Interviste Cinema

Mia Hansen-Løve racconta Le cose che verranno: "un film che mi ha trascinato verso la vita"

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Debutta il 20 aprile il film interpretato da una bravissima Isabelle Huppert e presentato ai Festival di Berlino e Torino

Mia Hansen-Løve racconta Le cose che verranno: "un film che mi ha trascinato verso la vita"

Non ci fosse stato Elle in circolazione, Le cose che verranno sarebbe stato il candidato francese agli Oscar 2017. Già dalla sua presentazione al Festival di Berlino, nel febbraio del 2016, il film di Mia Hansen-Løve ha iniziato a raccogliere plausi di critica e pubblico, e lo stesso è avvenuto in novembre, quando è stato proiettato in anteprima italiana al Festival di Torino.

Minuta, profondi occhi chiari e modi gentili, la giovane regista francese (non più legata sentimentalmente a Olivier Assayas) è stata fin dai suoi esordi identificata come la cantrice della giovinezza e della sua energia, ma in questo suo nuovo film ha spostato l'attenzione verso una fascia anagrafica più alta.
La protagonista è infatti una donna matura (vabbè, è Isabelle Huppert, non esattamente una donna qualunque), una professoressa di filosofia al liceo che, improvvisamente, perde quasi tutto quello che ha: il marito la lascia, la madre malata muore, i suoi editori di testi per la scuola le fanno capire di non aver più bisogno di lei. Cosa fare? Come affrontare un futuro che improvvisamente non offre più punti di riferimento, ma l'horror vacui della libertà più assoluta?

"Credo che questa fosse una storia che mi teneva compagnia da molto tempo, ma che avevo degli scrupoli a raccontare," spiega serenamente Mia Hansen-Løve. "Mi sembrava un film difficile, più duro di quelli che realizzavo: mi faceva paura. Reinventarsi a 50 anni non è facile, è sicuramente molto più difficile che per un giovane di 20 anni. Di sicuro, non avrei potuto scrivere questo film se non avessi fatto prima quelli precedenti: l'ho ho scritto letteralmente all'ombra di Eden, che è stato più lungo da produrre e finanziare rispetto ai miei precedenti, e nell'attesa avevo un angolo nell'ufficio, uno spazio fisico separato, in cui mi sono messa a scrivere questa storia. Facendo in questo modo, trattandolo come un qualcosa di collaterale, una distrazione, mi è passata la ho avuto paura: e quasi non ho avuto la consapevolezza di scriverlo."

Quel che però la regista francese ha sempre avuto ben chiaro è che il personaggio di Natalie, della protagonista, doveva essere interpretata da Isabelle Huppert, tanto che per la prima volta nella sua carriera ha scritto un film avendo in mente un attore: "Pensavo a lei fin dall'inizio, e la sua presenza ha ispirato la scrittura, mi ha dato il coraggio e l'energia di cui avevo bisogno," dice. "Sapevo che avrebbe portato con sé l'autorevolezza e il carisma necessari, ma anche l'ironia e lo humor che volevo introdurre nella storia, che per me erano molto importanti."

Al contrario, la filosofia così presente in Le cose che verranno non è stata pensata, ragionata in base alle esigenze del film, ma "è emersa naturalmente nel corso della scrittura, è la filosofia che mi ha accompagnato nel mondo in cui sono cresciuta," dice la regista. Una naturalezza che Mia Hansen-Løve, proveniente da un film così fortemente connotato musicalmente come Eden, voleva applicare anche alle scelte musicali, con pochi brani che sgorgassero da dentro la storia e non essere imposti da un regista o da un compositore: "Non mi piace la musica che arriva dall'esterno a decorare le emozioni, che manipola lo spettaore: qui Shubert e Donovan e gli altri autori stanno a caratterizzare l'identità del film."

Per Mia Hansen-Løve, Le cose che verranno è prima di tutto "un film che parla di liberazione: Natalie perde cose materiali ma ne trova tante cose che sono dentro di lei. È tutto questo è stato di grande insegnamento per me, anche se me ne sono resa conto dopo. Mi ha aiutato nel privato. Le cose che verranno," spiega "è un film a cui sono riconoscente perché mi ha trascinato verso la vita: all'inizio, quando lo scrivevo, pensavo sarebbe stato più cupo e melanconico, ma ora lo vedo come luminoso e leggero, ed è qualcosa che mi ha sorpreso retrospettivamente."
D'altronde, tutto il film vive di un legame forte con la luce, lo spazio e la libertà di un'estate che nasce: "La natura," dice la regista, "è quello che condivido con Natalie. E nel cinema c'è sempre il desiderio di filmare il mondo e la sua bellezza."

Il cinema, per la francese, è anche una risposta personale a quella ricerca di equilibrio tra idealismo e imperfezione della vita quotidiana "che è al cuore di questo film, della vicenda di Natalie, ma anche di tutto il mio cinema. Sono stati i miei genitori a trasmettermi l'idea di ricercare l'integrità a tutti i costi, e la mia risposta a questa ricerca è fare film, avere un dialogo costante tra la vita e le idee attraverso il cinema. Perché anche il cinema vive di questa ambivalenza tra teoria e pratica, tra aspetti astratti e concreti. Io," prosegue, parlando della sua idea di cinema "ho sempre avuto una fede forse cieca e ingenua nel fatto che sia possibile raccontare storie che partano dall'estremamente personale per arrivare all'universale. Molti autori pensano esattamente il contrario, io però procedo in questo modo: cerco di immergermi in un mondo preciso e personale per andare oltre attraverso quello stesso mondo."

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