Interviste Cinema

Pina 3D - incontro con il regista Wim Wenders

Trovarsi faccia a faccia con Wim Wenders, indipendentemente da come la si pensi sul suo lavoro recente e non, intimidisce per un carisma effettivo e non recitato

Pina 3D - incontro con il regista Wim Wenders

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Pina 3D al Festival di Roma - incontro con il regista Wim Wenders


Trovarsi faccia a faccia con Wim Wenders, indipendentemente da come la si pensi sul suo lavoro recente e non, intimidisce per un carisma effettivo e non recitato.
Movimenti ridotti al minimo, sguardo serio in contrappunto col vestiario: come marchio di fabbrica, camicia a righe bianche e blu, in pendant con la montatura blu dei suoi occhiali.
Ci chiede di rivolgergli domande in italiano e, da tedesco, comprende e risponde in inglese: un corto circuito linguistico che cala un'atmosfera aristocratica sul colloquio.
L'occasione è la presentazione al Festival di Roma di Pina 3D (in uscita nelle sale il 4 novembre), documentario visionario in 3D dedicato alla coreografa che ha cambiato la storia della danza, Pina Bausch .
Wenders ricorda distintamente il primo impatto con la rivoluzione della Bausch: uno spettacolo a Venezia nel 1985, al quale era andato trascinato dalla sua fidanzata dell'epoca, aspettandosi una noia mortale e andando incontro invece a un'esperienza che gli avrebbe cambiato la vita: "Era lontanissimo da ciò che nella mia testa era la danza."

Il progetto, avviato originariamente con la stessa Pina, che aveva scelto di persona i balletti da inserire nel film, si era arenato dopo la sua morte avvenuta nel 2009. Sono stati i membri del corpo di ballo a convincere Wenders ad andare avanti, convertendo l'originale opera sperimentale in un omaggio a un'artista del nostro tempo. Un esempio di soluzione non prevista in origine è la scelta delle location, che si sono spostate a Wuppertal, sfondo iperrealista per i ballerini che nel film ricordano la Bausch.
Il film è in 3D: per un autore che ha tessuto le lodi in passato della videoregistrazione prima e del digitale poi, ergendoli a contenuto o tessuto integrante di opere come Fino alla fine del mondo e La terra dell'abbondanza, il 3D rappresenta il passo successivo? Wenders lo vede (posizione originale) come una strada sicura per la forza di un documentario, ma non indispensabile per il cinema di narrazione. Nel caso della danza e dei corpi in movimento, è stato imprescindibile. Wenders è meno entusiasta quando gli prospettiamo un futuro tridimensionale anche per la fotografia, arte da lui sostenuta con risultati ancora oggi notevoli: ricorda gli esperimenti con le immagini stereoscopiche nei primi del Novecento, ma – dopo una breve riflessione – il suo parere è negativo. Nel caso della fotografia, il 3D è superfluo per la diversa natura della percezione.

Lo ringraziamo e, subito dopo averlo lasciato in fondo alla sala dove si svolge l'intervista, silenziosamente assorto nella lettura di qualcosa in attesa del prossimo giornalista, captiamo il suo ufficio stampa al lavoro: pare che abbia chiesto di poter vedere Totò 3D.



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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