Interviste Cinema

Lorraine Lévy presenta il suo Il figlio dell'altra

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La regista francese accompagna e presenta il suo film, in uscita in Italia.

Lorraine Lévy presenta il suo Il figlio dell'altra

Ad accompagnare Il figlio dell'altra in Italia, poco prima che arrivi nelle nostre sale, è la regista Lorraine Lévy, francese ed ebrea di nascita, alla sua terza regia con questo film particolare, che racconta la scoperta di uno scambio in culla avvenuto ad Haifa 18 anni prima tra un ragazzo ebreo e un arabo palestinese, le cui famiglie vivono divise dal muro che separa le due popolazioni. Allo shock per la situazione sono proprio i ragazzi e le madri i più veloci ad adattarsi.

Abbiamo chiesto a Lévy se sono loro, per lei, la speranza di un futuro di pace: “Sì, la speranza è nei giovani, perché là ho trovato, da una parte e dall'altra del muro che li separa, una gioventù, israeliana e palestinese, bella, ardente e con tanta voglia di libertà, come tutti i giovani del mondo," dice la regista. "Credo davvero che sarà questa gioventù a cambiare le cose. Poi ci sono le madri, più che le donne, perché quando le madri si alleano diventano una vera e propria forza politica. Quando succede questa storia gli i padri hanno la sensazione di aver perso un figlio, mentre per le madri c'è un figlio in più, non un figlio in meno. Gli uomini sono molto più legati alla tradizione, a quello che i padri hanno loro trasmesso e che sentono di dover a loro volta trasmettere al proprio figlio, mentre le madri sono visceralmente attaccate alla vita e ai figli”.

E' stata una scelta consapevole quella di dare al film un tono più leggero e ottimista, senza i drammi a cui il tema si sarebbe prestato? “Effettivamente molti si aspettano un'esplosione o qualcosa del genere alla fine, ma io non lo volevo. Nelle prime versioni della sceneggiatura, c'era effettivamente un attentato, ma io trovavo che fosse troppo scontato e prevedibile e non mi interessava. Trovavo più interessante al contrario restare dentro un'altra realtà, una realtà più interiore. Infatti ho voluto terminare il film sulla stessa immagine dell'inizio, ma rovesciata, perché i due ragazzi sono, anche visivamente, l'uno il rovescio della medaglia dell'altro. Perciò ho trovato questo finale più aperto, più leggero, più arioso. Non mi interessava affatto fare un film pesante, duro, serio, volevo che si potesse anche sorridere e ridere, che fosse come la vita”.

Il film è molto critico anche verso la religione. Lévy ci dice in proposito: “Trovo che possedere la fede sia un regalo della vita, perché è una forza eccezionale. Io non ho la fortuna di averla e mi dispiace molto, perché quando vedo la gente che ha la fede mi rendo conto che ha una grande forza. Però sono molto più critica con l'utilizzo che alcuni fanno della fede, con quello che gli uomini fanno dell'idea di Dio. Molto spesso questa idea, che dovrebbe unire gli uomini, li separa, ed è quello il problema”.

Girando a Israele con un cast e una troupe, composta “da ebrei israeliani, arabi israeliani e arabi palestinesi”, che hanno aiutato a dare una forma più realistica alla sceneggiatura coi loro consigli, che idea si è fatta del paese e della situazione?
“Ci sono andata spesso ed è un paese straordinario, perché ci sono tante differenze a secondo dei posti in cui vai. Ad esempio Tel Aviv viene chiamata “la bolla”, è un luogo in cui la gioventù è libera, i ragazzi vivono sulla spiaggia, ci dormono, ci mangiano, c'è una tale libertà che non ci si immagina nemmeno che il paese possa essere in guerra. Poi, quando si va a Gerusalemme, si trova una città incredibilmente ispirata, dove coesistono tutte queste diverse religioni e c'è questa coabitazione, a volte felice e a volte no, tra israeliani e palestinesi. Amos Oz, uno scrittore israeliano che amo molto e che mi ha ispirato per questo film, in uno dei suoi libri dice che tutte le persone che camminano per le strade di Gerusalemme, per lui non sono delle silhouette, ma dei punti interrogativi. Ecco, l'immagine di tutti questi punti interrogativi che si incrociano in questo modo per me è molto bella e vera”.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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