Interviste Cinema

Noir in Festival 2012: Gabriele Salvatores racconta la sua Educazione siberiana

Torna a Courmayeur, dove negli anni ci ha parlato di quasi tutti i suoi progetti cinematografici, compresi quelli mai realizzati, Gabriele Salvatores, che ha trasformato in un film il celebre romanzo di Nicolai Lilin Educazione siberiana

Noir in Festival 2012: Gabriele Salvatores racconta la sua Educazione siberiana

In questo 2012 le rigide temperature di Courmayeur non hanno minimamente allarmato Gabriele Salvatores.
Il regista di Io non ho paura e Come Dio comanda è infatti diventato un grande intenditore di climi freddi, visto che per girare il suo ultimo film ha dovuto sopportare il gelo di Vilnius, capitale lituana dove i 30 gradi sottozero non sono affatto un’eccezione.
Insieme a Nicolai Lilin, autore del libro da cui Educazione siberiana prende spunto, Salvatores ha dato al festival qualche anticipazione su un’opera che probabilmente comparirà nella selezione del prossimo Festival di Berlino e che per lui ha costituito una gustosa occasione di prime volte. “Educazione siberiana” – spiega – “è il primo film che faccio che, invece di partire da una mia idea, mi viene proposto da altri, in questo caso da Cattleya. E’ anche il primo film in cui non lavoro insieme ai miei amichetti e nel quale gli attori parlano in inglese. E’ il mio film più importante dal punto di vista produttivo e soprattutto è il primo film che somiglia almeno un po’ al sogno di cinema che avevo quand’ero ragazzo.
Girarlo non è stato affatto facile, a causa delle pessime condizioni climatiche. Gli attori erano sempre stravolti dal freddo e con le labbra viola, e spesso i macchinari si inceppavano costringendoci a girare a 1 fotogramma al secondo. Nonostante il gelo, ci è venuta a mancare la neve proprio quando ne avevamo bisogno, e così siamo stati costretti ad allungare le riprese. A fine lavorazione, ho finalmente capito perché gli inglesi usino lo stesso verbo, e cioè to shoot, per dire girare e sparare: fare un film è come andare in guerra”.

Gabriele Salvatores ha avuto subito l’approvazione di Nicolai Lilin, che non voleva dare il suo romanzo autobiografico in pasto a chi non fosse capace di coglierne lo spirito: “Quando, da ragazzo, tornai dal servizio militare in Russia, mi sentivo confuso, stordito. Cercavo di capire perché la gente si facesse del male andando in guerra. Per tirarmi su di morale un mio amico mi fece vedere Mediterraneo. Era una storia molto lontana da me, ma la trovai piena di poesia e di verità. Questo mi spinse a vedere anche gli altri film di Salvatores e ad apprezzarlo come regista. Quello che però mi ha convinto, molti anni dopo, ad affidare a lui il mio libro è stata una frase che mi ha detto la prima volta che ci siamo incontrati: ‘Educazione siberiana è una storia che parla del crollo del vecchio mondo di fronte all’affermarsi del nuovo’. Gabriele ha saputo leggere fra le righe e non ha mai voluto trasformare il libro in una storia di mafia russa, sul modello de La promessa dell’assassino di David Cronenberg. No, lui voleva andare più a fondo”.

Al di là del messaggio politico, che pure sembra presente nel film, Educazione Siberiana non nasce con un intento sociale né documentaristico. “Con Stefano Rulli e Sandro Petraglia che hanno scritto con me la sceneggiatura” – dice Salvatores – “volevamo dare importanza alle vicende private, volevamo sviluppare dei personaggi. Educazione Siberiana racconta tante storie e a noi spettava il compito di trovare un fil rouge che le collegasse e le facesse risuonare. Anche se il film ha un respiro epico e non nego di essermi ispirato a Lawrence d’Arabia e al Dottor Zivago di David Lean, la dimensione familiare era per noi l’elemento più importante”.
“Credo che in questo senso il film riprenda il verso di una canzone di Francesco De Gregori” – interviene Lilin – “che ci dice che la storia siamo noi. Per me la storia è sempre stata quella tramandata dai racconti della gente comune. Sono i piccoli casi personali che fanno la storia e non le informazioni, quasi sempre sbagliate, che ci forniscono i media”.
Fra le molte sfide che si sono imposte a Gabriele Salvatores c’era la ricostruzione di un mondo dai contorni ben definiti, una comunità caratterizzata da precise regole morali e comportamentali: “L’universo descritto da Nicolai è molto complesso. E’ una comunità fatta di criminali che amano definirsi ‘onesti’ e nella quale fra i simboli di una religione onnipresente c’è anche una Madonna armata di 2 pistole. Per rendere giustizia a questo sistema di valori e non allontanarci mai dal realismo abbiamo fatto uno sforzo enorme. Mi sembrava di essere tornato ai tempi di Nirvana e posso dire con certezza che questo è stato un vero e proprio film in costume”.

Distribuito da 01 Distribution, Educazione siberiana affianca a un cast lituano un grande mattatore del cinema americano come John Malkovich. “Di lui” – ci racconta Salvatores – si dicevano cose terribili. Lo si dipingeva come una persona cortese ma capace di esplodere di fronte alla minima difficoltà. Invece la nostra è stata un’ottima collaborazione, e questo perché abbiamo una storia molto simile. Entrambi abbiamo superato da poco i 60 e abbiamo vissuto questo passaggio come un fatto un po’ traumatico. Tutte e due da giovani volevamo diventare rockstar, poi siamo passati per il teatro e infine siamo approdati al cinema. Il nostro lavoro nel film è partito da questa intesa e io ho sempre visto il suo personaggio, che è un maestro del crimine, come una specie di ultimo dei mohicani”.

Anche se Educazione Siberiana ha messo Gabriele Salvatores di fronte alle umane cose di un’altra parte di mondo, questa storia di crescita e maturazione che abbraccia un arco di tempo compreso fra il 1985 e il 1995 non è posi così lontana dalla precedente filmografia del regista, che ci assicura profonde amicizie maschili, lotta fra bene e male, maestri di vita e allievi disposti ad ascoltarli.

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