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Interviste Cinema

Pride: Andrew Scott, George Mackay e Stephen Beresford ci presentano il film

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Incontro con lo sceneggiatore e due degli attori del cast corale del film più sorprendente dell'anno.

Pride: Andrew Scott, George Mackay e Stephen Beresford ci presentano il film

E' davvero una storia incredibile quella raccontata in Pride, tanto da sembrare una favola o il sogno di una persona molto ottimista. Eppure è davvero accaduta in uno dei periodi più bui della storia britannica, nel pieno del regno della Lady di ferro Margaret Thatcher, quando i minatori intrapresero lo sciopero più lungo della loro storia e ricevettero un inatteso e generoso sostegno da un gruppo gay, autonominatosi GLSTM, ovvero Gay and Lesbians Support The Miners. Era il 1984 e il film racconta la storia vera della solidarietà e dell'amicizia formatasi tra i gay londinesi e i minatori di un villaggio gallese.

A presentare questa storia bellissima, commovente e molto divertente, diretta dal noto regista teatrale inglese Matthew Warchus, che arriverà al cinema  l'11 dicembre grazie alla Teodora Film di Vieri Razzini e Cesare Petrillo, sono arrivati a Roma lo sceneggiatore Stephen Beresford e due dei molti protagonisti, Andrew Scott (visto in The Stag e ovviamente splendido Moriarty nello Sherlock tv) e George Mackay. Queste alcune delle loro dichiarazioni in conferenza stampa, prima di mostrarvi nei prossimi giorni le nostre interviste e parlarvi più approfonditamente del film.

Com'è nato il film:

SB: Mi hanno raccontato la storia 20 anni fa e noi sceneggiatori quando sentiamo qualcosa di buono e di nuovo siamo come gli squali quando annusano il sangue. Ho pensato che nessuno ci avrebbe creduto perché a pensarci mi sembra incredibile ancora oggi. Sapevo già che il film avrebbe avuto il finale che ha e sapevo da dove partire, ma immaginavo che avrei dovuto inventarmi qualcosa per rimpolpare la storia, invece quando ho iniziato a incontrare i protagonisti e a parlare con loro ho capito che non ce n'era bisogno. La ricerca non è stata semplice perché all'epoca non c'era internet e non è stato facile rintracciare queste persone ma mi è bastato trovarne una che questa mi ha presentato gli altri, perché dopo 30 anni erano ancora in contatto, sono diventati anche amici miei e scrivere è stato davvero un grandissimo piacere.

A.S: una delle tante cose che ricordo di Pride è successa ancora prima delle riprese. Nel film ci sono 75 parti parlate e molti di noi attori si sono seduti attorno a un tavolo per fare una lettura del copione. Il regista, Matthew Warchus, ha messo delle musiche degli anni '80 creando  un'atmosfera quasi teatrale. E' stato molto commovente perché c'erano persone giovanissime alla loro prima esperienza e attori inglesi molto famosi. E abbiamo letto questa incredibile sceneggiatura e alla fine della lettura eravamo tutti senza parole. E' stata la prima volta che mi sono reso conto che era davvero un film per tutti, tutti sono stati molto colpiti dal film indipendentemente dal sesso, dalle preferenze sessuali, dall'età e dalla provenienza. In quel momento ho capito che il messaggio principale del film era che sono molte di più le cose che ci accomunano di quelle che ci dividono.

G.McK: Credo che una delle emozioni più grandi per un attore sia restare sorpreso e trasportato da qualcosa e anche se l'avevo già letto in sceneggiatura e in un certo senso sapevo come sarebbe stato,  quando le donne hanno cominciato a cantare "Bread and Roses", "Vogliamo il pane e anche le rose", mi sono sentito davvero molto orgoglioso di essere in quella stanza, mi ha emozionato moltissimo.

Trovare i finanziamenti:

S.B. Pride è la mia prima sceneggiatura perciò non ho molta esperienza in merito, ma una cosa che ho capito è che indipendentemente da quanti soldi hai, non ce ne sono mai abbastanza per fare un film. Ci sono voluti 20 anni per riuscire a realizzarlo, quando lo presentavo a qualcuno tutti dicevano che era una storia bellissima ma che non si sentivano di realizzarla. Penso che per il film sia proprio il momento giusto, in passato i finanziatori avevano paura che interessasse solo ad alcune categorie, ai gay o ai minatori, o ai gallesi, non capivano l'universalità di questa storia che parla di umanità,. non di una politica e di una zona precisa. Quando è arrivata la Pathé e abbiamo trovato il regista i soldi sono arrivati, non abbastanza, ma almeno sono arrivati.

