Interviste Cinema

Parla Géza Röhrig, protagonista di Figlio di Saul, candidato all'Oscar come miglior film straniero

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Il poeta e attore d'origine ungherese ha presentato a Roma il premiatissimo film di Lazlo Nemes.

Parla Géza Röhrig, protagonista di Figlio di Saul, candidato all'Oscar come miglior film straniero

Dal Gran Prix della giuria di Cannes in avanti, la cavalcata del Figlio di Saul è stata trionfale: sia dal punto di vista dell'accoglienza critica che da quello dei premi. Tanto che quello di Lazlo Nemes è il più accreditato tra i titoli recentemente nominati all'Oscar per il miglior film straniero
“Nella nostra esperienza di Teodora, solo Amour di Haneke è un film paragonabile a Il figlio di Saul in termini di coinvolgimento emozionale,” esordisce il distributore Vieri Razzini. “Trattando della Shoa, questo ci tocca poi in maniera particolare e universale. Come ha detto Lazlo Nemes alla cerimonia dei Golden Globe, questa raccontata nel film è una faccia dell'uomo, ed è bene che non venga dimenticata,” ha aggiunto prima di passare la parola al protagonista, Géza Röhrig.
48 anni, una vista passata tra Budapest, Gerusalemme, Cracovia e New York, tra musica punk, studi di cinema e una lunga attività di poeta, divenuto chassidico proprio dopo un viaggio di studi ad Auschwitz, Röhrig parla a voce bassa e calma, ma con determinazione, dell'esperienza di un film che l'ha visto debuttare come attore e dei temi drammatici che tratta.
Nel film, interpreta un membro dei sonderkommando (gli ebrei prigionieri cui i nazisti delegavano i compiti pratici delle operazioni di sterminio) che si convince di riconoscere il figlio in un ragazzo sopravvissuto alla camera a gas ma ucciso subito dopo da un medico nazista (“un elemento che rompe il sistema, la cui morte assume una valenza diversa dalle altre, risvegliando in lui dei sentimenti da tempo annullati”), e che quindi si mette in testa di seppellire in segreto, proprio mentre nel campo si prepara una fuga.

“Questa gente, i membri dei sonderkommando,” spiega Röhrig, “erano esseri umani terrorizzati, traumatizzati. Le atrocità che sono stati costretti ad affrontare e a vedere, pena la morte immediata, sono inconcepibili. A volte vedevano morire gente dei loro villaggi, dei loro familiari, e far bruciare loro i cadaveri delle persone loro care era uno degli aspetti più diabolici, demoniaci del nazismo: i nazisti hanno lasciato il lavoro sporco alle loro vittime. La storia di uomini che uccidono altri uomini è antica, ma qui c'è qualcosa di nuovo: i carnefici fanno gli innocenti, le vittime sono costrette a portare altre vittime alla morte, a separare i cadaveri, a bruciarli, mentre queste guardie delle SS nelle loro uniformi impeccabili ed eleganti, si sentivano innocenti e lontani dal coinvolgimento fisico nell'olocausto. Una distanza che da fisica diventa per loro morale, come oggi per coloro che bombardano e uccidono da un altro continente tramite i droni: non vedono i volti, non sentono l'odore del bombardamento e della morte, e si sentono lontani dalla morte, si sentono innocenti.”

Per l'ungherese, la sfida che Il figlio di Saul gli poneva come attore “era quella di rompere il gap tra la mia realtà e la situazione estrema dei soderkommando. L'ho fatto soprattutto leggendo tantissimo materiale: i memoriali di coloro che hanno fatto parte dei kommando pubblicati soprattutto negli anni Ottanta; le opere di quel grande pensatore che è stato Primo Levi, che mi hanno aiutato tantissimo a comprendere i dilemmi morali ed etici; e mi sono affidato alla mia memoria, ai racconti di mio nonno, che mi ha raccontato della sua esperienza quando avevo 12 anni.”
Né i genitori del nonno, né sua sorella maggiore incinta, né suo fratello minore hanno mai fatto ritorno dai campi, racconta l'attore. “Un giorno trovai delle vecchie foto antiche in una scatola, su un ripiano in alto della libreria, di persone che non conoscevo. Chiesi allora a mia nonno chi fossero, e fu allora che lui, mettendo via gli scacchi con cui stava giocando, con occhi appannati e una voce diversa da quella che conoscevo, mi ha raccontato chi fossero e cosa fosse successo. Non ho mai dimenticato.”

Su Auschwitz e l'Olocausto, Röhrig – che di recente, a Los Angeles, ha incontrato l'ultimo sonderkommando ancora in vita - aveva pubblicato anni fa un libro di poesie: “Ma non è il mio miglior lavoro,” dice al riguardo. “Le parole erano troppo grandi per la mia bocca: non ero pronto e non avevo l'esperienza necessaria per parlare di quei temi. Questo film mi ha in qualche modo dato modo di migliorare il mio lavoro, e rispetto Lazlo Nemes perché ha evitato il mio errore, perché è stato capace di aspettare il momento giusto per raccontare questa storia.”
“Molti, dopo aver visto il film, sono venuti da me, dicendomi con rabbia che Saul era un pazzo, che il suo era un piano inutile e controproducente,” racconta ancora l'attore. “Ma io credo che loro non capiscano: il comportamento di Saul è controverso, certo, e non voglio difenderlo, ma per me costringe a domandarsi se c'è qualcosa di più importante della sopravvivenza. In maniera magari istintuale, lui è un uomo normale che prende decisioni straordinarie, che fa qualcosa di più nobile del cercare di sopravvivere: cerca di fare qualcosa per qualcun altro.”

Si rifiuta di parlare del conflitto israelo-palestinese, Röhrig, e parla della visione soggettiva e limitata della realtà dei campi de Il figlio di Saul come dell'unica possibilità per rappresentare l'Olocausto: “ogni rappresentazione frontale e collettiva sarebbe incompleta e pornografica,” dice. Sull'Oscar è distaccato e fatalista (“i premi sono come una lotteria, c'entra solo la fortuna”), mentre al termine delle riprese del film, dice, si è sentito malinconico. “Tornato alla mia vita, alla vita nel mondo di oggi, l'ho trovata davvero superficiale, tutta basata sull'aspetto, sul denaro, sulle conoscenze. Mentre lì, ad Auschwitz, l'unica cosa che contava davvero era di che parta eri fatto, il tuo carattere. Tornato a questo mondo non l'ho compreso più.


 



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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