Interviste Cinema

Michel Hazanavicius presenta alla stampa The Artist

E' un vero piacere vedere The Artist, e ancora di più incontrare Michel Hazanavicius, 44enne regista francese, cinefilo come pochi, venuto a presentare la sua scommessa al pubblico italiano.


 

E' un vero piacere vedere The Artist, e ancora di più incontrare Michel Hazanavicius, 44enne regista francese, cinefilo come pochi, venuto a presentare la sua scommessa al pubblico italiano.
Dal 7 dicembre a Roma e Milano, dal 9 nelle città capozona per espandersi poi nel resto d'Italia (con 80-90 copie di tiratura), dopo la presentazione a Cannes e il premio al protagonista Jean Dujardin,

The Artist ha già vinto premi in America ed è in pieno “Oscar buzz”. Niente male per un film muto e in bianco e nero che rievoca l'epoca d'oro di Hollywood, interamente girato in America, ma che ha dovuto faticare non poco per arrivare sullo schermo. Michel Hazanavicius, marito della splendida protagonista Bérénice Béjo, è grato per questo al produttore Thomas Langmann: “lui è stato la persona più folle di tutti, ci ha investito addirittura dei soldi di tasca sua, e ha dato piena fiducia a un'idea che non era nemmeno sua, ma mia. All'inizio ho incontrato molti rifiuti, ma poi anche il successo in Francia del secondo film della serie OSS 117 mi ha permesso di essere preso sul serio. Per quanto riguarda le reazioni all'estero non me le aspettavo minimamente. Avevo fiducia nel film, sapevo che era venuto bene, ma gran parte del merito va a Harvey Weinstein che cercava film papabili per l'Oscar – sono ossessionati da questo in America – ed è volato a Parigi apposta per vederlo. Se n'è innamorato, e l'ha comprato prima ancora di Cannes. E quando lui compra un film questo acquista automaticamente valore”.

La voglia di fare un film muto e in bianco e nero nasce dalla passione del regista: “ero molto attratto dalla forma del cinema muto, penso che sia un formato straordinario, il suono è molto importante in un film, e dove non c'è sonoro è il pubblico che lo crea, che inventa i dialoghi, è costretto a fare uso della propria immaginazione. E' la prima lezione di cinema che ho imparato da Fritz Lang in M, quella della bambina con il pallone adescata da Peter Lorre. Il pubblico vede il pallone rotolare e può solo immaginare il resto. Quindi, meno io faccio, più fa lo spettatore. Per un regista è molto eccitante fare un film muto, raccontare storie con immagini che si muovono è la forma più pura di narrazione ”.

Qual è stato l'approccio che ha adottato con gli attori?
“Per me il lavoro con gli attori inizia con la scrittura del copione e in questo film non c'è della pantomima, non c'è mimo, quindi ho adottato un approccio naturale. I costumi aiutano molto a entrare nell'epoca e nei personaggi. Ci sono due tipi di cinema muto: quello con i clown – nel senso nobile del termine – come Charlie ChaplinBuster Keaton, e quello con attori più tradizionali, fatto da registi come Murnau, Von StroheimBorzage, Hitchcock, ecc. Gli attori recitano secondo i codici degli anni Venti, ma nel modo più naturale possibile. Il film va un po' più veloce, l'ho girato a 22 fotogrammi al secondo, e questa leggera accelerazione cambia anche la loro gestualità. E ha un altro vantaggio: molto spesso vediamo dei film e diciamo che hanno 10 minuti di troppo. Beh, questo non li ha, perché se fosse stato girato a velocità normale durerebbe 1 ora e 55, invece dura un'ora e quaranta. Gli attori inoltre hanno sempre recitato con la musica, ma quando lavori con gente così brava, in fondo non ti serve altro”.

A una domanda sul fatto se gli attori siano stati liberi di improvvisare ci risponde: “Sì, di scritto, a parte le situazioni, c'erano solo le didascalie. Uno che adora improvvisare e si è divertito moltissimo è John Goodman. Quanto a Jean Dujardin, mi piaceva fin dall'inizio di farlo comunque parlare il meno possibile, anche di persona è un tipo laconico, e inoltre non parla bene inglese, per cui era perfetto”. Tra i molti modelli del film molti citano Cantando sotto la pioggia, ma fondamentali sono anche Viale del Tramonto e Quarto potere. E' vero? “Assolutamente sì. Billy Wilder per me è un dio, e proprio quel tipo di ironia nera a cui lei faceva riferimento è quella che ho cercato di dare al film. E ci sono scene che ricordano anche Quarto potere.”

Hazanavicius ci racconta poi che per la scena finale (che non riveliamo), il protagonista ha dovuto andare a lezione di danza per sei mesi, e si dimostra contento quando gli diciamo che Peppy Brown, interpretata da sua moglie, ci ha ricordato molto Eleanor Powell, perché ci rivela che è proprio l'attrice americana il modello a cui si è ispirata l'attrice per il personaggio. Grande amante del classico cinema americano, Hazanavicius ci dice di amare anche, sopra ogni altra cosa, il cinema italiano degli anni Settanta (non a caso ha diretto un episodio di Les Infidéles, un film a sketch ispirato ai Mostri e ai Nuovi Mostri) e il free cinema inglese.

A una domanda sul tipo di fotografia in bianco e nero che ha scelto per il film, risponde:  “Orson Welles diceva che il bianco e nero è il miglior amico degli attori. Ed è vero, anche in questo caso sottraendo raggiungi un risultato migliore. Lo spettatore può immaginare tutti i colori del film, e spariscono i rossori, i pori della pelle, tutte le piccole imperfezioni dei volti degli attori. Inoltre anche girare in 4/3 aiuta, perché nei primi piani l'attore riempie tutto lo schermo, a differenza del Cinemascope dove ne occupa più o meno il 30%. Il formato rende davvero divino l'attore. Io ho cercato di usare diversi tipi di bianco e nero: uno più contrastato agli inizi quando le cose vanno ancora bene, poi ho usato molto la gamma dei grigi, fino a dare un aspetto più sfumato e grigio quando la situazione del protagonista cambia in peggio”.

Uno dei protagonisti del film è uno straordinario cagnolino che accompagna il protagonista nelle sue avventure, amandolo di un amore assoluto. E' un cagnolino che ricorda agli americani l'Asta de L'uomo ombra, agli italiani quello di Umberto D. (“confesso di non averlo mai visto”)  e ai francesi quello che accompagna Jean Gabin ne Il porto delle nebbie. Come gli è venuta l'idea di inserirlo? “Beh, anche qua ho avuto fortuna. Il cane non è un attore, non ha letto il copione. Adorava le salsicce, per cui se le mettevamo nelle scarpe dell'attore lo seguiva dappertutto. All'inizio l'ho inserito perché mi sembrava una cosa molto anni Venti ed era divertente, e alla fine il cane è divenuto la star del film. Forse una spiegazione sta nel fatto che il personaggio di Jean a ben guardare è egoista, egocentrico, orgoglioso, pieno di sé, respinge l'amore di questa ragazza, si comporta male con la moglie, e alla lunga questo poteva stancare lo spettatore. Ma il cane ha molta fiducia nel suo padrone, completa il personaggio, lo cambia, ci induce a pensare che forse quest'uomo ha anche dei lati positivi. Inoltre è l'unico personaggio che non parla,  che non ha accesso al linguaggio, ama al di là e al di fuori del linguaggio e della parola.  E credo che questo sia, al fondo, il cuore e il significato del film”.

 

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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