Michael Cimino protagonista di un pomeriggio speciale al Festival di Locarno 2015

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Michael Cimino protagonista di un pomeriggio speciale al Festival di Locarno 2015

Michael Cimino ha conquistato Locarno. Difficile definire altrimenti il grado ci coinvolgimento delle persone che hanno affollato l’incontro con il grande regista americano, di cui ieri sera è stato presentato in Piazza Grande Il cacciatore dopo la consegna del Pardo d'onore. “Ho perso la voce, visto che pioveva e faceva freddo”, dice subito per presentarsi Cimino. Soliti occhiali da sole di generose proporzioni e una maestria consolidata con cui cattura l’attenzione dei presenti per due ore, una in più di quanto previsto.

Si presenta cantando, ignorando il moderatore dell’incontro e chiedendo direttamente al pubblico di porre delle domande. Classe 1939, rievoca la sua gloriosa, ma non prolifica carriera, invita i giovani a lottare contro un mondo pieno di insidie (“come si fa nel football americano, picchi più forte degli altri”), a ribellarsi nei confronti di chi ancora oggi ha la pazza idea di entrare in guerra. “Sono sempre i vecchi coi capelli bianchi che fanno questa scelta folle e i giovani ne pagano le conseguenze. Sono stufo. Ogni film che parli di questo tema per essere bello deve essere automaticamente contrario alla guerra, perché è impossibile non vedere la follia e rigettarla. È tempo di smetterla e i giovani devono rifiutarsi, come durante il Vietnam, dire basta, dire che non moriranno più per loro”.

Non manca la passione e la generosità a Cimino in un incontro torrenziale, pieno di sincerità e intelligenza. Si diverte il regista de I cancelli del cielo, coinvolge il pubblico, usa l’ironia e la memoria, non certo cedendo al politicamente corretto, anzi Invitando qualche spettatore a smetterla di fare tutte quelle foto e ad ascoltare, piuttosto. E poi, " come fa a scrivere su quel dannato computer e ascoltare?". Vuole tutto il palcoscenico e l’attenzione, cosa che gli viene concessa con grande piacere dal pubblico locarnese.

Solo quando si sfiora l’argomento "prossimo film", allora svicola. Non risponde a chi gli chiede se farà un altro film, dice di avere una stanza in cui accumula da sempre tutte le cose che scrive, tutte le sceneggiature, sottolineando che la tiene chiusa, perché non osa guardala. Si percepisce chiaro il dolore di chi non può fare altro nella vita che scrivere storie (“ho sempre continuato, se smettessi morirei”), pur non potendo dirigere dal 1996, dallo splendido e sottovalutato Verso il sole. Ne ha viste tante nella sua carriera, segnata dal marchio a fuoco vivo dell’insuccesso commerciale dei Cancelli del cielo, con conseguente collasso della United Artists.

Non si ferma più Michael - “non chiamatemi Mr. Cimino che quello era mio padre e mi viene l’ansia. Piuttosto Jr.” - che racconta come ancora oggi non sappia cosa l’abbia spinto a lasciar perdere l’architettura e la pittura, verso cui i suoi studi lo indirizzavano, per fare il cinema. “Non ho idea di come ho imparato, non ho fatto nessuna scuola, non conosco i classici come il mio amico Quentin Tarantino, che conosce ogni film che è stato girato e cita ogni battuta; vorrei, ma in questo senso non sono un cinefilo. Sono solo un architetto frustrato che è piombato nel cinema. L’architettura è organizzazione, calma, laddove il cinema è caos, anarchia controllata. Non so perché ho cambiato strada, è ancora un mistero e me lo chiedo tutt’ora ogni tanto.”

Rievoca i primi tempi, quelli del trasferimento a Los Angeles, perché amava quello che la California rappresentava: correre in moto, il surf, la vita nel deserto, gli aerei. “All’inizio giravo spot pieni di belle donne e belle macchine, due cose che amo molto. Presi in affitto un appartamento, con una stanza adibita ad ufficio con una piccola scrivania. Era la casa di un vecchio regista e aprendo un cassetto mi è cadutta addosso una montagna di scipt che aveva accumulato nella sua carriera. La cosa mi ha spaventato molto. Non sapevo come diventare regista e mi hanno detto: devi scrivere una sceneggiatura e convincere la più grande star di Hollywood a girare il film. Altrimenti non farai nulla. Così feci con Clint Eastwood e Una calibro 20 per lo specialista

Sul suo metodo ha le idee chiarissime. “Non posso scrivere se non partendo dai personaggi, situazioni e esseri umani che ho conosciuto. Così feci all’inizio e faccio tuttora. I personaggi sono tutto, come nella migliore letteratura. Cosa di ricordi di Anna Karenina o Emma Bovary se non le protagoniste? Quando uscì Una calibro 20 per lo specialista un critico mi chiese come avevo avuto quelle folli idee? Ma io ho raccontato persone che ho conosciuto nella vita reale. I migliori film vengono dalla realtà, non dalla visione di tanti film. Questa è un’abitudine troppo diffusa tra i giovani registi che finiscono per rifare questa e quest’altra scena. Li chiamo film fotocopia, accumulo di cose già fatte che infatti invecchiano molto presto. Per questo ora i film di Hollywood dopo due anni sembrano vecchi”.

