Marco Paolini e Marco Segato su La pelle dell'orso, film quasi western "di immagini e di atmosfere"

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Marco Paolini e Marco Segato su La pelle dell'orso, film quasi western "di immagini e di atmosfere"

Nasce tutto all'interno della factory padovana della Jolefilm, La pelle dell'orso, che non a caso è dedicato alla memoria di Carlo Mazzacurati, e che non a caso vede Marco Paolini come interprete principale e co-sceneggiatore. Dalla Jole viene anche Marco Segato, documentarista che qui esordisce nel film di finzione, e da Padova Matteo Righetto, autore dell'omonimo romanzo (pubblicato da Guanda) da cui si è partiti per il film e che alla presentazione romana non era presente, perché nella vita fa l'insegnante e perché non aveva ore di permesso disponibili per la trasferta.

"Il libro di Matteo lo abbiamo in parte riscritto con la nostra sceneggiatura," spiega Segato, che ha firmato il copione con Paolini e con Enzo Monteleone. "Abbiamo fatto le modifiche che credevamo necessarie, ad esempio spostare l'azione dagli anni Sessanta ai Cinquanta, per portare due protagonisti, un padre e un orso, vicino all'idea di un epoca che sta per finire. Volevamo raccontare l'Italia prima del boom economico, incerta davanti a un futuro dove non sembra esserci più spazio per una natura selvatica e per un uomo non socievole."

L'uomo non socievole di cui parla Segato è la figura paterna interpretata da Paolini, un uomo ruvido silenzioso, un po' alla deriva, che scommette su se stesso e sulla sua vita partendo alla caccia di un orso soprannominato "Il diavolo", che minaccia bestiame e persone della Val di Zoldo, sulle Dolomiti. Un padre che si troverà al fianco, durante la sua caccia, il figlio adolescente: un figlio con cui non era mai stato in grado di comunicare, e con cui imparerà a rapportarsi.
"Viviamo in un mondo liquido, dove la figura paterna spesso è un duplex di quella della madre. Questo non è un padre modello," dice Paolini sul suo personaggio. "Non è educativo, non è affettuoso: ma a volte capita che qualcuno si affezioni a un modello che non vuole essere tale. Persone come lui, come Pietro, proprio per come sono fatte ti sembrano solide: e in una società liquida ti attacchi dove trovi appiglio."
Paolini, più vicino all'eloquenza affabulatoria del suo teatro che alla laconicità spigolosa del suo personaggio ne La pelle dell'orso, prosegue parlando di Pietro come di un uomo "che non attribuisce alla sua vita un valore altissimo, ma non è un suicida. Non ha molto da perdere, ha già perso molto, e si gioca la vita che gli è rimasta con un po’ di dignità."

La dignità, il silenzio: tutti elementi molto presenti nel film di Segato, che non guarda tanto al classico cinema d'autore italiano ma casomai al genere. Al western. "Con questo film volevamo fare un cinema che andasse incontro al pubblico, realizzare un buon prodotto d’intrattenimento ma senza rinunciare alla qualità del cinema d’autore: che mi pare sia un sentire comune a molti giovani registi. Io, poi, non volevo fare un film sull'Italia di oggi, parlando delle solite cose, della crisi, degli adolescenti: e allora con Marco Paolini siamo partiti dalla passione comune per il western, aggiornando il tema e rivedendo idee universali in un contesto italiano."

Per il regista, è stata una scommessa quella di "liberare due personaggi che parlano poco in un bosco per tre quarti di film, e lavorare sui dettagli. Ma la precisione con cui con cui quei pochi dialoghi sono stati scritti è stata grande, e sono tanti i piccoli dettagli che costruiscono il personaggio senza essere troppo espliciti."
"Lo spettatore non ha tutte le informazioni che vorrebbe su questa storia e su questo personaggio," aggiunge Paolini, "perché questo è il nostro sguardo su un mondo chiuso, sul mondo della valle e della montagna, del quale agli estranei si dice pochissimo, anche se tutti, lì, sanno tutto di tutti. Nella valle la reputazione è chiara e conta, come su Facebook. Ma gli sguardi da fuori non si accettano facilmente."

Del suo personaggio, Paolini ha voluto anche sottolineare il fatto che fosse un cacciatore: "Io conosco i cacciatori. Uno si chiamava Mario Rigoni Stern: e lui mi diceva che a caccia si va con pochi colpi. Tre. Per questo ho insistito che anche nel film le munizioni di Pietro fossero poche: quellolì  è il tempo che ti dai, e se non lo usi hai perso. Prima della guerra, anche Pietro era un cacciatore. Ma prima della guerra, lui era un uomo diverso. La guerra lo ha portato fuori, lo ha cambiato, e lui è tornato a casa fuori tempo massimo. E quando torna, fa danni."

Parole, quelle di Paolini, chiare e ermetiche al tempo stesso, per chi non ha ancora visto La pelle dell'orso, ma che ben sintetizzano lo spirito di un film fatto di "immagine e di atmosfere", come ha sintetizzato Enzo Monteleone, di una densità palpabile. Come palpabile è che sia stato ideato e realizzato lontano dai soliti circuiti romani, dotandolo di una personalità chiara e differente.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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