Interviste Cinema

Parla Eric Bana, l'Enrico VIII di L'altra donna del re

Non abbiamo fatto in tempo a dichiarare la nostra nazionalità che Eric Bana – notoriamente appassionato di motociclismo - esplode: “Italiano!! Con Stoner e la Ducati abbiamo vinto il mondiale, e sono sicuro quest’anno faremo il bis”. T-Shirt e braccia muscolose in bella evidenza, una stretta di mano vigorosa, l’attore conferma molti de...

Parla Eric Bana, l'Enrico VIII di L'altra donna del re

Parla Eric Bana, l'Enrico VIII di L'altra donna del re

Non ho fatto in tempo a dichiarare la mia nazionalità che Eric Bana – notoriamente appassionato di motociclismo - esplode: “Italiano!! Con Stoner e la Ducati abbiamo vinto il mondiale, e sono sicuro quest’anno faremo il bis”.
T-Shirt e braccia muscolose in bella evidenza, una stretta di mano vigorosa, l’attore conferma molti dei positivi stereotipi riguardanti gli australiani: cordiali, alla mano, pieni di entusiasmo. Eppure in L’altra donna del re Bana interpreta un personaggio che pare all’opposto della personalità semplice e disponibile che ci ha appena mostrato: re Enrico VIII è una figura arrogante e ombrosa, dalla regalità sfacciata e opprimente, che sfrutta il suo potere per usare e calpestare il prossimo.

F.G.: Come si è accostato a questo personaggio? Nel film i personaggi maschili, in generale, sono un piuttosto negativi: come giudicava il suo, prima delle riprese, dal punto di vista morale?

E.B: Uno degli aspetti positivi di questo mestiere è che, per una volta, metti da parte i giudizi morali, è una caratteristica del tuo lavoro. Altrimenti, comprometti la fedeltà al tuo personaggio. Quindi non giudicavo Enrico e le sue azioni. Ovviamente avevo la mia opinione personale, ma secondo me nell’interpretare un personaggio, non bisogna giudicarlo, e questo è molto importante.

F.G.: Il ritratto che offre di Enrico, è quello di un uomo, non di un re. Anche se il ruolo di sovrano influenza il personaggio: in che modo?

E.B: Per via del suo essere re, penso che le conseguenze delle azioni di Enrico siano molto pesanti. Ma viene coinvolto a tal punto, sul momento, che non riesce a pensare a queste conseguenze. E lo vediamo tutti i giorni anche oggi, con i politici, le storie d’amore e così via. A volte ci chiediamo: “Come ha potuto essere tanto stupido?”. Ma quando siamo coinvolti da certi rapporti, o in certi momenti, è molto difficile guardarsi dal di fuori e capire quali danni stiamo causando. Credo che questo possa in parte giustificare il suo comportamento.

F.G.: Anche se il film è ambientato secoli fa, ci sono dei messaggi che rimandano alla situazione attuale, come ha detto lei, ad esempio la politica o i rapporti tra uomo e donna. Che ne pensa?

E.B: Secondo me ci sono molti parallelismi. È bello poter realizzare un film come questo, perché ogni generazione può dare la propria versione della storia di Enrico VIII ed Anna Bolena, e i parallelismi cambiano a seconda della generazione, anche se la sostanza della storia è nota a tutti. Comunque sono d’accordo, ci sono molti messaggi che si riferiscono a ogni generazione della nostra società.

F.G: Che cosa cambia nel suo modo di recitare quanto interpreta un film in costume? C’è per lei differenza nel recitare in un film d’ambientazione contemporanea ed uno d’ambientazione storica?

E.B: Sicuramente cambia qualcosa. L’ultima volta che avevo indossato dei costumi, in Munich, erano recenti, cioè degli anni Settanta. E i costumi ti influenzano. Quelli di questo film sono molto pesanti, c’è qualcuno che ti aiuta a vestirti e a spogliarti. Attraverso l’uso dei costumi abbiamo potuto anche ritrarre una certa indolenza nel re. Non potevamo mostrarla a corte, perché lui stesso non l’avrebbe mai mostrata. Allora il regista deve scegliere altri momenti: con Justin abbiamo trovato momenti più tranquilli, in cui appare rilassato: è anche meno “vestito” del solito, per cui si poteva fare. Decisamente: i costumi influenzano l’interpretazione.

F.G.: Ci sono appunto dei momenti in cui vediamo il re da solo; ma anche in altre scene non parla molto o non parla affatto. Come è riuscito a dare un senso alla sua presenza e alle sue azioni, anche senza parlare?

E.B: La recitazione senza dialoghi è incredibilmente interessante: la trovo molto gratificante. È anche un fatto naturale: quando guardiamo gli altri, formuliamo dei giudizi a seconda del loro comportamento, della gestualità, da come reagiscono e interagiscono con noi. Non per forza bisogna parlare. Il silenzio è un mezzo potente, ma poco usato nel cinema: gli autori scrivono la sceneggiatura e prediligono i dialoghi. Ma se c’è sintonia tra regista e attore, è bello sfruttare questi momenti di silenzio. Io ho avuto uno splendido rapporto con Justin, il regista del film, e quindi abbiamo avuto questa possibilità.

F.G.: Grazie mille.

E.B: È stato un piacere.

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