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Interviste Cinema

Philippe Petit a Roma: il vero funambolo di The Walk si racconta

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Lo spericolato uomo sul filo alla Festa del Cinema di Roma.

Philippe Petit a Roma: il vero funambolo di The Walk si racconta

Philippe Petit, il celebre e spericolato funambolo francese che nel 1974 percorse in equilibrio più volte su una fune senza protezioni il tragitto aereo tra le due torri gemelle a New York, è a Roma per accompagnare The Walk, terzo film sulla sua vita e primo di finzione, anche se tratto dal suo libro autobiografico, dopo The Man Who Walked Between the Towers (animato) e il documentario Man on Wire.

Artista di strada, ladruncolo, giocoliere, carpentiere, scrittore e autore di mirabolanti imprese non autorizzate (la sua camminata plurima tra le Torri Gemelle venne definita “Il crimine artistico del secolo), Petit ha oggi 66 anni, non ha perso l’accento francese nonostante viva da sempre a New York e ascoltarlo, nella sua affollatissima conferenza stampa, è quasi spettacolare quanto vederlo camminare sul filo. Non solo per gli aneddoti che racconta e la straordinaria vitalità che emana, ma anche perché di tanto in tanto, per illustrare un fatto, inizia a camminare e a bilanciare un immaginario bastone, con la leggerezza e la sicurezza che ne hanno fatto un unico e inimitabile artista. Ed è anche un grandissimo appassionato di cinema, che non ama necessariamente il 3D ma invita il pubblico a vedere The Walk in questo formato perché “è l’unico modo in cui possiate essere lassù insieme a me”. Le domande sono moltissime e questo è solo un breve riassunto dell’incontro.

C’è una performance che gli piacerebbe fare, un sogno nel cassetto?
“Sotto il mio letto c’è una grossa scatola rossa con su scritto “Progetti”, piena di foto e immagini di montagne, cattedrali, luoghi. Potrei prenderne una a caso come ad esempio l’isola di Pasqua, Rapa Nui. Mi piacerebbe fare una performance mistica che coinvolgesse le statue e condividerla col mondo”.

Il funambolismo potrebbe essere uno sport, e lei si sente mai solo come l’attore che la rappresenta alla fine del film dopo un’impresa?

“Nel mio cuore non sarà mai uno sport, lo sport si fa per divertimento, per competizione, una volta a settimana di domenica, non ha la profondità di un’arte e siccome non sono nato in un circo sono stato fortunato a non dover fare le cose che gli acrobati fanno, come ad esempio far finta di mancare la presa e di cadere, per intrattenere il pubblico. Io ho imparato da solo, e quando cammino sul filo è come se facessi teatro nel cielo. Credo che ogni artista si debba sentire solo in questo modo.  Un grande scultore scolpisce da solo, anche se magari gli allievi di bottega fanno le piccole rifiniture, la statua la fa lui. Quando sono sul filo c’è una solitudine molto mobile e bella, che credo sias molto importante per un artista”.

Cosa ha insegnato a Joseph Gordon-Levitt?

“Il film è tratto dal mio libro che ora è uscito anche in Italia e molte cose sono vere, in pratica il film ti porta sul filo con me. Quando ho saputo quale attore mi avrebbe interpretato ho insistito coi produttori, anche se mi hanno dato solo otto giorni di tempo, e gli ho detto “ti insegnerò e l’ottavo giorno potrai camminare sul filo. Lui mi ha guardato stupito, ma abbiamo iniziato con una linea per terra (cosa molto più difficile) poi su un filo sempre più alto e alla fine sono andato da Zemeckis e gli ho detto “è pronto”.  Più che altro volevo che avesse l’eleganza, lo spirito, la passione del mio modo di camminare sul filo. Ci sono stati ovviamente degli stuntman ma in molte scene il corpo e i piedi sono proprio quelli di Joseph Gordon-Levitt”.

Quali sono stati i momenti più fedeli del film? E quelli invece inventati?
Sono molti, quasi tutti fedeli, ce n’è uno in particolare che amo anche se nel film per ovvi motivi non è abbastanza lungo. Dopo il primo attraversamento che per me non era stato molto soddisfacente arrivo dall’altra parte, aggiusto qualcosa e siedo sul cavo col palo in mano, fermo, e mi sento come un re, ero così felice che sono rimasto 5 minuti su quel trono sospeso, poi la bellezza del vuoto, di New York, delle torri, mi hanno chiamato e una volta capito che potevo farlo come dovevo l’ho rifatto. Alla fine i miei amici mi dissero che ero rimasto 45 minuti sul cavo e avevo fatto otto attraversamenti ma era tutto improvvisato. Solo un paio di inesattezze mi danno fastidio, ma non al punto di non amare il film, tanto è vero che sono qua a promuoverlo. E’ vero che ho messo il piede su un chiodo mesi prima dell’attraversamento ma non è vero che ho camminato scalzo sul cavo col sangue che gocciolava e non sono inciampato perché se l’avessi fatto sarei morto e non sarei qua a parlarne con voi, ma quando l’ho detto a Zemeckis mi ha risposto “fidati, è la magia del cinema”.

Qual è il suo rapporto con la creatività? Cosa lo commuove nella vita, a parte camminare sul filo?
Ho scritto diversi libri, tra cui uno intitolato “Creatività. Il crimine perfetto” e non mi considero un wirewalker, sono anche uno scrittore, un pittore, un artista teatrale nel cielo. Amo i maghi e i manipolatori sulla scena, a teatro, a volte vado nei musei, mi siedo per ore magari davanti a un Caravaggio e tutto questo mi è d’ispirazione poi per il mio lavoro. Viaggio sempre con un taccuino e con una stilografica con inchiostro seppia, non ho un orologio e odio i piccoli gadget tecnologici che ci disabituano ad usare i nostri sensi.

Nonostante l’età ancora pieno di sogni e progetti, Petit, che si porta sempre in tasca una corda per osservare la natura e i monumenti immaginandoli da un’altra prospettiva e che considera che la corda che lega due luoghi lontani lega in realtà dei popoli distanti, risponde a una domanda sulla possibilità di un’impresa italiana.

“Questa è la prima volta che vengo a Roma e resto solo un paio di giorni, mi piacerebbe avere un progetto qua, ma ci vorrebbero almeno un paio di settimane per visitarla e inoltre sono un semplice artista e non un milionario, perciò avrei bisogno di angeli, di un mecenate, per sviluppare il progetto. Ma sono stato decine di volte in Italia e una volta per un festival letterario a Carrara, nelle cave. Sono rimasto colpito da quelle maestose formazioni e ho chiesto ad operai che lavoravano lì da 25 anni, ancora con attrezzi semplici e antichi, se c’era mai stato uno spettacolo nel ventre di queste montagne. Mi hanno risposto che una volta un pianista aveva fatto un concerto lì nel mezzo con un piano di marmo e mi è venuta l’idea di fare una camminata lì, con un’illuminazione a lume di candela come quella di Amadeus di Forman,  e una grande orchestra. E’ solo un sogno e lo rivelo a voi per la priima volta.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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