Interviste Cinema

"Non chiamatelo western" - Tommy Lee Jones parla del suo The Homesman

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Regista e attore al fianco di Hilary Swank nel suo film presentato in concorso a Cannes.

"Non chiamatelo western" - Tommy Lee Jones parla del suo The Homesman

Il western è un genere che da anni è tornato nei grandi festival internazionali e nelle sale. Vedendo il nuovo film di Tommy Lee Jones in molti potrebbero ritenerlo tale. Nessuno lo impedisce, basta che non vi facciate sentire dal regista e attore, che dice con sdegno: “A Hollywood se vedono una carovana e i cavalli pensano subito sia un western!”.

Lo ha detto senza troppe cerimonie, come ogni altra cosa, nel corso della conferenza stampa di presentazione del suo ottimo nuovo film, The Homesman, che lo riporta di nuovo in concorso al Festival di Cannes dopo il notevole Le tre sepolture.

Siamo nel XIX nei territori del Nebraska, luogo inospitale al di là della linea della “civilizzazione” della giovane nazione americana. Una donna (Hilary Swank) vive una routine dura, fra la terra da arare e gli animali da sfamare. Non se la passa male economicamente, ma è sola, senza un marito, che cerca disperatamente. Un giorno si impegnerà in prima persona a scortare tre donne (e mogli) per varie ragioni uscite di senno fino all’est, da un pastore presbiteriano. Lungo la strada troverà un compagno di cammino piuttosto improbabile, un disertore dell’esercito interpretato dallo stesso Tommy Lee Jones.
In questa formazione la carovana andrà avanti fra il freddo intenso invernale.

Di seguito alcune considerazioni di un Tommy Lee Jones sempre pronto a rispondere che è il film che parla da solo. Cortese ma ostico, dal carisma intenso e lo sguardo da cui percepiamo la voglia di essere altrove, magari nel suo amato ranch in Texas.

Ho impiegato non più di tre secondi per capire che Hilary Swank era perfetta. Fisicamente, emotivamente e anche etnicamente, visto che è del Nebraska. Non aveva paura dei cavalli. Ci siamo incontrati in un ristorante italiano di Beverly Hills e via.

Per documentarci abbiamo letto molti libri e soprattutto alle fotografie dell’epoca. Soprattutto sul tema della follia fra le donne nel XIX. Pensare che la migliore cura per la schizofrenia all’epoca era ritenuta l’immersione in acqua ghiacciata per otto ore. Abbiamo poi studiato come costruire le case in un posto in cui non c’erano alberi. Un posto non molto invitante per una donna dell’era vittoriana.

Non capisco quella parola, “western”, non capisco cosa voglia dire “genere”. Abbiamo cercato di fare il film migliore che potevamo. Cerchi una porta, una finestra e una strada che conduca all’originalità, la prendi, ti lanci dalla finestra e vai sempre dritto. Non pensavamo a generi o altro, ma solo a fare un film sulla storia americana.

Sulle ispirazioni per il film posso dire che il mio amico Norman Mailer diceva che “i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano”. Io lo faccio sempre.

Il tono, che alterna il tragico e la commedia. era sicuramente molto importante, sottile e predeterminato. Ci siamo mossi seguendo in questo la sceneggiatura. Non nascondo il fatto che l’imperialismo americano nei confronti dei nativi è presente, ci abbiamo pensato prima di scrivere la sceneggiatura e mentre giravamo e credo che il film parli per se stesso.

Non credo ci sia nessuna donna che non si sia mai sentita usata come oggetto, c’è un’origine in questo e ho cercato di raccontarla. Il viaggio è opposto a quello che vedi di solito in un film con carovane e cavalli. Andiamo dall’ovest all’est e non al contrario.

Non ho paura che il mio ritratto dei nativi americani possa essere ritenuto una visione stereotipata come cattivi. In quel periodo non era certo strano che incontrandoli potessero uccidere. Sono invece orgoglioso sul lavoro di ricerca fatto per scegliere i costumi.

Abbiamo usato due fonti musicali: una è la storia, con la scelta molto accurato di canzoni del passato negli archivi del XIX da parte del music supervisor, che sono orgogliodo sia mio figlio; dall’altra la composizione di Marco Beltrami, un ottimo compositore che qui ha inventato almeno due strumenti, arrivando a mettere un microfono dentro una grande tanica di metallo piena d’acqua per catturare i rumori del vento. Sì, proprio il vento è lo strumento più usato nel film.

Da parte sua Hilary Swank ha raccontato la sfida di entrare nei panni di una donna dell’800 in un mondo tutto al maschile. Ecco alcune sue considerazioni.

La cosa più difficile pensavo sarebbe stata cavalcare o spingere due muli e l’aratro. Ci ha dato modo di capire come vivevano e lavoravano in un’eccezionale sfida. Le condizioni meteo erano spesso faticose e non ci lavavamo le orecchie come accadeva a loro.

Sono diventata un’attrice perché amo le persone, amo quello che ci rende simili e quello che ci rende diversi. Cerco la realtà. Ci sono donne molte intense e forti fra i ruoli che ho fatto e questo personaggio era una di queste.




  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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