Interviste Cinema

Philippe Le Guay presenta Le donne del sesto piano

Come spesso accade quando ospiti stranieri vengono a presentare le loro opere in Italia, anche Philippe Le Guay, regista di Le donne del 6° piano, esordisce scusandosi di non parlare italiano.

Philippe Le Guay presenta Le donne del sesto piano

Philippe Le Guay presenta Le donne del 6° piano

Come spesso accade quando ospiti stranieri vengono a presentare le loro opere in Italia, anche Philippe Le Guay, regista di quel Le donne del 6° piano che è stato in concorso a Berlino 2011 e che uscirà nelle sale del nostro paese il prossimo 10 giugno, esordisce scusandosi di non parlare italiano. “Lo so poco e lo confondo troppo con lo spagnolo,” aggiunge. Sì, perché le donne del titolo del suo film sono proprio un gruppo di spagnole che, emigrate nella Parigi dei primi anni Sessanta, lavorano come domestiche presso agiate famiglie borghesi. E una di loro, Natalia Verbeke, finirà con il far innamorare il suo datore di lavoro, Fabrice Luchini.
“Sul set,” racconta Le Guay, “parlavamo spesso in spagnolo. Anche perché due delle mie attrici il francese non lo sapevan proprio, rendendo obbligatoria la comunicazione nella loro lingua. Il che tagliava spesso fuori Luchini, che non capiva nulla e mi faceva mille domande su quello che stava succedendo.”
Già si capisce che girare Le donne del 6° piano è stata per il regista un’esperienza molto divertente: “Sì, mi sono divertito molto. E mi piaceva molto l’idea di lavorare con questo talentuoso gruppo di attrici spagnole: non perché fossi stanco delle interpreti francesi, ma per avere l’opportunità di dare un respiro più ampio, europeo, a tutto il film.”

Dopo aver raccontato di aver trascorso molto tempo in Spagna per il casting, e di aver rivisto nelle fattezze delle attrici che provinava i volti delle donne dipinte da maestri come Goya e Velasquez, Le Guay ha ricordato di come, a differza dell’ondata della metà degli anni Trenta, quella dell’immigrazione spagnola in Francia avvenura a partire dalla fine degli anni Cinquanta era dettata da motivazioni economiche piuttosto che politiche: “E si è trattato in particolare di un’emigrazione caratterizzata in senso femminile, stranamente. C’erano anche tanti uomini, certo, ma io ho scelto le donne. Oggi il cinema, anche in Francia, è prevalentemente maschile: e parlando di uomini si deve parlare spesso di guerra, di prigioni, di monasteri (il produttore di questo film è lo stesso di Uomini di Dio, n.d.R.)… Ma io preferisco le donne. Poi, cìè anche il fatto che io stesso ricordo che da bambino avevamo una domestica spagnola di nome Lourdes. Ero piccolo, ma ho molti ricordi di lei, e mia mamma dice che all’epoca parlavo più spagnolo che francese. Sicuramente se ci fosse un’analista in sala mi direbbe che ci sono motivi particolari per cui ho fatto questo film: forse la proiezione del mio primo amore deluso, per Lourdes.”

Oltre che ai ricordi personali, per il ritratto delle donne del suo film Le Guay ha anche attinto all’esperienza personale di numerose persone: “Preparando il film abbiamo incontrato molte delle donne arrivate in Francia all’inizio degli anni Sessanta, donne che ancora vivono a Parigi. Ci siamo fatti raccontare i loro ricordi e i loro aneddoti. A colpirmi, soprattutto, è stato che quello che emergeva da questi racconti: ben prima della fatica del lavoro, era la gioia che provavano nell’essere libere. Libere da una società, quella spagnola dell’epoca, che le opprimeva molto. Ecco, nel film ho voluto riprodurre proprio quel sentimento, questo loro ritrovarsi insieme festoso, questa felicità comunitaria. È una visione utopica di quel mondo forse, contrapposto al mondo dei padroni. Ma mi piaceva così.”
In più, la scelta del regista è anche funzionale ad una narrazione che  va oltre il racconto di una storia d’amore fra classi sociali diverse. Infatti, dice Le Guay, “volevo il più possibile tenermi lontano dai cliché del padrone che s’invaghisce della domestica. Volevo raccontare un amore ampio, comunitario, che riguarda un gruppo, le sue dinamiche e la sua generosità. Il personaggio di Luchini non è realmente cosciente della natura delle sue attrazioni, ed è attratto tanto dalla domestica Maria tanto quanto dal gruppo di donne che vivono sopra di lui. Ancora una volta, in questo senso il film propone un’utopia, l’utopia di un borghese nel sesto piano (quello riservato alla servitù, n.d.R.). Ma non c’è una programmaticità politica nelle sue azioni, c’è solo una voglia di scoprire qualcosa di nuovo e quindi di farsi contaminare, per ragioni diverse.”
Questo senso di comunione interclassista, di comunità in senso non politico, potrebbe essere stato per il regista uno dei motivi del grande successo ottenuto al botteghino in patria: “Inizialmente il film ha fatto colpo su un pubblico anziano, ma poi credo che il pubblico sia diventato molto trasversale. Un pubblico che non aveva necessariamente un’esperienza diretta con quegli anni e quelle classi, ma che sentiva la forza di un senso comunitario che proprio della tradizione francese, da Moliere fino a Jean Renoir.”

Proprio perché cosciente della natura utopica di certi risvolti della sua storia, Le Guay ha inserito delle figure che bilanciano gli slanci tanto del padrone quanto della serva: “Ci sono due forze contrastanti nel film: da un lato le donne con la loro generosità che accolgono Luchini, dall’altro personaggi come quelli dei figli di lui, che gli ricordano certi obblighi, o come quello di Carmen Maura, che vuole negare l’amore che vede nascere e che vuole in fondo, anche lei, tenere due mondi separati. I ragazzi, in particolare, incarnano un po’ il principio della legge. Sono ancora più rigidi del padre, sono in qualche senso la perpetuazione spontanea di quella borghesia che i genitori, con l’età, tendono ad abbandonare.”
E se le donne spagnole, con la loro vitalità, sono il segno di una nuova era che sta cambiando, Le Guay ha affidato al personaggio della moglie di Luchini, interpretato da Sandrine Kiberlain il compito di raccontare l’avvento di una nuova consapevolezza della società francese: “Non penso, infatti, che per questa donna non ci sia speranza. Credo invece che suo personaggio di sia quello che evolve di più durante il film, che lentamente si accorge di quanto i suoi codici e le sue regole di vita siano stanchi e logori. Non è un caso che nel film si rimachi più volte che venga dalla provincia: lei cerca la sicurezza dei codici nelle amiche parigine, ma invano.”

Dopo aver sottolineato l’ironia insita nel fatto che ad interpretare la coppia borghese e tradizionalista del film sia un nipote d’immigrati italiani e una nipote d’immigrati polacchi, Le Guay, infine, nega che il personaggio di Luchini sia vittima di una banale crisi di mezza età: “Certo, se raccontato in un film di Antonioni, il mio protagonista avrebbe avuto toni assai più gravi e travagliati. Ma per me me lui vive semplicemente un risveglio, un risveglio alla vita e ai desideri dopo un lungo periodo di sonno forzato. Infatti non non ha rimorsi legati alle scelte del passato, ma è proiettato al futuro, scopre solo il nuovo. Fabrice Luchini è un grande attore, ma se fosse stato ancora vivo questo ruolo sarebbe stato perfetto per Marcello Mastroianni.” 




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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