Interviste Cinema

Massimo Coppola parla del suo Hai paura del buio

Massimo Coppola esordisce con un film di finzione indubbiamente coerente con il suo lavoro precedente, in uscita venerdì 6 maggio nelle sale italiane.

Massimo Coppola parla del suo Hai paura del buio

Massimo Coppola parla del suo Hai paura del buio

Laureato in filosofia prestato(si) a MTV, dove prima è stato veejay con Brand:New e poi autore della serie documentaria Avere Ventanni, Massimo Coppola si è poi cimentato nel cinema: prima con dei documentari (tra cui quello su Luciano Bianciardi) poi con Hai paura del buio, film di finzione indubbiamente coerente con il suo lavoro precedente, in uscita venerdì 6 maggio nelle sale italiane.

“Sembrerà banale, ma il filo rosso di queste attività è lo sguardo, è la persona. Sono io,” esordisce Massimo Coppola, atteggiamento informale, cortese ma senza voler fare l’amabile o il simpaticone a tutti i costi. “Io non lavoro: io faccio cose che sono per me umanamente ed emotivamente molto importanti. Rintracciare una coerenza equivale a domandarmi chi io sia veramente, e puoi immaginare che la risposta sarebbe complessa. Quel che posso fare è cercare di guardare ex post quel che ho fatto e cercare di capire per quale motivo mi piace raccontare, ad esempio, storie con un solo protagonista forte, o perché mi piace cercare la bellezza nella quotidianità, se non addirittura nel dolore. Sarà per la mia formazione, forse, dell’educazione che ho ricevuto. Credo che anche il film mostri che il fattore cruciale, per me, è l’empatia. È forse quello il mio vero talento: essere empatico. Nel lavoro documentario di Avere Ventanni ho davvero avuto molte difficoltà nel raccogliere i racconti di dolore che mi venivano proposti, nel raccogliere una verità che scaturiva dalla mia sincera curiosità verso il mondo.”

Storia di due giovani, una rumena e un’italiana, che s’incontrano in quel di Melfi e dovranno fare i conti con le realtà delle rispettive vite, Hai paura del buio appare in superficie come un film che ribalta i tradizionali luoghi comuni dei temi che affronta: dall’immigrazione al confronto tra culture, fino al mondo del lavoro e della fabbrica. “Ma sono i media che ribaltano la realtà,” sostiene il regista. “Io ho solo mostrato quello che secondo me accade veramente. Gli italiani che pensano che tutte le rumene siano donne col foulard con borse cariche di ortaggi che avanzano nel fango, sbagliano. Bucarest è una metropoli, abitata da ragazze che ascoltano Pj Harvey e hanno degli abiti bellissimi e sono molto più fighe di noi, di voi. Di me, soprattutto. E io l’ho semplicemente mostrato. Vivere in un paese così povero e triste come il nostro rende semplice di un certo tipo di lavoro: basta davvero poco per stupire, basta ad esempio mostrare una ragazza come la mia protagonista. Io non invento nulla, io sono privo d’immaginazione: semplicemente reagisco alla realtà in modo spero linguisticamente e artisticamente coerente, e interessante. Lo stesso discorso vale per il mondo del lavoro. Vale la pena a vent’anni, quando non si hanno reali responsabilità verso altre persone, di andare a fare un lavoro che non piace solo per avere dei soldi che poi non hai tempo per spendere? Sono discorsi vecchi, ma ancora validi. Si dice sempre che bisogna difendere il posto di lavoro: ma cos’è oggi il 'posto di lavoro'? A volte quando dico queste cose la gente mi guarda come fossi matto, come se insultassi gli operai. Ma se vai in fabbrica a vent’anni per comprarti il Pajero, come uno dei ragazzi dei miei documentari, lì per me non è questione di 'posto di lavoro', ma di trovare i soldi per alimentare bisogni del tutto artificiali. Io non ho quindi ribaltato nemmeno il discorso sul lavoro: è un ribaltamento mostrare due protagoniste che finalmente riescono a guardare la loro vita, a riappropriarsene, smettendo di lavorare? A me sembra naturale che se lavori 10 ore in fabbrica, poi non hai tempo per guardarti. E per me, a quell’età, lì niente vale la capacità di guardare a chi si è veramente.”

Posizioni indubbiamente politiche, quelle espresse da Massimo Coppola, ma di certo non ideologiche. “Nel mio lavoro c’è politica, ma non ideologia,” conferma lui. “La politica è fare domande e stimolare il dubbio. La politica dovrebbe essere il braccio armato della filosofia: e la filosofia è farsi domande, avere un’attitudine nella quotidiana attività che ti porti a farti domande su di te e sugli altri. E quando trasli questo discorso a livello collettivo, ecco la politica. Non l’ideologia: quella è schifezza non è nulla. Io vorrei tornasse la pulizia del termine politica.”
Posizioni, specie quelle relative al lavoro che potrebbero risultare stonate per qualcuno, all’indomani della festa del Primo Maggio, baluardo inaffondabile dei sindacati confederati: “I sindacati sono uno dei peggiori mali del nostro paese,” sbotta Coppola con qualche ritrosia. “Ieri Roma era preda di due gruppi di fanatici: i beatificanti da un lato e i lamentosi dall’altro. Credo che un sindacalista sverrebbe ad ascoltare i discorsi sul lavoro che abbiamo appena fatto, ma negli ultimi anni i sindacati si sono completamente disinteressati del fatto che oramai in Italia ci sono poche decine di migliaia di operai e milioni di precari: e perché allora difendere solo una tipologia di lavoratori che ha un valore simbolico e non davvero i più deboli? Io ovviamente solidarizzo con tutti gli operai del mondo: ma con tutti gli operai sulla faccia della Terra, non solo con quelli che hanno la fabbrica in Italia e non all’estero. Non riesco a capire perché, nella cinica ma necessaria quantificazione del dolore che dovrebbe essere la preoccupazione prima della politica, ci si continui a concentrare su quella che è una fascia oramai minoritaria, su quei precari che prima ancora di una necessità economica vivono un’assenza di prospettive.”

