Mi chiamo Maya - incontro col regista e le protagoniste del film sull'adolescenza
Tommaso Agnese. Valeria Solarino e Carlotta Natoli presentano il film in uscita il 7 maggio.

Anche se ha all’attivo sceneggiature (2047 - Sights of Death, Paranormal Stories), backstage e documentari, Tommaso Agnese è al suo debutto come regista di un lungometraggio di finzione con Mi chiamo Maya, storia di un'adolescente in fuga con la sorellina che arriva in sala in 40 copie, con una distribuzione indipendente, giovedì 7 maggio. A presentare il film, prodotto da Magda Film con l’apporto di Rai Cinema, sono stati il neoregista e le interpreti adulte, Valeria Solarino e Carlotta Natoli. Assente giustificata la giovane e bravissima protagonista, Matilda Lutz, che sta girando in America Rings, prequel di The Ring, diretta da F. Javier Gutièrrez.
Valeria Solarino racconta così il suo coinvolgimento nel progetto, che la vede nel ruolo di un’assistente sociale comprensiva, che cerca di aiutare l’adolescente ribelle in fuga con la sorellina dopo la morte della madre. “Conosco Tommaso da molti anni, abbiamo lavorato insieme in La febbre di D’Alatri in cui lui faceva il backstage e mi ha parlato di questo progetto. Prima ancora che esistesse una sceneggiatura definitiva siamo andati insieme a visitare delle case famiglia. E' importante raccontare l'adolescenza, che è un momento importante e difficile della vita e in più cambia sempre. La mia è stata diversa da quella dei ragazzi di oggi, ma entrambe hanno in comune l'estrema amplificazione dei sentimenti: per loro il dolore è assoluto, l'amore è l'amore della vita, il problema può diventare il problema della vita e gli adulti a volte sottovalutano queste difficoltà dei ragazzi, che non hanno gli strumenti per relativizzare quello che gli succede”.
Come è arrivato Agnese a questo film? “E’ il risultato di un percorso che ho fatto in questi anni di indagine sul mondo dell'adolescenza. Ho lavorato con le Asl di Roma sul tema del disagio adolescenziale in una grande metropoli e realizzando dei documentari su questo ho scoperto che se i ragazzi vengono ascoltati si aprono in maniera incredibile e allora mi sono detto che questo mondo andava raccontato, prendendo questi personaggi anche strambi che ho incontrato e inventando una storia di finzione basata sulla realtà. Insieme al mio cosceneggiatore siamo andati nelle discoteche pomeridiane, abbiamo partecipato alle riunioni delle cubiste, dei pr. Ho visto che è un mondo che vive di regole proprie, un sottosuolo dove gli adulti non ci sono o sono poco presenti. Il personaggio di Valeria è l'anello di congiunzione tra questi due mondi. L'assenza di comunicazione è uno dei temi principali di questo film, anche gli psicologi e gli assistenti sociali dicono che uno dei grandi problemi è questo abbandono dei ragazzi, la società ha tolto l'attenzione dalle nuove generazioni. In questo caso mi sono concentrato sull'adolescenza metropolitana, ma ho fatto una proiezione a Pescara per studenti liceali, in una fascia che va dai 13 ai 17 anni e sono rimasto colpito dalla grande partecipazione emotiva che hanno avuto alla storia, in modo diverso dagli adulti".
A Carlotta Natoli viene chiesto un paragone tra il mondo dei ragazzi di Braccialetti Rossi e quello di Mi chiamo Maya.
"I giovani che vengono raccontati in questo film appartengono per lo più a un certo ceto sociale mentre in Braccialetti Rossi possono venire da qualsiasi ambiente e si relazionano su questioni molto forti che hanno a che fare con l'esserci o il non esserci più. Quando ho visto il film oggi ho avuto la sensazione che fosse anche un percorso della protagonista che parte da un trauma iniziale enorme, quasi un “processo di formazione”, come il romanzo di formazione che per me è Braccialetti Rossi. Qua ci sono due soggetti che attraversano delle prove nel tentativo di trovare una complicità e una comunicazione che riescono ad avere attraverso il personaggio di Valeria. Qua è il singolo che deve formarsi e alla fine mi sono commossa moltissimo quando si vede il cavallo che va via con tutto quello che di simbolico si porta dietro questo animale, che è vivo e libero. Questa ragazza vuole sentirsi viva e nell’ imbranataggine dell’assistente sociale trova qualcosa di vero che le sue coetanee viziate dal sistema che all'inizio a modo loro la aiutano non riescono ad avere. Io credo che lei alla fine ce la farà".
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