Interviste Cinema

Paolo Sorrentino presenta This Must Be the Place

Sean Penn a parte, non manca nessuno alla conferenza stampa romana di presentazione del nuovo film di Paolo Sorrentino.

Paolo Sorrentino presenta This Must Be the Place

Paolo Sorrentino presenta This Must Be the Place

Sean Penn a parte, non manca nessuno alla conferenza stampa romana di presentazione di This Must be the Place, il nuovo film di Paolo Sorrentino.
Dallo stato maggiore della Medusa a Nicola Giuliano di Indigo Film a Andrea Occhipinti di Lucky Red, oltre, ovviamente, al regista e al suo co-sceneggiatore Umberto Contarello.
Paolo Sorrentino si presenta alla platea di giornalisti in giacca e cravatta e con l’aria leggermente spaesata: un’aria che si tramuterà presto in rassegnata e sconsolata di fronte al livello delle domande che gli verranno poste.

Si comincia parlando di David Byrne, del suo coinvolgimento in This Must Be the Place e di come i suoi lavori registici possano aver influenzato le scelte di Sorrentino.
“Prima di rispondere ci tengo a dire che questo film, un film italiano, è stato venduto in tutto il mondo con la sola esclusione della Cina. Questo non per vantarmi, ma per ricordare come il nostro cinema può essere esportato all’estero,” esordisce il regista napoletano. “Riguardo Byrne, il suo lavoro da regista mi piace moltissimo, e dato che il mio è un film che si muove su una base fatta da numerosissimi riferimenti cinematografici e letterari, può essere che vi siano degli agganci. L’analogia è possibile ma non volontaria. Sicuramente, invece, c’è stata una dittatura musicale sua nei miei confronti. Con David io e Nicola Giuliano ci siamo incontrati la prima volta nel camerino di un suo concerto a Torino: gli raccontavamo di voler fare un film con Sean Penn e gli si leggevano negli occhi la perplessità, la sfiducia. Ci prese per mezzi matti, disse di sì per farci star buoni, senza immaginare che il film si sarebbe fatto davvero. E quel sì lo abbiamo usato, dopo. A lui poi piaceva l’idea di comporre musica che potesse essere ideata ed eseguita da una band di 18enni. Sulla sua presenza come attore era più titubante, ma lo abbiamo convinto lo stesso.”

Come spesso accade in questo genere di eventi, tocca poi alla domanda che contiene già in sé la risposta, lunga ai limiti dell’estenuante. In questo caso è incentrata sul personaggio interpretato da Sean Penn, un folletto malinconico e fuori tempo rispetto al mondo, che attraversa gli Stati Uniti e il film alla ricerca di una catarsi inevitabile e necessaria.
Di fronte alle osservazioni che gli vengon fatte, Sorrentino taglia corto: “Tutto vero quello che dite, ma,” aggiunge, “direi che l’elemento che ci guidava, nella sua caratterizzazione, era che lui fosse un inevitabile portatore di gioia.”
Interviene sull’argomento anche Umberto Contarello, che puntualizza sullo stato clinico di Cheyenne: “Sta in quella zona grigia tra una noia prolungata e un’avvisaglia di malinconia che potrebbe diventare depressione in senso clinico. Se sia realmente depresso o meno, dipende anche da chi diagnostica.”

Inevitabile, parlando del personaggio protagonista di This Must Be the Place, parlare anche del suo ottimo interprete, impegnato in un ruolo davvero non facile da non trasformare in macchietta.
“Il lavoro svolto con Penn ricalca quello che ho fatto in precedenza con altri attori,” racconta Sorrentino. “La piccola, grande variante è che vedendolo lavorare ti accorgi che lui è davvero in grado di fare tutto, il che è una caratteristica non comune. E tu da regista rischi parecchio, perché pensi di poter fare di tutto anche tu con una tale risorsa a disposizione. In sceneggiatura il personaggio era già molto definito, ma Sean ha comunque portato moltissimo, grazie alla sua capacità di mettere negli interstizi di una sceneggiatura quello che in sceneggiatura non si può mettere: dalla voce in falsetto  (che denuncia anche il lato femminile molto sviluppato del personaggio) al modo di camminare (che lui definiva come quello dei ricchi che si sentono in colpa di esser diventati tali) alle sfumature e i dettagli.”

