Interviste Cinema

Paura in 3D - incontro con il cast e i registi del film

A poco più di 3 mesi dall'uscita di L'arrivo di Wang, purtroppo poco distribuito e poco visto, gli inarrestabili Manetti Bros. Ci riprovano con Paura in 3D, titolo definitivo di un horror chiamato prima La stanza dell'orco e poi L'ombra dell'orco.



A poco più di 3 mesi dall'uscita di L'arrivo di Wang, purtroppo poco distribuito e poco visto, gli inarrestabili Manetti Bros. ci riprovano con Paura in 3D, titolo definitivo di un horror chiamato prima La stanza dell'orco e poi L'ombra dell'orco. Grazie a Medusa stavolta la distribuzione, dal 15 giugno, è capillare, con ben 220 copie. I fratelli incontrano la stampa accompagnati dal cast del loro nuovo film, tra cui spiccano il cantante/attore Peppe Servillo e Francesca Cuttica, già protagonista de L'arrivo di Wang. Marco Manetti rivela in realtà che la loro "abitudine a spaziare tra i generi" è un caso e non una scelta deliberata (“l nostro prossimo film sarà una commedia poliziesca”), anche se l'horror è un genere molto amato dai due fratelli. Girato interamente in 3D, utilizzando una telecamera digitale “è un film molto più pensato, preparato e studiato, rispetto all'approccio da battaglia con camera a mano che ci contraddistingue”, racconta Antonio. E Marco conferma “Durante la prima settimana sul set ci è costato molta fatica, perché devi ripensare tutto per girare in 3D, ma siamo molto soddisfatti del risultato”. A scanso di equivoci, Antonio ci tiene a precisare “quando si parla di horror in 3D si tende a pensare ad effettacci, sangue che schizza sullo schermo e frattaglie che volano. Noi però l'abbiamo usato come il colore, come il sonoro, è un elemento in più che abbiamo usato poter dare profondità all'immagine”.

Per l'ispirazione della storia molto si deve, sia pure trasfigurato dalla fantasia, alla storia di Natascha Kampusch, la ragazza austriaca rapita a 10 anni e vissuta per otto lunghi anni in uno scantinato con l'unica compagnia del suo carceriere. “La Kampusch ha scritto un diario sulla sua prigionia, intitolato 3069 giorni”, dice Marco, “in cui racconta la sua identificazione del carceriere con una figura paterna”. Peppe Servillo racconta che per il ruolo del Marchese Lanzi, che interpreta con inquietante eleganza e convinta aderenza “ho fatto riferimento proprio a questo libro. Con questo film ho accettato una sfida assoluta, resa interessante dal fatto che il film ha un grande dinamismo, e sono rimasto affascinato dal personaggio di questa donna che mi ha anche messo in difficoltà. Nel cinema, come nella musica, mi fido del mio istinto, e mi piaceva l'idea di interpretare questo personaggio, dal quale sono davvero lontanissimo, ma che è riduttivo definire col filtro della malattia mentale. Ha sicuramente un lato oscuro, ha creato le proprie regole che i ragazzi che entrano in casa sua infrangono, e si sente quindi giustificato anche a uccidere, ma è una persona che si tiene isolata dal resto del mondo, e con cui queste persone non sarebbero mai, in circostanze normali, venute in contatto”. Ci dice poi Servillo “i tre giovani attori hanno definito i loro personaggi come le classiche, stupide vittime del cinema horror. Invece io provo per loro una grande tenerezza, soprattutto per il personaggio di Simone, l'eroe della vicenda, che riesce a contagiare col suo idealismo anche gli altri e a coinvolgerli, quando sembra che vogliano lasciarlo al suo destino”.

Francesca Cuttica, anche se concorda coi sui tre giovani colleghi (Domenico Diele, Lorenzo Pedrotti e Claudio Di Biagio, popolarissimo per Freaks) sul divertimento e l'entusiasmo che regnavano sul set, confessa che il personaggio di Sabrina le ha anche causato un po' di sofferenza “E' stato come fare un triplo salto mortale nel buio, ma per fortuna l'ho fatto con persone di cui mi fido e con cui ho confidenza. E' un ruolo assurdo, in cui mi sono buttata seriamente, con uno studio serio, spinta dalla curiosità attoriale e dalla voglia di mettermi in gioco e imparare. Ma per fortuna, essendo un horror, alla fine della giornata tutta questa sofferenza finisce con una risata e riesci a scrollartela di dosso per riprendere il giorno dopo. Dopo un lavoro molto duro, anche vedendo il film, esci dalla sala con un sorriso”. E come sono i Manetti sul set? “Come due ragazzini. Hanno mantenuto intatto l'entusiasmo di due giovani al loro primo film. Si lavora molto seriamente, ma ti conquista questo loro approccio. Dal momento che sono in due, poi, per un attore è più facile, visto che devono comunicare tra di loro e tu puoi ascoltare e assorbire quello che vogliono da te. E poi se c'è una cosa sacra per loro è il momento del pranzo. Anche mentre giri la scena più drammatica non si salta mai questa pausa fondamentale, e stare su un set così è molto piacevole”.

Quanto ai Manetti Bros, grandi amanti dei generi, per irritarli basta che qualcuno gli dica di vedere delle citazioni nei loro film. Dice Marco: “Non so perché facciamo questo effetto, noi non citiamo nessun film e quella di Mario Bava ad esempio non è una citazione, ma il modo per introdurre una persona che secondo noi era il simbolo di un certo tipo di ragazzo che studia al DAMS, e anche se noi amiamo molto Bava, ci fa un po' ridere l'idea che un regista come lui venga studiato all'università.
Involontariamente ci ispiriamo al cinema che amiamo, ma non ci abbiamo pensato, se c'è una reminiscenza è involontaria, non mi piacciono i registi citazionisti e ci tengo a dirlo. Anche se è vero che per l'incipit abbiamo pensato a Dario Argento e all'inizio di Suspiria, che ci piace tantissimo, perché non succede molto ma si crea una grande inquietudine. In questo caso però parlerei addirittura di copia, non di citazione. Per noi Dario Argento è il più grande regista dell'angoscia della storia del cinema. Noi siamo cresciuti con l'angoscia di Argento, e questa è un'affermazione da fan e non da cinefilo”.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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