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Parla Marc Caro, regista del film di fantascienza Dante 01

Dopo aver diretto insieme a Jean-Pierre Jeunet Delicatessen e La città dei bambini perduti più di dieci anni fa, Marc Caro torna alla regia firmando da solo Dante 01, film di fantascienza ambientato su una prigione orbitante. Lo abbiamo incontrato, discutendo con lui dell’origine del progetto e della sua personalissima idea di cinema.

Parla Marc Caro, regista del film di fantascienza Dante 01

Intervista a Marc Caro, regista di Dante 01

Spesso l’impossibilità di disporre di un budget adeguato impone a un cineasta determinate scelte, non soltanto tecniche ma anche artistiche, spingendolo a modificare trama, personaggi e atmosfere di un film. È accaduto a Marc Caro, che dopo due film diretti insieme a Jean-Pierre Jeunet, Delicatessen e La città dei bambini perduti, esordisce nella regia solista con Dante 01, avventura fantascientifica in cui la speculazione metafisica coesiste con la scienza e il mito.

“Avendo a disposizione finanziamenti piuttosto ridotti” – ci ha raccontato Marc Caro, a Roma a presentare il suo film – “ho dovuto abbandonare l’idea di ambientare la mia storia in una gigantesca base spaziale circolare. Ho optato quindi per una struttura più piccola a forma di croce, un simbolo che ha finito per determinare l’impostazione del racconto, impregnandolo di elementi mistici”. L’eroe di Dante 01, che arriva in una prigione nella quale otto criminali si sottopongono volontariamente a rischiosi esperimenti scientifici, è diventato così una specie di Gesù Cristo, anche la voce narrante del film lo definisce più volte San Giorgio (quello che si dice abbia ucciso un drago). “Volevo che il personaggio principale del film” – ci ha spiegato Caro – “fosse un salvatore, un puro, l’antitesi dell’eroe dei film di fantascienza americani, che solitamente è un macho che uccide gli extraterrestri con armi portentose”.

In effetti, il misterioso prigioniero-guaritore, impersonato da Lambert Wilson, è una figura interessante e sottilmente inquietante, come lo sono gli altri “ospiti” del penitenziario spaziale. Animati da istinti primordiali e quasi diabolici nelle loro bocche distorte e nei loro crani lisci, portano tutti nomi appartenenti alla tradizione religiosa, letteraria e mitologica – da Caronte, a Buddha a Persefone. “Nel mio film c’è molto di Dante Alighieri e del suo Inferno” - ha detto il regista – “e in questa specifica rappresentazione ho tenuto conto di una versione della Divina Commedia illustrata Gustave Doret. In Dante 01, ho voluto mostrare i primi 3 cerchi dell’Inferno. Quando avrò denaro sufficiente, non è escluso che io racconti per immagini anche i successivi”.

Poesia trecentesca a parte, a influenzare Marc Caro sono stati anche diversi “cult” della fantascienza anni ‘60 e ’70 (Solaris e 2001 – Odissea nello spazio), alcuni film d’animazione giapponesi e i fumetti e le illustrazioni da lui stesso creati fra il 1980 e il 1990. Quali che siano, in questo specifico caso, le contaminazioni, l’intera opera di Caro ha comunque dei tratti comuni. “Delicatessen, La città perduta e Dante 01” – ha insistito il regista – “fanno parte della stessa ricerca: la creazione di un universo completo e coerente, spesso claustrosfobico, in cui sono i personaggi, e non lo scenario, ad essere in primo piano. Nel film, ognuno di loro rappresenta una figura tipo, che acquista forza, energia e incisività grazie alla bravura di chi lo interpreta”. Ecco perché Marc Caro, ancora una volta, ha scelto attori espressivi some Dominique Pinon o Bruno Lochet, per non parlare del già citato Lambert Wilson.

Prima di salutare Marc Caro, gli abbiamo chiesto se, in futuro, tornerà a collaborare con Jean-Pierre Jeunet. “Io e Jean-Pierre siamo ottimi amici” – ha risposto – “ma abbiamo preferito seguire strade diverse. Con Il favoloso mondo di Amélie e Una lunga domenica di passioni lui ha scelto la favola, il romanticismo. Io volevo esplorare zone d’ombra della natura umana e aspetti metafisici dell’esistenza. Quando sei una coppia creativa, devi sacrificare alcuni tuoi desideri in nome di giusti compromessi. Alla lunga non è possibile”. Che Jeunet e Caro non si siano separati con dolore ne siamo sicuri, visto che il primo intende finanziare un progetto cinematografico del secondo, un film, per la precisione, che mescola atmosfere alla Jacques Tati alla comicità in stile Buster Keaton.

Di un’altra cosa siamo certi: non esistono uomini più diversi di questi 2 registi. Li abbiamo incontrati entrambi, e mentre Jean-Pierre Jeunet ci è sembrato fin troppo sicuro di sé e consapevole della propria originalità, Caro ci ha stupito per semplicità, cortesia e per quell’incanto quasi infantile con cui guarda al mondo. Non a caso, come lui stesso ci ha spiegato, se dovesse scegliere tra i fratelli Lumière e Meliès, la sua preferenza andrebbe senza dubbio al secondo.



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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