Dopo questi excursus su questioni politiche, sociali ed economiche che hanno molto a che fare con il lavoro di Coppola ma che non sono l’unico specifico di Hai paura del buio, torniamo al film vero e proprio e ai suoi personaggi, ma agganciandoci proprio a quanto appena detto. Perché se Coppola solidarizza con tutti, e come detto prima ama le storie a un solo personaggio, è facile immaginare Eva e Anna come un’unica entità, come due facce della stessa medaglia. “Hai ragione,” risponde l’autore. “All’inizio la storia del film era incentrata su di un confronto in parallelo tra due personaggi, per mostrare l’incapacità di solidarizzare causata da un certo determinismo sociale. Poi le cose sono cambiate: lavorando parto sempre da concetti astratti e mi faccio prendere la mano cambiando molte cose. La storia quindi è diventata quella di una staffetta. Mi piacerebbe che fosse definita quella di un romanzo di formazione, una formazione che passa attraverso l’affrontare il dolore: devi vincere l’oblio e guardare in faccia il dolore per capire cosa sia questa cosa che ti porti dentro. E il percorso che Eva porta a termine, alla fine del film in fondo Anna lo comincia: in questo senso è una staffetta. Una cosa che mi piace anche perché mi aiuta a dire che il mio film in fondo è profondamente ottimista: anche se quando lo affermo, le persone ridono.
L’osservazione, a questo punto, è banale, ma inevitabile: il dolore profondo, come la paura più ancestrale che accomuna, quella del buio: “Certo. La paura del buio è la paura del nulla, del non senso. E io credo che l’unico motivo per cui valga la pena abbandonarsi a questa vita insensata siano gli altri, gli altri che sono l’unico strumento a disposizione per rischiarare quel buio.”

Coppola, a queste idee precise e determinate, ha associato uno sguardo registico decisamente degno di nota, optando per scelte formali che vanno dallo stare visivamente attaccato ma senza invadenze (“senza morbosità”, sottolinea il regista) alle sue protagoniste, lasciando che sia il sonoro in presa diretta a fornire un’apertura al resto del mondo. “Si tratta di scelte figlie di un atteggiamento naturalistico,” racconta Coppola. “A me piace molto la presa diretta: di solito l’audio che ascolti al cinema è fin troppo ripulito. Fosse scattato durante una mia ripresa, l’allarme antincendio che è partito in questa sala poco fa, io avrei cercato di tenerlo, di vedere quali sarebbero state le reazioni degli attori. La ricchezza, in questo senso viene da un naturalismo che è sporco, al quale ho contrapposto una colonna sonora che invece è diegetica, astratta, completamente autoriale: è un intervento visibile come quello del montaggio, o come il tentativo di creare una partitura sonora con i suoni della fabbrica. Sono felice quindi quando ci si accorge che il mio è un tentativo di arrivare alla realtà attraverso un’astrazione, un uso forte del linguaggio che al tempo stesso denunci l’impossibilità di non avere un linguaggio. Dato che è necessario averlo, tanto vale che sia forte. Il cinema è invitare qualcuno a sedersi e vedere il mondo come lo vedo io: se la tendenza è quella di mostrare quel che mi aspetto che tu voglia vedere, a me non interessa più. Allora vuol dire che il cinema non è più invito allo sguardo ma il tentativo d’indovinare quel che tu vuoi vedere: cosa che non ha a che fare con alcun tipo di espressione artistica.”

Lo sguardo di Coppola c’è, sarebbe impossibile negarlo. Ed è uno sguardo che affronta il realismo da angolazioni inedite per il nostro paese, che spinge a riflettere sulla forma-cinema come è oramai pigramente intesa. “In Italia c’è una grande tradizione di cinema sceneggiato, a fianco del quale lavoravano poi gli artisti veri come Fellini, Petri, Ferreri. Ma oggi il linguaggio è appiattito ovunque, specie nei documentari: dire ad esempio che Michael Moore è un film maker, secondo me è un insulto per i film maker. Lui fa dei power point didascalici sulle tesi che vuole dimostrare, senza alcun tentativo di ricerca stilistica e visiva: e quello non è cinema, a me perlomeno non sembra. Per me cinema è riconoscere uno sguardo. Molti mi hanno detto che il mio stile è claustrofobico, ma io ne sono felice, perché era quello il mio intento: non è detto che l’apprezzamento nasca dal dire ‘mi è piaciuto’, le discussioni più stimolanti per me sono avvenute con coloro i quali hanno riconosciuto il mio sguardo pur non apprezzandolo. Io non voglio essere uguale a un altro, voglio essere riconosciuto. Il che vuol dire essere d’accordo, stimolare consenso: vuol dire ‘questo sono io, parliamone’. E in realtà non voglio nemmeno essere diverso a tutti i costi. Vorrei che al mio film fosse riconosciuto il suo possedere uno sguardo personale e basta, non definito per contrapposizione perché è claustrofobico, crudo, scuro o difficile. Ogni tanto mi dicono ‘ma come fai ad essere così diverso dagli altri?’. Ma dal mio punto di vista sono gli altri che sono diversi. Per me è questo il cinema normale.”

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