La solidarietà ieri e oggi:

S.B.:E' vero che quando devi combattere contro qualcosa di molto forte, questo fa nascere spesso una cultura eccitante e una cosa che trovo molto interessante è che in Inghilterra e forse nel resto d'Europa oggi la classe politica si è ridotta e non sappiamo più identificare chi sono le persone che controllano la nostra vita, che sono i grandi poteri economici, le banche. Quanto alle politiche contro l'immigrazione, non avrei potuto scrivere questo film sulla solidarietà se non fossi a favore. Sono un internazionalista e penso che siamo tutti cittadini del mondo e ognuno dovrebbe potersi muovere liberamente.

I personaggi di Gethig (Scott) e di Joe (McKay) e le loro difficoltà con le famiglie:

G.McK:  Io sono molto fortunato perché ho una famiglia molto aperta, per me è stato importante cercare di capire quel periodo storico, visto che, pur conoscendone la storia, sono nato dopo, per cui  si è trattato di capire quanto avrebbe fatto paura allora l'idea di rivelarsi ai propri genitori e le conseguenze sociali di quella decisione ed è stato molto importante immaginare quanto parlarne sarebbe stato terrorizzante per un ragazzo. Per il resto ci sono cose in cui mi sono potuto rispecchiare, in certe insicurezze che ha Joe e nel modo in cui trova nel gruppo qualcosa che gli permette di aprirsi completamente e scegliere da che parte stare. La riconciliazione di Gethig con la madre per me è un segno di speranza perché l'ultima cosa che dico alla mia nel film è che spero che un giorno torneremo a essere amici.

A.S:. Anch'io come George ho una famiglia molto affettuosa, ma sono irlandese e vivo a Londra, perciò riesco a capire come l'idea di sentirsi isolati ed estraneati dalla propria  famiglia e dal proprio paese sia terribile per chiunque. Credo che Gethig soffra quasi di più per la perdita della sua identità nazionale nel film, è come se si vergognasse di essere gallese. Per quanto riguarda i genitori, è' molto importante ricordare che all''epoca i gay venivano definiti dai giornali la feccia della società e i genitori spesso erano preoccupati per i loro figli e per quello che avrebbero dovuto affrontare. Questo lo capisco. MI ha colpito anche che 15 anni dopo la storia di Gethig, Joe ne viva una analoga e so che queste cose continuano ad accadere ancora oggi. Finché la gente non accetterà e abbraccerà queste differenze non ci sarà un vero progresso.

Le reazioni del pubblico inglese:

S.B.: La reazione in Inghilterra è stata incredibile perché molto emotiva e voi sapete che gli inglesi hanno problemi coi sentimenti, ne hanno al massimo 4 o 5, perciò non è comune per noi che al cinema la gente applauda alla fine del film. E mi hanno detto che questo è successo ovunque. La proiezione più emozionante è stata quella che ha riunito nella stessa sala i veri esponenti di quelle due comunità dopo 30 anni, c'era un'atmosfera molto commossa già prima e alla fine è stato incredibile. E si sono comportati tutti come fanno nel film: Dai Donovan si è alzato e ha fatto un discorso, Sian James ha parlato, gli altri si sono tenuti per mano e hanno pianto. Il giorno dopo siamo partiti per Cannes con tanta gioia nel cuore.

Il contributo (misconosciuto) dell'Italia alla lotta dei minatori gallesi:

S.B.: Vi racconto una storia che non sono riuscito a inserire nel film ma che voi potete far conoscere. A un certo punto due membri del gruppo, tra cui Gethig, vennero in tour in Italia, dove nelle varie città presentarono la causa dei minatori.  Molti in Italia contribuirono, soprattutto per il Galles, i due vennero ricoperti di doni e tornaroono a casa con enormi donazioni di cibo, soprattutto pasta. Ora, i minatori avevano fame ma non conoscevano la pasta, per cui fu indetta una riunione dove ognuno espresse la sua opinione in merito. Ci fu chi pensò che fossero delle specie di barrette e provò, con immaginabili risultati,  a mangiarla cruda. Nei pacchi c'erano anche delle lattine di olio d'oliva che sull'etichetta avevano il disegno di una ragazza sotto un albero con della frutta, per cui pensarono che fosse una bibita, un'aranciata. Ma quando la versarono si resero conto che era olio, così decisero che era questo il modo di cucinare la pasta: buttarono l'olio in una padella con gli spaghetti crudi e li frissero! Oggi si può mangiare ottima cucina italiana in tutto il mondo, ma a quei tempi era davvero una novità.





  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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