Avrà anche iniziato a scrivere da totale dilettante, ma negli anni ha perfezionato un approccio pronfondamente rigoroso al suo mestiere. “Se guardi dentro di te trovi sempre nuovi personaggi: sono lì che ti aspettano, devi accoglierli nel tuo cuore. Non sono ispirato da un’idea, non parto da lì, né da un tema. Non mi interessa. Scrivere un film è molto più difficile che dirigerlo: lavori solo e devi avere molto più coraggio, mentre quando giri hai tante persone che ti aiutano. È molto difficile essere vero con te stesso. Rischi sempre di sfociare in un’idea, un cliché, invece che nella verità. Questa è la ricerca che ti aspetta quando scrivi. La maniera migliore per imparare è studiare recitazione, anche se può sembrare strano. Ti aiuta a essere uno sceneggiatore e un regista migliore. Impari quello che non devi esprimere attraverso le parole, un’azione piuttosto che una frase.”

I momenti in cui si accalora maggiormente, con la voce rotta dall’emozione, è quando parla della guerra. Del resto parliamo del regista di uno degli inni più inequivocabili e straordinari contro ogni forma di violenza organizzata: Il cacciatore. “Negli anni passati non è cambiata la tragedia della guerra. Prima era il Vietnam ora il Medio Oriente. Solo i luoghi sono cambiati e magari le armi che ora sono più sofisticate. Non mi interessava la politica in quella guerra, ma i suoi effetti su una famiglia e quel gruppo di amici erano una famiglia. Oggi l’idea stessa di famiglia nucleare è sparita, almeno negli Stati Uniti, e la gente sceglie la propria famiglia, come ritrovo ne Il cacciatore. Sei tu a scegliere i tuoi fratelli e sorelle. Però le donne piangono i propri figli nella stessa maniera. Questo è il motivo per cui non cambierei niente di quel film.”

Impossibile essere un autore come Cimino, sempre alla ricerca della verità, senza intendere la vita come una sequela di incontri da fare per rendere i propri film credibili. Anche a costo di frequentare personaggi discutibili, come ha dichiarato a Locarno. “Ho incontrato molti killer e mafiosi, erano i più divertenti, adoravano ridere, fare battute, parlare di cinema. Una sera ero con loro - la maggior parte sono morti in cella - scherzavano sul fatto che uno di loro aveva un incarico come killer il giorno dopo. Aveva un contratto per far fuori qualcuno nel New Jersey e stava provando nel giardino di casa arco e freccia. Qualcuno a cena gli ha chiesto perché. Ha rispoto che non aveva mai ucciso nessuno con arco e freccia e voleva provare e quindi si stava esercitando.”

Le critiche non lo spaventano e i critici non li legge. “Mi hanno chiamato in ogni modo: omofobo, fasicsta, marxista, razzista, non me ne frega niente. Non ho alcuna reazione, non leggo le recensioni, né le migliori né le peggiori. Potete chiamarmi come volete. Poi l’uomo che ha distrutto I cancelli del cielo è morto, mentre io sono ancora qui.”

La spiritualità permea la vita di Michael Cimino, che riguardo ai luoghi ha una visione vicina a quella dei nativi americani. Il misticismo di Verso il sole è lì a ricordarcelo. “La Monument Valley appartiene a John Ford, è una terra sacra e qunado sono andato a vederla ho fatto una donazione ai Navajo, trovandosi in una loro riserva, ma mi sono detto che non avrei mai girato lì. Ognuno deve trovare il proprio luogo western. Quello appartiente a Ford, nessuno che ha girato lì un film dopo di lui ha avuto successo. Se non rispetti le montagne loro lo sanno e ti rovinano l’inquadratura facendo passare una nuvola. Inoltre se hai fretta ti fanno girare una ripresa mediocre, al contrario se hai pazienza - anche se nel cinema ogni minuto costa soldi - allora fanno aprire le nuvole e ti donano la loro bellezza”.

Rievocando le riprese de Il siciliano ha ricordato la difficoltà di gestire gli isolani: “singolarmente sono splendide persone, in gruppo una confusione”. La sua idea del regista è di uno che lavora duro, che si spacca la schiena per inseguire la verità e far emergere la bellezza e il talento dei propri attori: “mai avuto problemi con loro, ho avuto sempre gli attori che volevo, con i non attori di problemi ne ho avuti a pacchi. Invece non amo l’idea del regista come celebrità, dovrebbero essere invisibili, restare dietro la macchina da presa. Una volta nessuno sapeva come erano fatti John Ford o Victor Fleming. Avrei preferito lavorare allora, quando si facevano tre film all’anno non uno ogni tre; quello era un lavoro più produttivo, ora ci sono stronzate continue e un terribile spreco di soldi ed energie”.

Decine di domande nel corso dell’incontro, senza mai un attimo di vuoto: una ragazza giovane, sicuramente una delle tanti studentesse di cinema presenti qui a Locarno, alla ricerca di un incoraggiamento, così come Enrico Ghezzi, da Cimino poi riconosciuto come il folle direttore di Taormina in cui è stato in passato in giuria, ma anche un regista come Philippe Le Guay. Tutti riuniti per due ore, per ascoltare in un pomeriggio speciale qualcuno che ha ancora tanto da dire, a cui in tanti non hanno permesso di continuare a farlo attraverso il cinema. Se ci consentite, è proprio questo che rende Locarno un posto in cui fare un salto almeno una volta, anche se è ferragosto e tutti sono al mare o in vacanza, anche se si mangia così così e si spendono 5 euro per una bottiglietta d’acqua e nonostante le montagne si suda. Un posto dove tutti parlano con un qualche accento, perché condividere una passione vuol dire anche sforzarsi di trovare una lingua comune.

Lasciateci, infine, la speranza che la filmografia di Michael Cimino si aggiorni presto, che possa aprire la stanza delle sceneggiature, in cui non si passa quasi più, e aggiungere ancora qualche centinaio di fogli.

foto © Festival del film Locarno

Michael Cimino riceve il Pardo d'onore in Piazza Grande a Locarno 68 accompagnato dalla moglie


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