Interviste Cinema

Oliver Stone si racconta alla Festa del Cinema di Roma 2016

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Protagonista e mattatore della seconda giornata del festival, il regista ha risposto alle domande di Antonio Monda e Richard Pena.

Oliver Stone si racconta alla Festa del Cinema di Roma 2016

Dopo la conferenza stampa e prima del red carpet di Snowden, Oliver Stone è stato protagonista del tradizionale Incontro nella seconda giornata del festival con la sua vibrante personalità. In una Sala Petrassi stipata all'inverosimile, il grande regista americano ha risposto alle domande del direttore del festival Antonio Monda e dell'ex direttore del New York Film Festival Richard Peña, tra una clip e l'altra dei suoi film più belli ed amati. È stato come sempre illuminante ascoltarlo sui grandi temi della politica americana che tanto lo appassionano, tanto che sono stati il tema prevalente dell'incontro, alla fine del quale Stone ha presentato una clip di Novecento scelta da lui come esempio di cinema epico che ama, rendendo un sincero omaggio al talento di un maestro del cinema come Bernardo Bertolucci. Questo un ultrasintetico elenco degli argomenti di cui ha parlato.

SALVADOR - La scena che avete visto ha un dialogo veramente scabroso e penso che molti credano ancora che io sia come quelle persone. Il personaggio di James Woods è basato su Richard Boyle, che conoscevo, ed era proprio così, disperato e senza soldi e l'amico era un disc-jokey. A volte non si capisce che c'è differenza tra il messaggero e il messaggio, quindi molti pensano che io odio le donne e non mi perdoneranno mai. Feci Salvador da indipendente con una società inglese perché i miei film fino a un certo punto sono stati sempre respinti dagli Studios perché considerati troppo realistici e deprimenti. Alla fine con Wall Street mi fecero fare un film con una major e ne ho fatto anche qualcun altro ma essenzialmente lavoro da solo, fuori da quel sistema. Le nostre simpatie nell'85 andavano ai guerriglieri perché molti di loro erano stati torturati e uccisi. Di fatto però la destra fu molto amichevole e ci fece entrare nel Paese, perché per loro ero il tizio che aveva scritto Scarface. Per loro ero un eroe e così conobbi tutti i pezzi grossi della destra, come D'Aubuisson. Questo era un periodo della mia vita in cui la mia filosofia stava cambiando. Ero stato in Vietnam e avevo visto questo genere di cose e vederlo di nuovo, in età più adulta, 15 anni dopo fu scioccante. Era piuttosto evidente che gli Stati Uniti in questo caso erano dalla parte sbagliata della storia.

WALL STREET: Storicamente l'era di Reagan era quella della deregulation e molti di questi outsider come Gekko usavano tutti i mezzi possibili, inclusi bugie e tradimenti, per prendere il controllo delle società in passivo, farle funzionare e poi venderle. Se vedete ora il film vedete che si parlava di milioni di dollari ma ora l'avidità è senza freni e 100 milioni di dollari sono diventati un miliardo di dollari. Si è pagato un prezzo molto alto per questo, Reagan ha dato il via alla distruzione della classe media. Il Gekko del 1987 è stato sostituito dalle Banche del 2008. Quando sono tornato per fare il sequel sono rimasto scioccato dalla nuova Wall Street. Le banche non facevano più quello che un tempo era considerato normale, cioè una separazione tra commercio e investimenti. Wall Street non è più quella dei tempi di di mio padre.

JFK: La sceneggiatura era strutturata a frammenti, anche se non ho detto allo Studio che l'avrei girato in questo modo. È sempre stata una storia con molti punti di vista, alla Rashomon. La commissione Warren è piena di lacune. Noi cercavamo di dire “se questo è quello che dicono, vuol dire che è successo questo”, come avete visto nella scena della “pallottola magica”, un'idea davvero ridicola. È stato molto frustrante il trattamento riservato al film, che diventò un campo di battaglia politico tra opposte fazioni. È stato il film più difficile della mia carriera, sono stato costretto a difenderlo per sei mesi dopo averlo girato, ovunque, perfino nei talk show televisivi. I media più mainstream in America ci odiarono, cercarono di farmi passare per pazzo, come fecero con Garrison. Penso ancora che il concetto che ci sia stato un unico sicario sia una stronzata, ma come popolo americano accettiamo tutto, come nel caso di Snowden accettiamo la sorveglianza globale e non diciamo niente.

NIXON:  Essere empatico per me significa fare di tutto per metterti nei panni di un altro. A causa di mio padre che lo sosteneva e della mia educazione riuscivo a capire Nixon e mi hanno criticato per questo, ma penso che fosse un uomo intelligente che aveva sofferto e a differenza di Kennedy aveva avuto una vita triste. Non mi piace per niente quello che ha fatto come presidente, penso che abbia portato l'America sull'orlo di una guerra civile, ma credo che la sua sofferenza fosse reale e il suo discorso migliore e più convincente fu quando dette le dimissioni. Era un uomo fuorviato e un insicuro, ma oggi sarebbe considerato un liberale democratico. Sono stato empatico anche con Bush e ho ricevuto lo stesso tipo di critica. Idem per Snowden: volevo solo rappresentare la storia dal suo punto di vista, come l'ha vissuta e come me l'ha raccontata, ma per quanto ci si sforzi si viene sempre criticati per avere messo il proprio punto di vista nel film. Credo di aver fatto il possibile per restare obiettivo con Snowden, Bush, Nixon e Ron Kovic, di aver raccontato la storia di quella persona senza intromettermi. La gente pensa che quello che vede sullo schermo sia la mia opinione, ma non lo è.

L'AMERICA: Dalla seconda guerra mondiale è come se non fossimo mai stati smobilitati. Siamo tornati a quando i repubblicani dissero che avremmo affrontato un'altra Depressione se non avessimo continuato a investire negli armamenti. La guerra fredda fu uno strumento comodo, tutto quello che facevano i russi veniva ingigantito da noi e credo che continuiamo a far questo fin dal 1945. Il nostro sistema è pompato con gli steroidi. Abbiamo bisogno di qualcuno da combattere. Siamo nati aggressivi, siamo competitivi nelle scuole e nel capitalismo e avendo una parte francese mi dispiace molto che abbiamo perso il concetto di pace e pacatezza. Quando George McGovern, un eroe della seconda guerra mondiale, venne candidato, Nixon lo definì una mammoletta o un piagnone, stessa cosa avvenuta con Michael Dukakis. Non c'è più un partito pacifista in America. Saunders un po' ci ha provato, ma la Clinton vuole più interventi e più presenza militare, più cambiamenti di regime.

NATO IL QUATTRO LUGLIO E TOM CRUISE: Quando vedo questa clip mi commuovo molto perché mi sento così adesso e nei miei incubi sono in quella sedia a rotelle che grido e protesto e tutti mi odiano, è una cosa terribile ma succede di continuo, non cambia mai. È stato meraviglioso lavorare con Tom Cruise, un attore molto disciplinato che veniva dal successo di Top Gun, un film fatto molto bene ma con un messaggio disastroso: in pratica era un omaggio all'esercito americano nella “terza guerra mondiale”. Cruise affascinato da Ron, studiò con lui, andò per strada in sedia a rotelle, si dedicò totalmente al ruolo e fu bravissimo. All'epoca era disposto a lavorare per niente, come me, perché la Universal non fu generosa col budget anche se il film poi fu e resta un grande successo. Lui era sempre presente e onesto, fu davvero bravissimo.

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  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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