Presentato a Roma La scomparsa di Patò

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Si è tenuta al ristorante Alfredo di piazza Augusto Imperatore, le cui pareti sono tappezzate da foto di divi e reali dagli anni Venti a oggi (e ci sono proprio tutti, da Hitchcock a Orson Welles, alle prese con le mitiche fettuccine) l'affollatissima conferenza stampa del film di Rocco Mortelliti La scomparsa di Patò. Un film suo malgrado al centro di un piccolo caso: presentato due anni fa al festival di Roma e tratto da un bel romanzo di Andrea Camilleri (scritto nel 2000 e con un milione di copie vendute), riesce a trovare solo oggi la via della distribuzione, in sole 30 copie. Il film è una fedele e divertente trasposizione del libro, ad opera dello stesso Camilleri, del regista Rocco Mortelliti e di Maurizio Nichetti, ai quali è toccato il compito di tradurre in azione e dialoghi tutto quello che sulla pagina viene narrato attraverso rapporti ufficiali, lettere e articoli di giornale.

E la prima domanda, a cui ha risposto proprio il brillantissimo autore di Montalbano,
Andrea Camilleri, è stata proprio sulla sceneggiatura: “Quando uscì il libro Rocco se ne innamorò subito e mi disse che voleva portarlo al cinema. Io gli dissi di farlo, se ne aveva la possibilità. Io ci ho messo mano pochissimo, così come metto poco mano nelle altre sceneggiature per la tv. I buoni sceneggiatori sono i traduttori delle mie parole in immagini. L'autore farebbe magari delle scelte diverse e probabilmente sbagliate. A me è arrivata la sceneggiatura già pronta che soddifaceva in pieno le due esigenze principali del libro. Il racconto nella sua forma di romanzo è strutturato come una sorta di dossier, l'autore consegna al lettore una gran quantità di documenti e gli dice “fatti il tuo romanzo”. E Mortelliti ha fatto il suo film. Era importante evidenziare in qualche modo il perché e il percome un uomo intende scomparire. Il romanzo nasce da 3 righe di Leonardo Sciascia a conclusione di "A ciascuno il suo". E chi nella propria vita non ha avuto almeno una volta una gran voglia di scomparire? Patò è un finissimo farabutto e ci, riesce fregando persino la mafia. Poi mi interessava la supponenza e la stupidità del potere che vuole che un certo fatto sia visto solo attraverso i suoi occhi, e quando due poveracci che indagano si trovano a rischio di perdere il loro lavoro, se ne escono con un escamotage che solo l'intelligenza e la furberia meridionali sanno tirare fuori al momento opportuno. E tutto questo era nella sceneggiatura”.

Rocco Mortelliti
, che ci racconta delle molte prove fatte prima di girare il film, per trovare il giusto tono, aggiunge qualcosa sui cambiamenti operati in fase di sceneggiatura: “mi piaceva tantissimo il linguaggio, che ho conservato inalterato. Le uniche licenze sono state che il poliziotto venisse “dal nord”, cioè da Napoli, e rappresentasse lo spettatore che a volte non capisce, e quella di chiudere il cerchio facendo vedere dove è andato effettivamente Patò”. Nichetti ci racconterà in seguito della sua grande passione per un lavoro che l'ha coinvolto come se fosse suo, e ci ricorda “la storia che, anche se ambientata in Sicilia a fine Ottocento, racconta in realtà l'Italia di sempre, ferma e immobile. Non ci ricordano niente le telefonate in pretura da parte del potere?”.
Qualcuno cita Hitchcock tra i padri della storia di Patò, che risponde “Uno scrittore è figlio di tanti padri e anche di tanti film. Può darsi che ci sia l'ironia di Alfred Hitchcock, ma è stato un processo inconscio”.

Patò è un eterno farabutto e una figura molto italiana. Avete un'idea dei Patò di oggi? Camilleri risponde lapidario: “Basta aprire i giornali. La differenza tra ieri e oggi è che loro fanno l'imbroglio e non scompaiono”. E Neri Marcoré, che nel film interpreta il ragioniere scomparso, aggiunge: “Allora non c'era internet e se volevi sparire potevi farlo in santa pace anche se eri a 30 km di distanza, oggi ti ritroverebbero immediatamente”.
L'attore dichiara il proprio entusiasmo per il ruolo, non senza prima essersi concesso una battuta: “Sono contento che La scomparsa di Patò riappaia e che non si sia “demorso”, se è questo il passato prossimo di demordere. L'accettazione del ruolo è stata immediata, c'erano tutte le premesse per fare un lavoro tranquillo e divertente. Interpretare Patò era interessante anche perché è l'emblema dell'italiano contemporaneo, qua si fa sempre fatica a trovare i responsabili di qualcosa e le responsabilità vengono continuamente palleggiate. Inoltre interpretare i farabutti è più divertente”.

La coppia inedita del film, composta da un carabiniere e un poliziotto costretti a lavorare insieme e destinati a diventare amici dopo le diffidenze iniziali, è interpretata con molta alchimia da Nino Frassica e Maurizio Casagrande. Dice Frassica: “io mi sono trovato benissimo perchè veniamo entrambi dalla scuola del teatro popolare e dialettale, conosco il carattere di questo personaggio e finalmente ho potuto recitare anche in dialetto e risultare più vero. A volte noi siciliani sentiamo alcuni attori che recitano in un finto dialetto e li odiamo. Nella sceneggiatura non c'è stato da inventare niente, c'era già tutto, e poi se ci veniva qualche dubbio, visto che l'autore era vivente, era facile e comodo chiamarlo per chiarimenti. Pensate se fosse stato Shakespeare!”.
Il bravissimo Casagrande confessa di essersi particolarmente divertito, “venendo io da Napoli, in genere faccio personaggi che gli altri guardano con una punta di superiorità. Una volta tanto ho potuto fare io quello che viene “dal Nord”, da una Napoli più colta e industrializzata e che, all'inizio distaccato, finisce per immergersi in questa realtà che vista da dentro diventa piena di spessore e con una serie di personaggi molto gradevoli che esprimono una Sicilia anche più profonda di quella di oggi”. A Casagrande chiediamo poi se la scena della scrittura del rapporto a 4 mani, non fosse una strizzata d'occhio alle famose lettere di Totò e Peppino e Benigni e Troisi. “Ormai fa parte del repertorio della coppia comica, e non citare Totò è come parlare della lingua italiana senza parlar di Dante. E quando ci si siede per scrivere qualcosa che si ha ben chiaro nella testa, le parole sono importanti perché restano, ed è difficile sceglierle. Per questo è una scena che si presta alla comicità”.
Camilleri poi esprime parole di lode per Guia Jelo, che fa un bel cammeo nel ruolo di una prostituta che parla un dialetto arcaico velocissimo: “L'ho trovato un vero arricchimento del romanzo e del film, una sorta di grammelot. Lei tira fuori un personaggio straordinario e mi è dispiaciuto non averci pensato io. Per questo l'autore è meglio che si faccia da parte e lasci fare agli altri”.

Quanto ai ruoli cammeo (uno molto bello tocca anche a Roberto Herlitzka) Frassica chiude con una battuta: “le parole sono importanti. Ora si sono inventati questa cosa, perché se ti dicono “vieni a fare un cammeo?” dici subito di sì, ma se ti dicono “faresti una comparsata?” rispondi “ma neanche mi muovo”. Stessa cosa se ti chiedono di fare un'opera prima. Ovvio che diciamo tutti di sì. Ma se ci dicessero “quello non ha neanche fatto un film, vuoi lavorarci?” risponderemmo “e che, son matto?”.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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