Nome di donna: Marco Tullio Giordana e le sue attrici presentano il film

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Nome di donna: Marco Tullio Giordana e le sue attrici presentano il film

Nome di donna è l'undicesimo film diretto da uno dei nostri maggiori e più impegnati registi, Marco Tullio Giordana, ma è anche una storia tutta al femminile, nata dalla penna e dalle ricerche della sceneggiatrice, la giornalista Cristiana Mainardi, che racconta una delle tante, tantissime storie (un milione e mezzo secondo un recente rapporto ISTAT) di molestie subite dalle donne sul luogo di lavoro. In questo caso i fatti si svolgono in una residenza di lusso per anziani in Lombardia, a conduzione privata e religiosa. A presentare alla stampa il film – che non a caso arriva in sala per la Festa della donna, l’8 marzo, in 200 copie distribuite da Videa (e con un tour nella penisola di regista e cast), c’erano oltre al regista e all’autrice la protagonista Cristiana Capotondi (Nina) insieme a Michela Cescon, che interpreta una agguerrita avvocatessa, e a Stefano Scandaletti, sensibile compagno di Nina, uno dei pochi uomini a fare una figura almeno decente. Assenti purtroppo per motivi di lavoro il “molestatore” Valerio Binasco, il sacerdote complice Bebo Storti e la grande Adriana Asti, nel ruolo più o meno di se stessa (anche se ancora attivissima, al contrario del suo personaggio).

Marco Tullio Giordana racconta il suo coinvolgimento nel progetto che, a scanso di equivoci, risale a ben prima dell'esplosione del dibattito, anche nel nostro paese, a partire dallo scandalo Weinstein: "Un paio d'anni fa me l'hanno proposito Lionello Cerri e Cristiana Mainardi, era una sceneggiatura molto bella, due o tre anni fa non è che il problema non esistesse ma non era così sugli scudi come oggi. Mi è piaciuto il fatto che non affrontava questo tema dal punto di vista militante ma indagava un personaggio femminile coraggioso e temerario e quello che succede intorno alle altre donne, non solo quelle che sono state oggetto delle attenzioni del personaggio di Binasco, ma tutti i personaggi femminili non erano giudicati erano raccontati nella loro fragilità e anche nei danni collaterali, accennati nei personaggi della moglie e della figlia. Ho scelto attori che mi piacevano, molto bravi e molto credibili nel non giudicare i personaggi”.

Cristiana Mainardi parla della necessità di questa storia: “Avevo in mente questi fatti degli anni ‘90 che portarono a considerare la molestia nella legge del 1996 ma con la crisi economica emergevano nuove o antiche fragilità, c'era qualcosa che assomigliava a un'emergenza. Io amo la quotidianità e ho cercato un frammento di racconto di quel nostro modo di relazionarci agli altri, Era un argomento che poteva suscitare indifferenza o fastidio, era quasi respingente. Quando lo proponevo per farne un film mi dicevano “forse se non l'hanno fatto finora c’è un motivo”. Ho fatto una ricerca obiettiva con figure che lavorano su questo tema, e ho sentito storie che risalivano anche a 50 anni fa, come l’espisodio del collocatore dei frutteti. Ho cercato di incontrare donne e di ascoltare le loro sensazioni e il loro dolore profondo di fronte a certe storie. Poi ho ricostruito una storia di fantasia perché volevo dare una chance e una speranza a un personaggio che potesse arrivare a un esito positivo, pur consapevole che è solo una su 1 milione e mezzo di donne”.



Cristiana Capotondi trova interessante “che si svolga all'interno del luogo di perché quello che è accaduto riporta il tema alla necessità di fare pulizia in questo mondo. Nina come molte ha solo desiderio di lavoro e non vuole accettare compromessi e ha il bisogno di restare indipendente, un bisogno legittimo per una donna oggi. All'interno di questo mondo si genera la storia folle, coraggiosa, determinata e vincente di questa donna. Michela Cescon sul suo personaggio: “E' bello l'incontro tra questa avvocato e Nina che trova negli occhi di un'altra donna l'aiuto per vincere. E’ una bella avvocatessa, simpatica, molto diretta, abituata a vincere, che dice che sarà una guerra ma le dice anche “ce la facciamo perché dici la verità, perché hai ragione”. Nella solitudine che la circonda un incontro con un’avvocatessa del genere è fondamentale” Scandaletti commenta la lotta solitaria della sua compagna: “Un aspetto di Nina è la sua solitudine, anche se il mio personaggio ha un affetto estremo nei suoi confronti, proprio per troppo affetto diventa fragile, nel momento in cui contrasta le scelte di Nina la sua battaglia diventa ancora più forte ed è bello vederla crescere nella sua guerra. Mi stupisco che nel 2018 non sia ancora stato fatto un film su una storia del genere”.

