Nato a Casal di Principe: Regista e interpreti raccontano il film tratto da una storia vera

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Nato a Casal di Principe: Regista e interpreti raccontano il film tratto da una storia vera

Presentato alla Mostra del cinema di Venezia nella sezione Cinema nel Giardino, e ovviamente poco visto, arriva in sala il 25 aprile distribuito da Europictures Nato a Casal di Principe, che racconta una storia vera e drammatica avvenuta nel 1989 all’ex attore e ora produttore esecutivo Amedeo Letizia, che molti ricorderanno come il Gigi de I ragazzi del muretto: il rapimento del fratello Paolo, ventunenne con le frequentazioni sbagliate, da parte di un’organizzazione camorrista locale in un periodo di guerra tra clan, e l’inutile lotta della famiglia per riportarlo a casa. Alla presentazione alla stampa c’erano tutti: oltre al regista Bruno Oliviero, che torna al cinema di (quasi) fiction dopo il debutto con La variabile umana, i protagonisti Alessio Lapice (Amedeo), Massimiliano Gallo (il padre), Donatello Finocchiaro (la madre), ma anche gli altri attori del film, i produttori e il sindaco di Casal di Principe Renato Natale, di cui vi invitiamo a scoprire la coraggiosa lotta contro la criminalità, i genitori e le sorelle di Letizia che hanno partecipato a un film che racconta la loro terribile vicenda, la cui orribile risoluzione si è scoperta solo nel 2014 e dunque non compare nel libro, scritto da Letizia con Paola Zanuttini per Minimum Fax nel 2012, e nel film che è stato proposto al regista Bruno Oliviero che l’ha subito accettato:

“La sceneggiatura di Maurizio Braucci e Massimiliano Virgilio si distacca un po' dal libro, hanno fatto una ricerca sul campo cercando di ricostruire le settimane intorno al rapimento. La cosa che mi ha colpito subito è la capacità di tirare fuori da questo argomento, che cinematograficamente conosciamo bene, un aspetto poetico che risiede nelle persone che lo subiscono inconsapevolmente, che non sono eroi e vivono un queste terre martoriate dal male, dalla camorra, che diventano vittime di questa violenza e si devono rialzare. E' una forma di resistenza ed è molto politico. Questo mi ha subito interessato e anche grazie ai documentari che ho fatto mi sono reso conto che potevo entrare nella ricerca della realtà e di poeticità della verità”.

Per Letizia e per la sua famiglia è stato ovviamente doloroso riaffrontare “un dramma del genere dopo che avevamo detto basta, e avevamo messo il demone a dormire. Avevo l'esigenza di scrivere questa storia, il rapimento di una persona è sempre una cosa terribile, hai sempre la speranza che torni, non sai se è viva o morta e non fai pace col dolore. Paolo rimaneva in un limbo, nessuno ne parlava pià, non c'erano foto in casa, quindi scriverne è stata una sorta di autoanalisi. Allora sarebbe venuto spontaneo vendicarsi ma sarebbero morte altre persone, oggi forse noi non saremmo qui e ci sarebbe stata una scia di sangue che avrebbe travolto anche il ricordo di mio fratello. Ho cercato di far capire il periodo terribile che stavamo vivendo: a Casal di Principe le rapine, l’illegalità erano all’epoca cose normali. Mi sono detto che mio fratello non poteva morire due volte, e da questi forti sentimenti è nato tutto. Nel film si vedono le mie sorelle, i miei genitori (abbiamo girato a casa loro), il ragazzo che interpreta Marco è il figlio del vero Marco, che si chiama Paolo come mio fratello. Ogni volta che vedo il film mi commuovo, ma sono soddisfatto".

