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Man in the Dark: la nostra intervista al regista Fede Alvarez e una clip italiana esclusiva del film

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Il thriller horror "che si ispira a Hitchcock, Polanski e Fincher", arriva al cinema l'8 settembre.

Man in the Dark: la nostra intervista al regista Fede Alvarez e una clip italiana esclusiva del film

Nell'oceano sterminato di pessimi remake horror che ha sommerso Hollywood negli ultimi anni uno dei pochi che invece si è segnalato per freschezza e coerenza estetica è stato La casa, rifacimento del cult diretto da Sam Raimi. Regista del film era l'uruguaiano Fede Alvarez, che adesso torna al cinema con Man in the Dark (Don’t Breathe), thriller acclamato dalla critica americana e capace di conquistare più di venti milioni di dollari nel solo primo weekend americano a fronte di un costo di produzione di meno di dieci. Il film, che arriva nei cinema italiani l'8 settembre, racconta di alcuni ragazzi si introducono nella casa di un uomo cieco per commettere un crimine. Considerando le condizioni del padrone di casa i giovani sono convinti che si tratterà di una passeggiata, ma le cose non andranno come previsto.

Abbiamo avuto l'opportunità d'incontrare Fede Alvarez allo scorso Comic-Con, ecco cosa ci ha raccontato della sua ultima fatica cinematografica.

La forza del precedente La casa era il suo essere un film old-style nell'estetica. Dobbiamo aspettarci qualcosa del genere anche per Man in the Dark?
L'approccio è lo stesso che ho adoperato per La casa, molto "vecchio stile". Niente CGI per esempio, abbinata a una certa idea di classicità quando ho pensato allo stile di riprese e alla colonna sonora. Mi sono ispirato ai filmmaker che amo, quelli che facevano gran cinema quando tutte queste tecniche ancora non c'erano. Lavoravano su storie talmente potenti che alla fine non si aveva bisogno di tutto questo perché il film funzionasse. Spesso bastava solo un bel dolly o un altro movimento di macchina ed ecco che il film prendeva quota. Questo è ciò che preferisco fare, lavorare con la macchina da presa riferendomi a delle idee di cinema che oggi non si seguono più. Man in the Dark è un film che, per quanto riguarda la tecnica usata, avrebbe potuto tranquillamente essere realizzato negli anni 60.

Tre personaggi in scena per quasi tutto il tempo, buona parte del film al buio e pochissime battute. Realizzare il film deve essere stata una bella sfida.
La cosa che più mi interessava era nella storia: questi due ragazzi tentano di rapinare la casa di un uomo cieco. A un certo punto sapevamo che le luci della casa avrebbero dovuto essere spente, e lo svantaggio di essere non vedente sarebbe stato azzerato, perché ovviamente a lui non serve luce. Tutto invece cambia per gli altri due ovviamente, improvvisamente tutto diventa buio e sono loro a trovarsi ora in svantaggio. E intendo completamente buio. Volevamo comunque che il pubblico comprendesse ciò che stava succedendo in quei momenti, così ci siamo dovuti inventare un modo per mostrarlo. Nel trailer s'intuisce come ne siamo usciti, quella è stata una bella sfida da realizzare e penso non sia mai stato fatto in precedenza. C'era la sequenza finale de Il silenzio degli innocenti dove i due antagonisti erano totalmente senza luce ma uno dei due aveva gli occhiali a infrarossi, così il pubblico poteva vedere attraverso i suoi occhi. Qui invece non ci sono cose del genere, ci siamo letteralmente dovuti inventare il modo perché gli spettatori possano vedere il film nel buio più completo. Ne vado molto fiero e spero che d'ora in avanti anche altri cineasti adopereranno la stessa idea per le scene del genere. E' stata una scommessa che non eravamo sicuri avremmo vinto, ma alla fine è andata bene e ne siamo orgogliosi.

La casa era un horror votato al gore, questo è più un thriller. Scivolando da un genere all'altro ha cambiato la sua maniera di dirigere?
Sì perché gli intenti sono differenti. Ne La casa abbiamo provato a essere il più scioccanti e sanguinolenti possibile, volevamo che il pubblico testasse il suo coraggio nel continuare a guardare il film. Qui invece ciò che volevamo era suspence, fattore che adesso questo genere quasi non cerca più. Speravamo che il pubblico rimanesse immobile per non far rumore e non rovinare l'atmosfera. Una volta che le luci nel film si spengono parte una giostra che davvero non si ferma fino alla fine, alle proiezioni a cui ho già assistito è stato incredibile vedere quanto gli spettatori si facevano silenziosi man mano che si immergevano nel film. Nella storia la vittima si trasforma in predatore, perché anche se non può vedere il suo udito è però acutissimo. Abbiamo lavorato sull’idea che le persone prive di vista sviluppano notevolmente gli altri sensi per sopperire a questa mancanza.

Come ne La casa la protagonista di Man in the Dark è Jane Levy. Cosa ha di speciale per lei questa giovane attrice?
Jane è molto dotata. Onestamente non ho dovuto darle indicazioni sul set, sapeva esattamente cosa fare ed era totalmente connessa con storia e personaggio. Nessuno sul set lavora più sodo di lei, nessuno si spinge verso i propri limiti fisici e psicologici con tale coraggio. Ma questo lo aveva già dimostrato ne La casa, dove impersonava una ragazza fragile che però poi diventava anche il mostro della storia, finché alla fine non diventa nuovamente l'eroe della vicenda. In questo film il personaggio è più classico, una ragazza che promette alla sua sorellina che la porterà via dalla casa in rovina in cui vivono, insieme a una madre molto violenta. Per mantenere quella promessa ha bisogno di abbastanza denaro per trasferirsi altrove, ed ecco che quando sente di questo uomo cieco che vive solo entra nel piano per derubarlo. Purtroppo si troverà di fronte un uomo non così innocente e indifeso.

Prima ha accennato ad alcune influenze presenti nel film. Quali registi l'hanno ispirata per A Man in the Dark?
Mi sono ispirato a molti, non a uno soltanto. Dai classici di Alfred Hitchcock agli horror di Roman Polanski, il suo approccio psicologico era qualcosa di totalmente innovativo. Ma anche autori più moderni come David Fincher, sono cresciuto amando i suoi primi film. Ma questi sono riferimenti che alla fine metti nel film non a livello conscio. Nella vita siamo fan di cose che poi tentiamo inconsciamente di emulare, penso che nel processo creativo avvenga più o meno la stessa cosa.

In attesa di vedere il film al cinema, ve ne mostriamo una clip italiana in anteprima. Più sotto il trailer ufficiale:



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