Nella vita, Cristiana Capotondi non ha mai, fortunatamente, affrontato situazioni di ricatto del genere: “Non mi sono mai scontrata con una realtà del genere, ma l'ho sentita raccontare da altre persone anche in maniera emotivamente coinvolgente. Al di là del fatto che sia o non sia capitato la cosa più attendibile è la ricerca ISTAT alla base di questa storia. Bisognerebbe cambiare mentalità a parrtire dalle mamme che educano i figli, la cosa che mi preme di più è bonificare i luoghi di lavoro, devono essere scevri da vessazioni e abusi psicologici, che sono sottili ma molto dolorosi perché attengono alla sfera dei propri valori”. Sulla figura del prete connivente, Giordana chiarisce: “Ci sono due figure di religiosi nel film il capo del personale di quest'azienda sanitaria privata (e sappiamo che la Chiesa ha le mani anche lì) ma c'è anche un altro sacerdote che ha un’altra idea del suo ministero e da timido e timoroso che era decide poi di fare il suo dovere: Non è in alcun modo un discorso contro la Chiesa, anche perché col nuovo Papa sembra proprio ribaltata la tradizione di stare coi potenti, ma queste figure sono importanti, soprattutto in Lombardia dove si svolge la storia e dove la Chiesa ha fatto, come avrebbe detto Andreotti, “non bene”.



Il dibattito sulle molestie sembra aver diviso anche le donne. Risponde Cristiana Mainardi: “Non credo a questa cosa della divisione, penso che ora stia accadendo qualcosa che è nuovissimo, che rompe un silenzio secolare e mi sembra sacrosanto che questa cosa sia il cuore di un dibattito, di un confronto che deve riguardare anche gli uomini, l'importante è parlarne perché questo è un punto di partenza fondamentale, che ci sia un dialogo aperto”. Cristiana Capotondi: “Si devono ancora segnare i perimetri dell'abuso, della violenza, della molestia, è qualcosa che si sta compiendo e sta iniziando ora. Da donna dico che sono contenta che si sia fatta luce sugli effetti collaterali del potere e che sia determinante per questo esprimere dei leader, che siano politici, direttori di grandi aziende o primari di ospedale, ma persone autentiche che non portino le loro psicosi nel luogo di lavoro. Il potere determina una serie di diritti ma soprattutto di doveri, gli corripsponde una grande responsabilità”. Michela Cescon: “Le donne hanno voglia di capire e quello che viene fuori è che non è una regola di gioco, non dobbiamo dare per scontato che può succedere, che succede in tanti casi e che dunque è scontato, ma ognuno di noi dovrebbe provare l'orgoglio di non essere il bocconcino di nessuno”.

Marco Tullio Giordana va oltre e spiega che omertà è una parola intraducibile in altre lingue, e si dice convinto che cadrà “in seguito alle testimonianza delle audaci e degli audaci. Bisogna cominciare a dare delle spallate, i primi si fanno male, ma io ho fiducia che le cose possano cambiare sennò non farei cinema”. Ribadisce poi che “la molestia, l’abuso, la manina, il piedino, il ginocchietto non fa parte della deliziosa guerra tra i sessi, è un problema di potere che io ho e tu non hai e che riguarda tutti i rapporti di potere, non solo tra uomo e donna ma quando c’è qualcuno che è in grado di esercitare una soggezione e uno che può anche dirgli di no ma a un prezzo molto alto”.

Quello che è certo è che Nome di donna farà discutere, e molto, e che è un film davvero importante e attuale. In sala dall'8 marzo.



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