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Paul Thomas Anderson e Joaquin Phoenix a Roma presentano Vizio di forma

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Il geniale regista e il suo straordinario interprete incontrano la stampa per parlare della loro ultima collaborazione.

Paul Thomas Anderson e Joaquin Phoenix a Roma presentano Vizio di forma

E' davvero un'occasione unica quella di poter parlare con un regista geniale come Paul Thomas Anderson e col suo altrettanto straordinario interprete, Joaquin Phoenix, a Roma per presentare Vizio di forma (in sala dal 26 febbraio con la Warner), assieme alla produttrice JoAnne Sellar, che lavora col regista dai tempi di Boogie Nights.

E' proprio quest'ultima - inglese, ha iniziato la sua carriera con video musicali e progetti low-budget come Hardware, Demoniaca e Lord of Illusions - a parlarci delle difficoltà di realizzare un film in costume con tantissime location, una marea di attori e un budget medio-basso in una città come Los Angeles dove è sempre più difficile trovare edifici d'epoca. Ed è sempre lei a dirci che nel corso degli anni sono aumentate anche le difficoltà per trovare i soldi per “progetti intermedi” come questo, da girare in pellicola, e che Paul Thomas Anderson è un autore che coinvolge la produzione fin dalla primissima stesura della sceneggiatura, o, come in questo caso, dall'acquisizione dei diritti cinematografici di un romanzo.

Joaquin Phoenix è oggi molto diverso dallo spavaldo e allegro ragazzo che incontrammo all'epoca de Il Gladiatore. Quasi sempre serio e malinconico, riflette a lungo prima di rispondere, e non alza mai lo sguardo per guardare i suoi interlocutori negli occhi, ma nonostante tutto emana un fascino irresistibile.

Gli viene chiesto se è vero che il look del suo personaggio è ispirato a quello di Neil Young negli anni Settanta: “Sì, è stato uno dei primi riferimenti per creare il look di Doc Sportello, coi basettoni e i capelli lunghi. Nell'ufficio di Paul poi ci sono un sacco di libri sul periodo pieni di foto di vestiti e acconciature, e col costumista abbiamo fatto anche delle prove per vedere cosa funzionava. Ma si tratta di un processo che si sviluppa nel corso di due mesi, in modo organico, cambia e ti dimentichi da dove sei partito”.

Le sue performance in The Master e in Vizio di forma sono entrambe molto fisiche, un continuo lavoro col volto e col corpo. Come ha lavorato su questo?

"Quello di The Master è un personaggio che soffre molto e io volevo che il suo tormento interiore fosse esternalizzato, che fosse anche fisico e diventasse palese, visibile anche fuori. Per questo ruolo invece ho fatto riferimento agli attori e agli show del periodo e a gente come i Three Stooges, col loro esagerato strabuzzare gli occhi, perché mi sembrava che fosse l'approccio giusto per il ruolo, che a tratti sembra quasi un personaggio animato. In certi momenti, però, è anche molto pensieroso e volevo che anche questo aspetto venisse fuori”.

Ha intenzione di passare prima o poi dietro la macchina da presa, avendo già diretto dei video musicali?

"Intanto mi scuso con voi se avete avuto la sfortuna di vederli e mai e poi mai vorrei dirigere un film".

Cosa ha messo di suo nel personaggio di Doc?

"La prima ispirazione è venuta dal libro, poi dalle conversazioni con Paul. Come attore faccio da filtro tra tutto questo e quella che vedete è la mia interpretazione del personaggio, che sarebbe stato diverso se l'avesse interpretato qualcun altro perché è ovvio che ogni attore ci porta qualcosa di sé. Ma non c'è stato uno sforzo consapevole da parte mia di aggiungere qualcosa di personale al ruolo".

Un punto importante del libro e del film è il rapporto di amore/odio tra Doc e Bigfoot. Come ha lavorato con Josh Brolin? C'è stato spazio per improvvisare?

Le scene con Josh Brolin sono fondamentali nel libro. Non ricordo se abbiamo improvvisato, anche se spesso si fanno delle cose per riscaldarci prima di girare e qualche volta finiscono nel film. Eravamo consapevoli dell'importanza di questo rapporto e volevamo renderlo adeguatamente e devo dire che con un attore come Josh è stato molto facile. Però dipende anche dai giorni, a volte abbiamo avuto difficoltà con una determinata scena e altre invece è risultato tutto più facile. Ma nell'insieme ci siamo anche divertiti".

Nei suoi ultimi 4 film ha interpretato personaggi calati in un contesto passato o futuro, è difficile immaginarla in un film che racconti l'oggi?

E' un'ottima osservazione, fino a oggi non ci avevo mai pensato ma è vero, non so come rispondere, spero di poter interpretare anche un personaggio del presente".

