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Planetarium: presentato a Roma il film con Natalie Portman

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La regista Rebecca Zlotowski e Louis Garrel accompagnano il loro dramma visionario.

Planetarium: presentato a Roma il film con Natalie Portman

Il 13 aprile arriva in sala Planetarium con Natalie Portman e Lily-Rose Depp, diretto da Rebecca Zlotowski, che ha presentato a Roma il film in compagnia di Louis Garrel, interprete di un attore dedito al bere. E' la storia di due sorelle americane, specializzate in sedute spiritiche, che negli anni Trenta a Parigi diventano le protette di un produttore cinematografico affascinato dalle loro capacità, che sogna di catturare su pellicola.

Com'è nata l'idea di un film così particolare come trama? Rebecca ci dice: "Il film nasce da un mio sentiero privato e segreto: avevo sempre voluto mettere i miei attori in uno stato di trance, darmi il tempo di farlo, ma le opere precedenti avevano un budget inferiore. Da qui ho avuto l'idea dello spiritismo, ispirandomi a una storia vera di due sorelle, ma avvolgendola in un'aura europea: l'ibridazione di queste ispirazioni genera il sogno. Le sorelle pronunciano una frase: a volte bisogna spegnere la luce per vedere. E' un richiamo alla camera oscura. Planetarium richiama proprio l'idea di immergere lo spettatore in un luogo artificiale dove, per finta, vedi stelle e costellazioni, che puoi anche non riconoscere. Amo l'illusione e l'artificio, ci si immerge nell'illusione per sopportare la vita."

E Natalie Portman le ha dato lo spazio per sperimentare, spingendosi anche oltre i suoi doveri di attrice: "Mi sono raccontata che volevo fare un film sull'Europa e sulla fede, sui rapporti tra lo spiritismo e il cinema, ma penso in realtà di aver costruito il film su Natalie Portman. Conosceva i miei lavori precedenti, è una donna intelligente. Non essendo più adolescente, ha capito che si sarebbe dovuta interessare anche a cinematografie diverse, spaziare. Lei è il muro portante di questo film, è stata lei a farmi conoscere Lily-Rose Depp, che era giovanissima, lei mi ha mandato una sua foto. Lei aveva scelto la sorella, la coppia era nata da sola."

Garrel ha un ruolo piccolo nel lungometraggio, ma ciò non significa che non abbia sotto controllo lo spirito con cui è stato realizzato: "Rebecca mi aveva parlato del film prima di scriverlo, poi ho letto il copione e ho sentito un'inquietudine, era come se Rebecca sapesse quello che i personaggi ignorano. E' un sogno inquieto: racconta il sogno di due ragazze americane, una entra in un mondo del cinema che non ha mai desiderato, e c'è un produttore che sogna l'impossibile. E poi è un'avventura su uno sfondo disperato, la vigilia della II Guerra Mondiale." Quando Planetarium tocca il tema dell'antisemitismo, andiamo però ben oltre lo sfondo; secondo la regista "Rincresce dover tornare su questi argomenti, giuro che la prossima volta faccio una commedia! Quando abbiamo scritto il film, si respiravano antisemitismo, populismo e razzismo in Francia, abbiamo pensato di inventare un film in quell'epoca, gli anni Trenta, che fu l'apice di quegli atteggiamenti. L'antisemitismo è una sorta di cattiva fiction, brutto storytelling, come qualsiasi altro tipo di fascismo."

Quasi a sottolineare quanto tenga al cinema libero che la Zlotowski rappresenta, Garrel rinuncia al suo francese e ci parla direttamente in italiano: "Il naturalismo al cinema è diventato normale, ma ogni volta che vedo espressionismo, alla Paolo Sorrentino, mi piace. Il cinema non prende spesso questa strada."
Rebecca articola in cosa possa consistere questo "espressionismo": "Viviamo in un mondo in cui tutti conoscono i meccanismi della fiction. Se sentiamo per esempio una certa musica, sappiamo che succederà qualcosa. Abbiamo imparato tanto anche con le serie tv: tutti hanno accesso adesso al manuale dello sceneggiatore. Però per me bisogna fare film solo per il cinema, immergere lo spettatore in un racconto di cui ignora la fine. I personaggi della storia sono lucidi, ma ciechi di fronte alla realtà. Solo il personaggio della Portman vive nel presente. Volevo proporre un oggetto che ciascuno possa interpretare a suo modo, un sogno o incubo. La vera libertà è proporre esperienze non etichettabili, non solo storie d'amore o solo storie d'avventura. Sidney Lumet ha fatto film molto diversi tra loro, diceva per scrivere un soggetto bisogna mischiare due generi. Ho abbracciato la libertà narrativa, ma c'è un filo conduttore in ogni strada che Planetarium prende, ed è la domanda: a cosa credi? Qual è la tua fede?"

Una sfida piuttosto impegnativa, che Rebecca difende senza nascondere le difficoltà "Con lo sceneggiatore abbiamo cercato di proteggere il mistero, col prossimo film cercherò di essere più chiara, magari."



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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