Sullo stile scelto per il film, Oliviero risponde: “Quando uno cerca la verità profonda delle persone e delle cose si ritrova a tirar fuori uno stile, penso che questo sia un film che non spettacolarizza gli aspetti finti della camorra, le violenze, gli atteggiamenti, ma fa vedere cosa vuol dire vivere in una terra di camorra. Ho pensato a un vecchio western, un film alla John Ford, con un ritmo anche molto serrato in certi momenti”. Il finale rispetto alla versione veneziana ha anche una scena diversa: “Ci sono due cose importanti nel finale: una è l’improvvisazione di Alessio a bordo lago, quel discorso sulla camorra non era scritto. Gli ho chiesto di improvvisare e ci siamo ritrovati con questo semplice e quasi ingenuo discorso su cos'è la camorra, che è il discorso di un ragazzo. Per me era poi fondamentale che quando si passava ai cartelli che raccontano la vera storia di Paolo, lo spettatore avesse un piccolo shock nel vedere il paese dall'alto: quelle cose sono accadute lì e ne resta traccia. Ed era importante ribadire che quello che raccontiamo è finzione mentre la storia vera è più forte, più tragica”.

Alessio Lapice, noto per il ruolo di Alfredo Natale in Gomorra, parla della responsabilità nei confronti della famiglia Letizia: “I primi incontri con Bruno sono stati bellissimi ma li ho affrontati semplicemente da attore, poi, andando avanti, quando sono venuto in contatto con la famiglia vera, mi sono reso conto dell'importanza di quello che stavo affrontando. Dovevo fidarmi di dare qualcosa di più di me stesso e di quello che insieme stavamo facendo. Quando tornavo la sera in albergo vivevo con l'ansia, non volevo deludere queste persone, volevo cercare di restituire qualcosa nel mio piccolo. Era come se mi avessero dato delle chiavi di uno scrigno importante, che ho cercato di restituire nel modo più intatto possibile”.

Donatella Finocchiaro ha parlato della particolarità del lavoro per il film: “E’ stato un lavoro attoriale molto particolare, con prove un mese prima di girare, addirittura per Alessio una full immersione di 3 o 4 mesi in questo albergo di Castel Volturno che era tipo Shining, isolatissimo. Capivamo l'importanza del progetto, e voglio riconoscere la bravura del regista nel metterci nelle condizioni di interpretare al meglio i personaggi di questa storia vera. Ernestina, la madre, è stata una musa ispiratrice ma dovevo trovare nello stesso tempo un personaggio credibile. E' sempre più difficile in questi casi perché hai un metro di paragone. L'incontro con lei mi ha aiutato molto, mi ha sconvolto e stupito il suo sorriso, il fatto che abbia trovato una sorta di consolazione nella fede, è una donna molto religiosa. Le sorelle di Amedeo nel film sono le donne con cui si facevano le preghiere, si è creata una verità che per noi attori è rara”.

Massimiliano Gallo considera Nato a Casal di Principe un grande film: “Bruno è capace di leggere una storia così tremenda con la sensibilità di uno che resta sempre a metà tra la porta e la stanza al cui interno c'è un dolore, raccontato con grande dignità. E’ un lavoro in cui si è fatta improvvisazione. In Italia si pensa che sia una cosa un po’ da cialtroni, invece come De Niro e Joe Pesci facevano una scena improvvisata, la provavano per una settimana e poi veniva messa su carta, noi abbiamo provato delle scene, provato a capire dove potevamo arrivare e poi le abbiamo messe su carta, cercando di trovare la verità di un dolore del genere. Il film racconta anche come un dolore come questo venga vissuto diversamente, può distruggere o unire una famiglia, io lo ritengo un piccolo grande film che resterà in sala pochissimo secondo le logiche del cinema italiano e chiedo a voi di darci una mano”.

E allora vediamo di smentirlo, Gallo, e di andare in sala il 25 aprile a vedere questo film che racconta una delle tante storie orribili di cui la mafia e la camorra hanno disseminato il paese, e il dolore di chi le ha subite, per essersi trovato a vivere in un luogo in cui la criminalità era la normalità e l’omertà era la legge che tutti rispettavano. Anche perché dagli incassi del film, uniti a un contributo della produzione, dovrebbe nascere un’accademia fondata da Letizia, con l’apporto del Comune e con Massimiliano Gallo alla direzione. che insegnerà proprio ai ragazzi di Casal di Principe il mestiere dell'attore e gli altri lavori del cinema. E da una storia tanto brutta potrebbero nascere le belle speranze del domani.



Daniela Catelli
  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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