Documentandosi sull'epoca del film ha scoperto qualcosa che non conosceva?

"In genere la ricerca che faccio per un ruolo è mirata a confermare quello che già voglio fare, non ho mai l'impressione di aver ricavato da un film la conoscenza di un certo periodo in particolare, la applico semplicemente al personaggio che devo fare. Non mi sento quindi più istruito o consapevole al riguardo. Anche perché tendo a dimenticare molto velocemente. Come quando studi per un esame e dopo averlo dato ti dimentichi tutto, per me è così. Per ogni film che ho fatto ho delle scatole che contengono quello che mi è servito per il ruolo, se mi capita di aprirle quando faccio un nuovo film magari non ricordo di aver letto quel dato libro o di aver preso degli appunti, lavoro un po' a compartimenti stagni. Nella piccola parte di cervello che mi è rimasta tendo a stipare un sacco di cose di cui ho bisogno per girare quel determinato film e alla fine scordo tutto".

Cosa ci può dire della sua preparazione per il film di Woody Allen?

"Del film non posso dire nulla, ma solo che ho già una scatola pronta e che in quel caso contiene molti libri di filosofia".

Paul Thomas Anderson, enfant prodige e autore geniale, a soli 44 anni,  di alcuni dei film più belli della storia del cinema, si concede alle domande con grande umiltà e simpatia ed è contento quando qualcuno sottolinea aspetti che gli stanno a cuore.

E' una mia impressione o il personaggio di Doc è ancora più romantico e idealista che nel libro?

"E' vero e mi fa molto piacere perché io l'ho trovato romantico nel libro e se siamo riusciti ad accentuare quell'aspetto sono contento perché era quello che volevo. Lui è ancora confuso dalla lettura dei titoli dei giornali, non riesce a crederci. Non è stupido e non è strafatto, è solo molto confuso e ha problemi ad accettare che quello che succede sia vero".  

Una storia corale dopo due film con pochi personaggi, caso o scelta?

"La possibilità di girare una storia corale è stata uno dei principali motivi di attrazione dopo aver fatto The Master. E poi lì c'era solo una ragazza e nel Petroliere nessuna, mentre qua ce ne sono tantissime. Mi piaceva molto avere tutti questi bei ruoli femminili. C'è una frase di Raymond Chandler che mi piace citare e che dice l'obiettivo di una detective story è far andare in giro il tuo eroe a flirtare con una ragazza dopo l'altra”.

Quali sono le principali ispirazioni per il film in termini di noir?

"Thomas Pynchon usa la struttura della detective story come una scusa per poi trasformarla in qualcosa di diverso e più personale. Per me visivamente l'influenza maggiore è stata il fumetto underground di Gilbert Shelton, i Favolosi Freak Brothers, in cui questi tre hippy strafattoni hanno un'unica missione: procurarsi la droga ed evitare la polizia di L.A. Visivamente mi sono ispirato a loro".  

Quanto è importante la musica?

"Tantissimo. In un film come questo, ambientato in quest'epoca, è una grossa responsabilità scegliere musiche che non siano semplicemente una top 10 del periodo. Credo che la musica sia utile non solo da un punto di vista emotivo ma anche per tenere il film ancorato alla realtà, specie quando la storia, come in questo caso, è ampia e complicata. O al contrario può aiutarlo a prendere il volo e farlo fluttuare".

Com'è arrivato alla scelta della voce narrante affidata al  personaggio di Sortilege?

E' successo a metà circa del processo di scrittura. Dovevo prima essere sicuro che il film potesse vivere anche senza narratore, bisogna essere sicuro che i personaggi lavorino per te. Ma era rimasto fuori tantissimo bel materiale e ho avuto la fortuna di avere questo bel personaggio che è una specie di Grillo Parlante per Doc, questa ragazza che in un certo senso sa tutto, la sua “ragazza del venerdì”. E' stata una bella idea e sono contento di averlo fatto, ma voglio aggiungere che quello che l'ha resa ottima è stata scegliere come attrice Joanna Newson, che è un'arpista e una cantante, una che sembra vivere contemporaneamente in epoche diverse e ha una voce bellissima e molto musicale".  

L'ultima inquadratura ricorda un po' Magnolia, è voluto?

"Non ci sono paragoni consapevoli con Magnolia, anche se ci sono delle somiglianze. C'è questo sguardo malinconico sul volto di lei, mentre la paranoia sale ancora intorno a Doc e ho trovato che questo fosse un po' disturbante. Ha tutto a che fare col viso di Joaquin che fa delle vere e proprie acrobazie con la sua faccia, crea una combinazione di espressioni e non sai bene cosa succede. E credo che questo sia positivo".

A chi darebbe l'Oscar per la sceneggiatura quest'anno?

"A Grand Budapest Hotel, senza alcun dubbio!"
 

 





 

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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