo, cinematografico, storico, sociale, politico e sociologico, per comprendere questo sconvolgimento nella storia della Tunisia.

Lei realizza sia film di finzione che documentari: cambia il suo approccio o un linguaggio influenza l’altro?

In genere anche nei miei film di finzione parto da un fatto reale, da una storia vera. E’ la storia che mi suggerisce cosa devo fare, se gli elementi reali possono costituire un documentario o se devo raccontarli sotto la forma della finzione. Io amo molto il documentario perché ho più libertà e mi permette, come un laboratorio di ricerca. di affinare e provare cose che in seguito applicherò alla finzione. E’ un dialogo, quello tra fiction e documentario.

Ha altri progetti pronti? 

Ho due progetti che girerò nei prossimi due anni. Sono film di finzione ma che girerò ancora in Tunisia. Con la candidatura all’Oscar ho ricevuto delle proposte ma mi sono detta ‘se vado a fare un film negli Stati Uniti ci sono già un sacco di registi americani che possono farlo’, e penso che nel mio paese ci siano ancora parecchie storie che meritano di essere raccontate, persone che non hanno voce e che mi piacerebbe fare sentire. Non è che non voglia lavorare fuori dalla Tunisia per principio, ma c'è ancora molto da raccontare da noi. In più i progetti che mi hanno proposto, ad esempio in America, erano già confezionati e questo non mi appartiene.

Dal 27 giugno al cinema vi invitiamo caldamente a vedere Quattro figlie, per capire come una storia di ribellione adolescenziale si sia trasformata in tragedia, ma anche per scoprire i mille volti dello spirito e della forza femminile.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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