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Michel Hazanavicius ci parla di The Search: "Volevo raccontare l’odissea cecena"

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Il regista oscar per The Artist cambia totalmente genere

Michel Hazanavicius ci parla di The Search: "Volevo raccontare l’odissea cecena"

Il successo di The Artist è arrivato totalmente inatteso e ha cambiato la carriera di Michel Hazanavicius.
Dopo la vittoria di cinque oscar e incassi incredibili per un film muto in bianco e nero, il regista francese avrebbe potuto fare qualsiasi cosa come nuovo progetto. E ha scelto un film di guerra ambientato nella martoriata Cecenia, The Search, protagonista sempre la moglie Bérénice Bejo, che esce il 5 marzo negli schermi italiani dopo aver ottenuto una fredda accoglienza al Festival di Cannes.

Abbiamo incontrato Hazanavicius a Parigi in occasione dei Rendez-Vous di Unifrance. Non ha nascosto la sua amarezza nei confronti della critica, specie quella francese, che ha in buona parte stroncato il suo film. Nononstante questo ha difeso con passione The Search e la decisione di scegliere un tema così lontano dai suoi precedenti.

"Ho fatto il film che volevo fare. È un tema che mi stava a cuore perché ho incontrato dei ceceni nella mia vita e sono rimasto scioccato dalla differenza fra le persone che ho conosciuto e la descrizione di loro che veniva fatta dai media. Come se tutti fossero dei terroristi. La loro guerra è stata una delle più violente e sporche della fine del XX secolo e non era mai stata raccontata in un film."

Come mai ha deciso di tagliare il film di 20 minuti dopo Cannes? È stata una scelta dolorosa?

È stata una decisione molto facile da prendere, avevo deciso di tagliarlo anche andando a Cannes. Pensavo fosse troppo lungo e le reazioni al festival mi hanno aiutato a trovare dove e come tagliare. Non è stato assolutamente un sacrificio e nessuno mi ha forzato nel farlo. Non ci saranno director’s cut, questa è la mia unica versione.

Si è ispirato a Odissea tragica (The Search in originale) di Fred Zinnemann, film del 1948?

Sì, certo, c’è anche costato 200.000 euro. Ho mantenuto una trama che mi sembrava buona e soprattutto volevo riproporre l’idea di Zinnemann di fare un film a vocazione popolare, fatto per il grande pubblico, pur affrontando un soggetto difficile: nel suo caso dei campi di concentramento, nel mio della guerra in Cecenia.

I recenti fatti di Parigi cambiano la prospettiva in cui può essere visto questo film dal pubblico?

Non in maniera diretta, quello che è successo a Parigi è figlio di una situazione che già esisteva. Non credo che ora sia più attuale rispetto a qualche mese fa, no.

Cosa le ha portato la vittoria di cinque Oscar?

Più libertà, l’accesso più facile a finanziamenti difficili, forse più fiducia in me stesso, delle aperture negli Stati Uniti in termini di sceneggiature proposte e accesso ai finanziamenti. Detto questo ci sono più persone che mi amano più del normale e più persone che mi amano meno del normale. Quello che cambia non sei tu, ma l’immagine di te, il modo in cui la gente ti vede.

Come ha scelto i luoghi in cui girare il film?

Sono stato in Georgia e l’ho trovata un posto molto cinematografico, molto toccante. Con quei paesaggi diroccati corrispondeva alla storia che volevo raccontare in termini emotivi. In più c’è una comunità cecena molto numerosa. Infine il fatto che i georgiani abbiano combattuto un conflitto recente con i russi ha fatto sì che l’esercito poteva prestarci del materiale militare russo senza metter bocca sul film, cosa molto rara.

Come avete lavorato alle numerose scene violente presenti nel film, non solo come regista, ma anche come essere umano?

È un processo molto lungo, una delle grandi sfide di un regista: come rappresentare la morte, la violenza, la crudeltà, la sofferenza. Fino a dove ci si può spingere. Nel film ci sono poche morti filmate, ma è impossibile non mostrare la violenza quando si parla di un soggetto del genere. Ho mostrato più che altro la conseguenza della violenza, cioè i cadaveri, e la preparazione, cioè come si arriva ad essere capaci di uccidere. L’atto in sé ho cercato di non mostrarlo, ci sono magari persone che lo raccontano. Inseguivo l’autentico, ma lavorando sull’immaginario dello spettatore, senza imporgli delle immagini “pornografiche”.

Confrontando il suo film con l’originale Odissea tragica si nota una diretta corrispondenza fra i nazisti e i russi in Cecenia, come cattivi assoluti.

Per chi conosce il film originale l’analogia viene effettivamente spontanea. In ogni caso sono a mio agio nel considerare come, in certe situazioni, ci siano dei boia e delle vittime e nelle due situazioni di cui parla è così. Non credo di tradire la realtà nel pensarlo, nonostante una certa tendenza in Francia di vedere tutto come complesso, il che è anche positivo, ma certe volte non bisogna complicare moralmente delle questioni semplici.

Nel film si vede una ricerca di realismo nel mettere in scena i ceceni, ma il punto di vista è occidentale, attraverso la protagonista, una europea che disperatamente chiede l’aiuto della politica, ma rimane inascoltata.

Il punto di vista che ho cercato di adottare è quello di un essere umano che si interessa ad altri esseri umani, mettendo in luce un conflitto che nessuno conosce, parlando di cosa voglia dire trovarsi in una situazione di guerra oggi. In Francia pensiamo che la pace sia una cosa acquisita e non ci sarà mai più la guerra. È una stronzata. Poi ho cercato di fare un film che pone delle domande più che delle risposte. Quello che racconto della Commissione Europea è lo sfasamento fra l’inerzia di un’amministrazione farraginosa e l’urgenza di certe situazioni che domanderebbero interventi estremamente rapidi e coordinati. Ma non ho risposte, o soluzioni, che sono estremamente complesse. Ho mostrato, poi, come il ragazzino protagonista del film sia la sola possibilità di interrompere questo ciclo di violenza.

La protagonista è giornalista e donna, da dove nasce questa scelta?

In molti conflitti da un lato ci sono i militari che combattono e dall’altra, fra i giornalisti, le associazioni e le organizzazioni non governative, ci sono moltissime donne, che spesso in questo genere di situazioni sono molto più coraggiose degli uomini. In Cecenia le associazioni più attive erano quelle delle madri dei soldati russi. Avevo voglia di mettere delle donne al centro della storia.

 



  • giornalista cinematografico
  • intervistatore seriale non pentito
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