M. Night Shyamalan si racconta a Roma presentando Split

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M. Night Shyamalan si racconta a Roma presentando Split

M. Night Shyamalan ha accompagnato a Roma il suo thriller Split con James McAvoy, in uscita il 26 gennaio 2017, in una masterclass molto energica. Per un autore che era esploso con Il sesto senso e negli ultimi anni si era abbonato ai Razzie Awards è naturale pensare a un ritorno di fiamma col pubblico, così com'è altrettanto naturale pensare che a Shyamalan dei Razzie non gli sia mai davvero importato nulla.

Lo capiamo quando nella platea un ragazzino di 17 anni gli confessa di stare lavorando a un film di fantascienza da tre anni (!), ma di essere preoccupato: più passa il tempo, più la vita gli trascina in film in altre direzioni. E chiede a Shyamalan: come posso evitarlo? Incurante della giovane età dell'interlocutore (dopotutto lui ha iniziato a 21 anni), Night gli risponde che i registi si dividono in due categorie: "gatherers" ("raccoglitori") e "hunters" ("cacciatori"). I primi si fanno influenzare da ciò che succede naturalmente intorno a loro, inglobandolo via via nel proprio lavoro, i secondi puntano all'obiettivo inflessibili, sicuri di quello che vogliono (cita Stanley Kubrick). "Magari tu sei un gatherer", gli risponde Shyamalan.
E tu che devi scrivere un resoconto della masterclass sotto sotto sei convinto che Shyamalan sia invece un hunter. Di quelli pure cattivi. Non vende i suoi copioni agli studios, per mantenerne il controllo, facendosi pagare solo per metterli in scena. S'impone una tabella di marcia nella scrittura, lavorando dalle 8:30 all'ora di pranzo, con occasionali parentesi pomeridiane. S'impose sul babbo che, per cultura indiana, l'avrebbe voluto "dottore, avvocato o ingegnere, perché in India se studi le opzioni son quelle. Era così incazzato quando gli dissi che avrei fatto cinema, che rimase fisso a guardare la partita alla tv senza rispondere. Ora in casa mia hanno un altarino con le cose che mi riguardano, e papà non paga in contanti perché spera che riconoscano il cognome!"
Un amore per il cinema che gli è nato dentro naturalmente: "Avevo sette anni quando è uscito Guerre Stellari, poi venne E.T., e I predatori dell'arca perduta era un evento quasi religioso." Insomma, non poteva fare altrimenti: cominciò a girare film amatoriali senza nemmeno pensare che l'avrebbe fatto per mestiere.

C'è il narcisismo che molti detrattori gli attribuiscono? Parlando dei piccoli ruoli che si dà all'interno dei film, Shyamalan fa sembrare tutto naturale: nato e vissuto a Filadelfia, si era cibato anche del cinema della East Coast come quello di Woody Allen, un cinema in cui l'autore ha un rapporto intimo col film, su più livelli. Tanto che il primo lungometraggio di Night, Praying with Anger (1992), era da lui scritto, diretto e interpretato, dedicato alla sua divisione interiore tra cultura indiana e americana, ambientato in India ("Non lo vide nessuno, mio padre suggerì: ci devi mettere i bianchi!").

A chi gli domanda come farsi strada, suggerisce di trovare l'originalità "semplicemente" nel non cercare di imitare gli altri, ma sforzandosi di far tracimare la propria individualità in quello che si fa. La sua dicotomia tra cultura cattolica e indiana lo ha formato come persona, mentre la sua relazione con il sovrannaturale nel quotidiano, che gli arriva dalla cultura familiare, ha fatto di lui quello che è. E lo canalizza. "E non bisogna avere paura di fallire, il rischio non va evitato. Scusate, lo so che sembra sdolcinato." Non è però solo fuffa motivazionale: con la sua M. Night Shyamalan Foundation, lui e sua moglie sostengono piccole iniziative e interventi di tutti i tipi, per "rimuovere gli ostacoli nella realizzazione di obiettivi".

Vecchio tormentone: ma M. Night Shyamalan fa film di genere o di autore? "Non credo di fare film di genere, io faccio drammi, mi interessa parlare della fede umana, però mi piace la struttura dei generi". In che senso? Le chiavi sono il mistero e la risata: sono entrambi due potenti mezzi per accalappiare l'attenzione dello spettatore e la sua empatia. Per questo ama fonderli, "la risata sblocca l'emozione" e "il mistero è incompletezza che crea il legame col prodotto artistico, da lì parte la valanga". Ammette anche di aver alzato il tiro sull'umorismo già con The Visit.

Non che in Split lo humor sia preponderante, dato che nasce dal fascino per il "disordine psicologico", di cui si è fatto incarnazione perfetta James McAvoy, incontrato per caso in un ComiCon dopo un panel su X-Men Apocalypse: "Gli parlavo, lo vedevo con i capelli rasati di Xavier, che gli erano appena un po' ricresciuti, e ho pensato: perfetto." Ma il bello di Split è stato anche giostrarsi tra tre generazioni di attori: l'esperienza teatrale di Betty Buckley (classe '47), la tecnica di McAvoy (classe '79) e l'istintività della quasi esordiente Anya Taylor-Joy (classe '96).

E' da un approccio più libero che M. Night Shyamalan ha ricominciato: facendo squadra col producer Jason Blum, ha realizzato The Visit e questo Split a basso costo, con una troupe con pochissima esperienza (se non addirittura esordiente!). Si potrebbero emettere battute facili, riguardanti la difficoltà effettiva dell'autore nel farsi riaccettare dagli studios, ma sta di fatto che Night si è risollevato decisamente presso pubblico e critica con questi due ultimi lavori. La strategia sta funzionando.

Leggi anche la nostra recensione del film Split


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