Tartassato sulla questione dell’“italianità” del suo film e sul dove essa risieda, Sorrentino si fa spicciolo nelle risposte: “Viene dai nomi dei realizzatori, punto. Il che i sembra moltissimo. Poi non so cosa sia l’italianità se non un mero dato anagrafico di nascita. Il punto è avere una buona idea e fare un buon film. Poi la nazionalità alla fine è residuale. Il titolo inglese? È quello della mia canzone preferita, in più pertinente in un film che parla della ricerca di un posto preciso nella vita e nel mondo.”

Il regista, che cita Una storia vera come l’unico altro film che sia stato cosciente riferimento per lui (“soprattutto per via della lentezza, di quella lentezza che ci affascinava e che per uno stupido luogo comune è nemica del cinema”), giustifica poi così la grande stratificazione tematica di un film come This Must Be the Place: “Mi sono divertito a raccontare una serie di cose, non una cosa sola. Da spettatore non mi piacciono i film che battono ripetutamente su un solo tema, su un solo messaggio, mi piace che un film di carne al fuoco ne metta tanta, quindi per me e per noi c’erano molteplici elementi di interesse: l’assenza di un rapporto affettivo tra un padre e un figlio, lo sfondo storico dell’olocausto con molta umiltà e con lo sguardo di un uomo di oggi, l’idea di raccontare la musica. E volevo raccontare tutto questo con una struttura rara al cinema che è quella in due atti e non tre. Volevo due parti ben separate e distinte: c’è bellezza nel raccontare due segmenti diversi che convivono nello stesso film.”
Gli fa eco Contarello: “Uno dei motivi per cui il film mi piace molto è che nasce e vive dal desiderio di metterci dentro le cose che piacciono. Dall’energia e dalla felicità di dire ‘un film è e deve essere la sintesi delle cose che ti piacciono’. Questo, da sceneggiatore, lo puoi fare solo quando hai un autore capace di una straordinaria sintesi visiva. E un bel film è quello che permette allo spettatore di vedere il suo film, di scegliersi la sua storia tra tante.”

Sempre sul versante tematico, si è poi parlato molto della questione Olocausto. Sorrentino, sul tema, è stato molto accorto: “Sarebbe presuntuoso da parte mia dire che è un film sull’Olocausto. È un film che si muove su quello sfondo e che racconta anche cose relative a quel momento. Ma lo fa in maniera non completa, come è giusto che sia, visto che si tratta del più grande ventaglio di osservazione sul comportamento umano e le sue possibili degenerazioni. Il nostro è un piccolo punto di vista, non certo un racconto completo. Nel film abbiamo fatto dire all’ex nazista che certi orrori furono portati avanti per via di un processo imitativo. Un altro personaggio dice che le motivazioni furono economiche. Sono vari punti di vista. L’argomento è tanto complesso che trovare spiegazioni univoche è molto difficile, anche per gli storici. C’è chi ha passato una vita a provare di scovarne le ragioni e spesso ha tirato fuori spiegazioni semplicistiche.”

Sorrentino ammette poi elementi autobiografici presenti nel film, ma, dice, “scappo dal raccontarli: non amo far parte della moda di parlare ossessivamente di sé.”
Interrogato infine sulle differenze tra questo film e i suoi lavori precedenti, il regista è netto: “Faccio fatica a guardarmi indietro e fare bilanci o confronti tra i miei film. È vero che gli altri non hanno il cosiddetto lieto fine, ma questo andava naturalmente verso il complemento della formazione personale che cercava e che raccontava. Rispetto al Divo, poi, faceva piacere lavorare su un binario più semplice, con meno implicazioni e minori complessità: la realtà italiana non finisce mai di avere risvolti e misteri. In un certo senso, This Must Be the Place, pur faticoso, è stato una lussuosa bella vacanza.”

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