Interviste Cinema

Lo Studio Ghibli incontra l'animazione europea: Michael Dudok De Wit presenta La tartaruga rossa

Il regista alla Festa di Roma presenta il suo particolare esordio nel lungometraggio.

Lo Studio Ghibli incontra l'animazione europea: Michael Dudok De Wit presenta La tartaruga rossa

Alla Festa di Roma per presentare il suo film d'animazione La tartaruga rossa, coprodotto dallo Studio Ghibli, una storia di realismo magico su un naufrago su un'isola deserta, il regista olandese Michael Dudok De Wit ammette: "E' stato uno shock". Non capita tutti i giorni di sentirsi avvicinare da uno dei più rinomati studi d'animazione del mondo: i vertici del Ghibli avevano visto e apprezzato il suo corto Father and Daughter, premio Oscar nel 2001, e gli hanno proposto una coproduzione per il suo esordio nel lungometraggio.

Ma la curiosità è tanta, visto che il mitologico studio di Hayao Miyazaki e Isao Takahata non è di certo noto per collaborazioni esterofile: "Abbiamo due approcci diversi, europeo e orientale, ma condividiamo la stessa sensibilità, un rapporto molto stretto con la natura, pieno di rispetto, quasi shintoista, anche se non abbraccio quella religione". De Witt ha scritto e diretto il film, realizzato poi praticamente dallo studio Prima Linea, in ulteriore coproduzione con la francese Wild Bunch; il rapporto più stretto in preproduzione Michael l'ha avuto proprio con la leggenda Isao Takahata, che lo ha stupito per l'umiltà con cui ha cercato di mettersi nei suoi panni, senza sostituirsi a lui (c'è da immaginare che De Witt gliel'avrebbe anche un po' lasciato fare). "La loro fiducia nei miei confronti è stata totale, sin dall'inizio, cosa rara quando ci sono in ballo tanti soldi. Erano d'accordo con l'idea di non affidarsi ai dialoghi. E dire che all'inizio non avevamo nemmeno firmato un contratto, e questo film era un'idea rischiosa per tutti."

Forse rischiosa persino nella tecnica usata: una classica animazione a mano libera in 2D, su sfondi dipinti a mano (anche se si sono usate penne ottiche e non la classica matita sulla carta), con alcune riprese dal vero di attori usate solo come riferimento per gli animatori. Unica eccezione è stata l'animazione delle tartarughe, realizzate in una CGI perfettamente mascherata: "E' difficile animarle a mano quando si muovono lentamente".

A prescindere dal piacevole shock di lavorare fianco a fianco con Takahata, cosa gli è rimasto dell'esperienza? La necessità di condividere i propri gusti con altri collaboratori, di metterli in gioco, di confrontarli con i gusti degli altri e di venirsi incontro per la ricerca di una sintesi. "Sono una persona molto pragmatica, ma non smetto mai di stupirmi per i misteri più semplici: la tartaruga abbandona l'infinito per deporre le uova, con grande fatica, poi ritorna nell'infinito. Quando ho avuto l'idea della tartaruga sono stato folgorato: era perfetta per il mio protagonista, e con mio grande sollievo quando l'ho sottoposta a Pascale Ferran [cosceneggiatrice] è stata d'accordo con me".

Qual è il tema di La tartaruga rossa? La libertà? L'amore? "Quando pensiamo a una storia non pianifichiamo mai troppo. Sono partito dall'idea del naufrago, un archetipo che per me funziona ancora, ma la mia passione è sempre stata la natura, in senso lato, non solo parlando di piante e animali: la luce, l'ambiente che ci circonda, la morte. Il protagonista prima combatte la natura, poi l'abbraccia. L'innamoramento stesso tra un uomo e una donna l'ho pensato come naturale, spontaneo, senza corteggiamento." Ma De Witt non cercava un messaggio urlato e telefonato: "Se c'è un'idea di libertà, è che la libertà sta nel non separarsi mai dalla natura."



  • Giornalista specializzato in audiovisivi
  • Autore di "La stirpe di Topolino"
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