Pablo Larraín a Roma presenta il suo Neruda, un "anti-biopic"

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Pablo Larraín a Roma presenta il suo Neruda, un "anti-biopic"

Appena qualche settimana fa, ero seduto con Pablo Larraín in un bel giardino del Lido di Venezia, per parlare del suo Jackie, che la giuria della Mostra del Cinema guidata da Sam Mendes ha voluto premiare solo con un riconoscimento alla sceneggiatura che è suonato come un contentino inutile a un film che avrebbe meritato molto di più. Oggi, l'ho incontrato nuovamente in un grande albergo romano, dove il regista cileno ha presentato alla stampa italiana un film se possibile ancora più bello.
Presentato nella Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes lo scorso maggio, Neruda è molto di più che un film biografico sul poeta cileno premiato col Nobel per la letteratura nel 1971.
Per dirla con il suo autore, Neruda è "un anti-biopic, una commedia nera, un film noir degli anni Quaranta e Cinquanta, un western, un film sulla comunicazione. È è un poema su Neruda che abbiamo realizzato sognando che lui potesse leggerlo."

Della vita del suo protagonista, Neruda racconta di quella manciata di mesi trascorsi a nascondersi dalla polizia di Videla, che lo voleva arrestato come gli altri membri del partito comunista cileno, fino alla sua fuga avvenuta attraverso le Ande, sempre braccato da un poliziotto interpretato da Gael Garcia Bernal: "Sono due personaggi ognuno a suo modo in crisi," spiega Larraín, "che in qualche modo hanno bisogno l'uno dell'altro per capire un mondo che non capiscono più. E il loro viaggio, che li trasforma, è anche la loro destinazione."

Del periodo passato fuggendo, il poeta cileno parlò proprio durante il suo discorso in occasione del Nobel, "dicendo di non sapere se quel periodo lo ha vissuto davvero, sognato o scritto," prosegue il regista. "Questa è stata per noi la chiave del nostro film, che vuole raccontare il cosmo nerudiano e non ha presunzione di catturare un personaggio così enorme e complesso e profondo come Neruda, che non mi sarei mai azzardato a rinchiude tutto in un film."
Per Larraín è stata anzi una liberazione capire che non avrebbe mai potuto mettere tutto l'uomo Neruda ("che era un amante della cucina, del vino e delle donne, un diplomatico che ha girato il mondo, un esperto della letteratura, un amante dei gialli, un politico, e forse il poeta più importante della storia") nel suo film, ma raccontarne una parte, una suggestione. D'altronde, spiega "in Cile Neruda è nell'acqua, nelle piante, nell'aria. La mappa del Cile stessa è il ritratto di Neruda. Io lo ho nel corpo, nei capelli, nella carne e nel sangue."

Quello che però il regista non voleva e poteva fare, era separare il poeta dall'uomo politico: "Erano inscindibili, è un tratto del modernismo. Oggi non potrebbe mai essere credibile un poeta americano che scrivesse poesie contro Donald Trump, ma Neruda scriveva poesie sulla situazione politica mentre si nascondeva e fuggiva, contro dei leader politici, e questa era considerata poesia; ma anche politica. Con la sua opera Neruda voleva cambiare il mondo, voleva cambiare il modo di pensare del suo pubblico," prosegue il regista. "Nella nostra generazione questo non avviene, viviamo in un mondo diverso: come dice il subcomandante Marcos, noi presentiamo un problema perché gli altri se ne facciano carico."

Generoso e intelligente, Pablo Larraín ha anche parlato del suo modo di intendere il cinema e di lavorare, sempre a partire da un film, Neruda, che gioca con un andamento non lineare, con la metafisica, con il sogno, ma che non commette mai l'errore di credersi poesia.
"Mi piace molto il cinema realista, se fatto bene," ha detto il cileno, ma io non so farlo. Non posso fare un cinema di quel tipo, a me  commuove il cinema di atmosfera. E questo è un film su Neruda che ha una struttura borgesiana. Io non funziono in modo lineare, immagino pezzi, momenti e scene di film. Una volta che ho un copione solido a disposizione, ragiono a sprazzi, getto queste scene in cucina e poi il montaggio lo assembla in base alle esigenze. Come diceva Truffaut, durante le riprese si lotta contro la sceneggiatura e al montaggio contro le riprese: sono processi diversi e il lotta fra di loro, ed è bene che ci sia questa battaglia e che si percepisca. Altrimenti andate al cinema a guardare un film che vi suggerisce già tutte le risposte. Io penso che un regista si debba fidare dello spettatore e delle sue capacità, che un film debba essere aperto, costruirsi con lo spettatore, lasciare vuoti e interrogativi, creare una dialettica tra il pubblico e lo schermo."
Con Neruda, decisamente, Pablo Larraín ci è riuscito.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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