Interviste Cinema

Paul Verhoeven racconta il suo Elle: "Essere controversi vuol dire solo rifiutare di censurarsi"

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Abbiamo intervistato il grande regista olandese, che sarà nelle sale dal prossimo 23 marzo con il suo nuovo, bellissimo film.

Paul Verhoeven racconta il suo Elle: "Essere controversi vuol dire solo rifiutare di censurarsi"

"It was in the book," era nel libro. Lo ripete spessissimo, Paul Verhoeven; quasi a voler minimizzare il suo ruolo, la sua importanza, le sue scelte nella realizzazione di uno dei più bei film visti nel 2016: Elle, che uscirà finalmente nelle sale italiane il prossimo 23 marzo grazie alla Lucky Red.
Eppure, non ci sono dubbi che Elle - storia controversa e provocatoria di una donna cinica e dura, con un passato ingombrantissimo alle spalle, che diventa protagonista di un gioco sadomasochista con l'uomo che la stupra nella primissima scena del film - sia puro cinema verhoeveniano.

Tanto verhoeveniano che nessuno, in America, ha voluto produrlo e interpretarlo.
"Dopo che Saïd Ben Saïd mi ha proposto di adattare "Oh...", il romanzo di Philippe Djian [che in Italia è pubblicato da Voland, n.d.r.], per noi era naturale pensare di girarlo in America: io vivo da anni a Los Angeles, e lui ha prodotto tantissimi film lì. Per questo abbiamo scelto uno uno sceneggiatore americano, David Birke, ma una volta completato il copione abbiamo scoperto che nessuno voleva averci a che fare. I produttori non volevano mettere un soldo, e le attrici non si volevano confrontare con un materiale secondo loro troppo scottante."

Così, Ben Saïd e Verhoeven sono tornati in Europa, a Parigi ("dove nessuno si faceva i problemi che si fanno gli americani"), e con la coda tra le gambe sono tornati a rivolgersi all'attrice che per prima aveva pensato di portare al cinema il personaggio di Michèle Leblanc, Isabelle Huppert. "Isabelle ci ha detto subito di sì, ha accettato il copione senza la minima riserva, chiedendo solo di sistemare alcune linee di dialogo che, nella traduzione dall'inglese al francese, erano un po' rigide." E per questa parte, una delle sue migliori in assoluto, la diva francese ha portato a casa un Golden Globe, un César e una nomination all'Oscar.
"Isabelle è estremamente audace quando crede nel ruolo che deve interpretare," dice di lei il regista. "Siamo molto simili: anche lei non è alla ricerca della simpatia del pubblico, e non ha problemi a girare scene controverse e provocatorie una volte che accetta e ama un personaggio."

Verhoeven però nega che questo film, e il suo cinema in generale, siano controversi e provocatori in maniera calcolata e programmatica. "Così come quando abbiamo girato e montato la famosa scena di Basic Instinct in cui Sharon Stone accavalla le gambe, anche in questo caso non ci rendevamo conto da prima che certi elementi e certi temi del film avrebbero provocato tanto clamore," racconta. "Qui poi i personaggi e la storia sono fondamentalmente quelli del libro: magari li abbiamo un po' ampliati e modificati, ma non ho cambiato nulla di sostanziale. Essere controverso non è qualcosa che cerchi di fare: è più il rifiuto di censurarti, è più dire 'vaffanculo, io voglio girare così e non mi interessano le reazioni del pubblico.' Come artista - ammesso che sia il caso di usare questa parola nel mio caso - penso che le cose debbano essere fatte così. E la vera provocazione nei confronti del pubblico, oggi, è lasciare che lo spettatore usi il proprio cervello, che sia lui a ricostruire B quando passi da A a C, o che sia lui a immaginare cosa ne sarà di Michèle dopo la fine del film. Lasciare le cose aperte è il senso dell'arte," aggiunge. "E poi, i miei film si curano molto della morale o della moralità. E io non ho giudizi morali da dare sui miei personaggi."

Certo, l'olandese ammette che raccontare un personaggio che inizia una relazione sadomaso col suo stupratore è oggi un "bold statement", qualcosa di audace, ma "noi abbiamo fatto quello che volevamo."
E, in più, c'è un'altro cambiamento nel personaggio della Huppert, più sottile ma altrettanto significativo, che la vede abbandonare progressivamente - anche se mai del tutto - il suo cinismo e la sua intransigenza e ammorbidirsi un po'. "Nella parte finale del film volevo andare nella direzione di un senso di liberazione e redenzione," dice Verhoeven. "Dopo tutta la negatività accumulata nella storia, volevo che ci fosse un apertura verso l'altro, e un finale di speranza, anche se se solo nel rapporto tra due donne: d'altronde, questo finale è quello del libro. Non si tratta certo di quello che potremmo definire un happy ending, ma di un movimento morbido verso l'umanizzazione del personaggio. Anche se, fino alle fine, Michèle rimane contraddittoria."

"Tutta già nel romanzo," come sottolinea Verhoeven, era anche la particolare commistione tra dramma ruvido e scioccante e commedia a tratti esilarante che è nel film. "Io l'ho enfatizzata, perché non volevo che il mio film fosse inquadrabile come un thriller, volevo rompere le gabbie dei generi," spiega. "Leggendo il libro non sono riuscito a incasellarlo, e non volevo farlo, e lo stesso vale per il film: perché alla fine si parla della vita, e la vita non è un genere. Nell'arco di una giornata, molto spesso addirittura di un'ora, succedono cose diversissime, si alternano grandi drammi e momenti di gioia."
Molto dell'umorismo di Elle nasce dal cinismo del personaggio della Huppert, dalle espressioni che fa di fronte alle persone con cui si trova a parlare oltre che da quello che dice, e molto di tutto questo, racconta il regista, oltre a "essere nel libro", è nato direttamente sul set, dalle interazioni tra gli attori e dal loro talento. "Ed è stato sul set," dice, "che spesso ci siamo resi conto del potenziale umoristico di certe scene e certe battute. L'unico caso in cui abbiamo spinto le cose già in fase di sceneggiatura, calcando la mano e modificando quello che era nel romanzo, è quando nasce il bambino nero."

Il regista olandese, che non pensa che Michèle sia una donna tormentata, ma "una sopravvissuta, una che si rifiuta di essere una vittima e non vuole essere considerata tale, rifiutando la compassione altrui", smentisce una presunta fascinazione per personaggi femminili controversi. "E non sono turbato da nessuna donna," aggiunge, "io le donne le amo. Più invecchio più sono interessato a loro più di quando non sia interessato agli uomini, più le ammiro, più riconosco l'influenza che mia moglie ha avuto sul mio lavoro e la carriera."
Ma non è lui, dice, ad aver dato un sottotesto femminista al suo film: "se così è," dice, "è perché era nel libro."

Non c'è scritto in nessun libro, invece, quello che potrà succedere a Hollywood nel corso dei prossimi quattro anni, negli anni della Presidenza Trump. In quella Hollywood che "non dà più spazio a film audaci, perché vuole solo film che vadano bene a tutti, che non scontentino nessuno, per massimizzare i profitti: film noiosi, in cui non c'è alcuna volontà di andare oltre la norma."
Ciò nonostante, Verhoeven spera che Hollywood sia capace di "una risposta satirica e provocatoria alla politica trumpiana, alla retorica patriottica e guerresca, anche se in alcuni film l'ha glorificata." E spera di poter dare il suo contributo in quel senso. Di certo, il suo sarebbe un contributo molto significativo.



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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