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Presentato Patria, il film di Felice Farina tratto dal libro di Enrico Deaglio

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Un'opera sulla storia d'Italia degli ultimi trent'anni, "per chi non sa o ha dimenticato".

Presentato Patria, il film di Felice Farina tratto dal libro di Enrico Deaglio

Di fronte alla prospettiva della chiusura della fabbrica dove lavora, un operaio di destra sale su una torre e minaccia il suicidio in segno di protesta. Verrà poi raggiunto da un sindacalista comunista e da un impiegato ipovedente e autistico, suoi ostaggi o complici a seconda dei momenti. I tre, nel corso di una notte di confronto e scontro, cercheranno di capire come si è giunti a quella situazione ripercorrendo con la memoria la storia del Paese dal 1978 a oggi.
Questo è il canovaccio di finzione elaborato dal regista e sceneggiatore Felice Farina per portare al cinema il libro di Enrico Deaglio che dà il titolo a un film, Patria, che si propone come strumento di (estrema) sintesi storia a uno e consumo "di chi non sa o di chi ha dimenticato."

Deaglio, "esule" negli Stati Uniti, ha inviato un messaggio, che in apertura della conferenza stampa di presentazione di Patria è stato letto da Francesco Pannofino, uno dei protagonisti del film: "sebbene consideri l’Italia irredimibile," ha mandato a dire il giornalista, "spero fortemente che questo film di Felice, che parla di un’Italia eterna e eternamente disperata, vi piaccia, e vi faccia arrabbiare."
Difficile, in effetti, rimanere insensibili a un racconto storico che, complici le immagini di repertorio che inframmezzano le situazioni sceneggiate, ripercorre l'Italia delle stragi, di P2, del rapimento Moro e del compromesso storico, del maxiprocesso alla mafia, dell’uccisione di Falcone e Borsellino e della Seconda Repubblica, Berlusconi in testa.

"Ho letto il libro di Deaglio in un periodo in cui si sentiva una forte preoccupazione per il possibile sfaldamento democratico del paese, negli anni intorno al 2007-2008," ha raccontato il regista, "e la voglia di fare la sintesi di oltre 900 pagine in 90 minuti di film è stata una sfida ambiziosa: forse folle e arrogante, come dice qualcuno. Patria, per me, film racconta di gente che sta nella storia e ne ha un'inconsapevole consapevolezza, che è in ondivaga sintonia con il momento storico, che esce nelle sale in un momento in cui il pensiero unico si sta allentando. Nei bar di San Lorenzo, il quartiere dove abito, sento parlare di tutte quelle figure e quegli eventi che si narrano nel film, e questo mi fa parlare di una sua certa congruità. Abbiamo tentato di restituire un'immagine: io non sono così pessimista come l'esule Deaglio," ha proseguito Farina, "e la chiusura del film ha apposta un'apertura alla speranza, indica una strada e una soluzione."
Per il regista, Il grande problema dell'Italia è "prima di tutto quello della questione morale, anche se è noioso dirlo, quello del rapporto tra corruzione e cittadino e il suo incistamento nel DNA nazionale. Ma per contro, nel nostro paese c'è una cultura del fare, della piccola produzione e dell'artigianato (che si è riflettuta anche nella realizzazione del film), che significa la voglia di tanti di non mollare: e questo ci tenevamo a specificarlo."

Francesco Pannofino, che interpreta il ruolo dell’operaio siciliano e nemmeno troppo vagamente fascista, pensa che "un film come Patria debba essere visto da i giovani nati dopo molti degli eventi che raccontiamo, e che non li conoscono. Da ragazzo avevo molta curiosità per la storia del nostro paese antecedente alla mia nascita, e credo che questa curiosità debba essere alimentata nei ragazzi, che hanno bisogno di storia e non solo di cronaca." Anche lui meno pessimista di Deaglio, l’attore identifica nell’umanità dei personaggi "l'unica speranza di salvezza che abbiamo, dato che a influenzare il potere non possiamo arrivare direttamente."
D’accordo con lui Carlo Giuseppe Gabardini, interprete del ragazzo con handicap: "Luca, il mio personaggio, non è né di destra né di sinistra. Rappresenta tutti quegli italiani che guardano alla politica senza filtri ideologici e che quindi hanno una sorta di bisogno di aggrapparsi ai fatti puri e semplici, senza tentativi di interpretare: e non a caso è ritratto come un autistico, una bella metafora di questa condizione."

Citata come figura capace di un contributo essenziale allo spirito e al risultato del film, la montatrice Esmeralda Calabria ha spiegato che "raccontare la storia di trent'anni d'Italia, è stata una sfida che abbiamo affrontato con totale libertà e usando la nostra memoria, la nostra esperienza, la nostra voglia di militanza. La scelta delle immagini repertorio è stata difficile, perché non volevamo raccontare tanto i fatti quanto un clima: un clima da incubo, di confusione tra sonno e veglia delle coscienze. Nel farlo ci siamo posti il problema della coerenza, ma l'abbiamo abbandonato presto: la nostra è stata una ricostruzione poetica più che storica."

La stessa ricostruzione a metà fra memoria e poesia della canzone che chiude il film e accompagna i titoli di coda, e che non era presente nel montaggio del film presentato a Venezia alle Giornate degli Autori. Intitolata "Sequestro di stato", è stata scritta e interpretata dallo stesso Francesco Pannofino, e racconta del rapimento Moro, cui l'attore assistette dal vivo, a via Fani, quando aveva 19 anni e mezzo. "Un fatto che mi è rimasto impresso nella memoria e che, qualche hanno fa, ho voluto trasformare in una canzone che non avevo mai realmente inciso prima."
E che accompagnerà il film nella sua uscita in sala prevista per il prossimo 26 di febbraio.

 

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