Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet: Jean Pierre Jeunet fra 3D e grandi spazi americani

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Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet: Jean Pierre Jeunet fra 3D e grandi spazi americani

Jean-Pierre Jeunet torna al cinema confrontandosi per la prima volta con i grandi spazi americani ne Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet. Ancora la storia della crescita di un bambino dall’infanzia problematica; questa volta alle prese con un'intelligenza decisamente al di sopra della media e un viaggio che lo porterà dalle pianure del Montana fino alla capitale Washington.

Clip italiana in esclusiva del film:



Abbiamo incontrato Jeunet in un elegante albergo del centro di Parigi. Ci ha accolto dicendo che voleva parlare de La grande bellezza. “L’ho visto sette volte. La prima non interamente, mi sono annoiato. La seconda volta mi sono un po’ addormentato. Poi la terza l’ho adorato e ora l’ho visto sette volte: è diventata un’ossessione. Ho pranzato con Sorrentino a Lione, lo adoro, ora sono veramente ossessionato dal suo film. Ho amato Il divo, meno This must be the place. Quello che mi rende triste è che è quel film, come anche Whiplash, Lo sciacallo, o altri film che ho amato, ultimamente non vanno bene. Il cinema geniale non funziona in sala. Poi vedo un grande successo come Lucy, che è un film sull'intelligenza, ma non è intelligente. È un po' triste."
Luc Besson è geniale, a suo modo, però.

Sicuramente. È un uomo d’affari.

Parlando del suo film, si tratta di una storia molto particolare. Si fanno molti film con i bambini, ma non è facile trovare un equilibrio fra purezza e ricchezza.

È tratto da un romanzo, che ho rispettato al 95%, visto che era così pieno di idee. La prima cosa che ho detto all’autore è che sarei stato fedele, pur ovviamente non impedendomi di aggiungere dei piccoli dettagli. La struttura in tre parti è quella, anche se era rischiosa, perché ci sarà sempre qualcuno a dirti che preferisce l’inizio, o la fine, o la parte centrale. Quello che mi interessava nel libro era il suo essere una storia commovente: mi ha fatto piangere; poi ho visto l’opportunità di girare nei grandi spazi americani, cosa che non avevo mai fatto e soprattutto la possibilità di fare un film in 3D, il che mi dava la possibilità di far volare le invenzioni di Spivet. È questo che amiamo nel 3D, poter prendere al volo le cose, sennò è noioso. Nel film avevo la possibilità di fare come in una pubblicità, facendo volare le cose, cosa che trovavo eccitante.

Eppure non è un buon periodo per il 3D, molti spettatori lo evitano, lo trovano deludente.

Perché sono delle conversioni, non film pensati per il 3D. Sono delle truffe messe in atto da Hollywood per fare soldi. Noi l’abbiamo scritto, pensato e talmente ben fatto per il 3D che abbiamo ricevuto a Los Angeles il premio Harold Lloyd, vinto in passato da James Cameron, Scorsese, Ang Lee e Katzenberg. Sono molto fiero di questo; Variety ha anche scritto ‘il miglior film in 3D di sempre’.

L’infanzia e la crescita sono dei tempi importanti, fra ironia e lutto

Il lutto era nel libro, non una mia preoccupazione personale, non ho vissuto drammi; ma l’infanzia che si fa guidare dalla sua immaginazione è il tema di tutti i miei film. Talvolta sono dei bambini cresciuti, come Amélie, ma lottano contro dei mostri: l’introversione ne Il favoloso mondo di Amélie, un macellaio senza un soldo in Delicatessen, dei mostri alieni in Alien - la clonazione, il senso di colpa in Una lunga domenica di passioni. Ogni volta il tema è lo stesso, ma non lo faccio apposta. Anche in Vita di Pi, in cui ho lavorato alla sceneggiatura, ai storyboard. C’ho passato due anni su Vita di Pi. Anche lì era un ragazzo che lottava contro un mostro, una tigre.

Che è successo poi?

È successo che era troppo caro. Non volevano andare oltre i 60 milioni di dollari e noi avevamo fatto un preventivo di 59 milioni di euro; ma la differenza di cambio fra dollaro ed euro lo rendeva ancora troppo caro. Poi Ang Lee ha finito per farlo con 150 milioni di dollari, ma è il presidente della repubblica di Taiwan che ha pagato la metà del film.




Lei fa film in cui la fantasia e la ricchezza visiva sono fondamentali. È più difficile oggi fare film di questo tipo rispetto a qualche anno fa?

La critica francese adora i film realisti, quelli in cui apri la finestra e filmi per strada. Io preferirei fare un documentario, perché non arrivi mai a quel livello di realismo. Amo i registi che hanno uno sguardo sul mondo; posso citare Sorrentino, Fellini, Sergio Leone, fra gli italiani. Poi Kurosawa, David Lynch, Scorsese, i fratelli Coen, Kusturica, Terry Gilliam, Tim Burton. Potrei citarne tanti. Hanno tutti uno sguardo sul mondo, mentre i realisti francesi mi stufano: a quel punto è più interessante fare delle fotocopie. Solo che in Francia sono molto presenti e i critici li adorano.

Anche in Italia.

Sì, sì. Invece quando fai un cinema estetico vieni bastonato. Trovo sia un peccato, ma amo quel cinema e continuerò a farlo per tutta la vita.

Abbiamo parlato dello sguardo. Qual è stato il suo nei confronti dei grandi spazi americani, luogo dell’immaginario cinematografico con cui tutti siamo cresciuti?

Sì, ma è molto facile. Non c’è bisogno di uno sguardo se sei davanti a un ranch con un mulino a vento e un treno che passa dietro. Lo sguardo è là, tu metti la macchina da presa e funziona. Sei nel pieno della mitologia americana. Non ho voluto fare un western alla Sergio Leone: lo amo troppo, visto che C’era una volta il west è il mio film preferito di tutti i tempi. Se lo avessi copiato avrei fatto una parodia, mentre sono restato più sul classico, mettendo tutta la novità nel 3D. È un film molto contemplativo, un po’ lento, perché il 3D ama questo.

Il bambino è fantastico. È stato difficile da trovare?

Angosciante. Ne abbiamo visti migliaia, poi un giorno su internet me lo sono trovato davanti che diceva di parlare cinque lingue. Campione di arti marziali fra gli under 7, piangeva a comando. Era troppo piccolo, ma nonostante questo l’avevo trovato. Era geniale.

È notevole il fatto che abbia un candore, ma anche una grande intelligenza.

E sa fare tutto. Durante le prove pensavo che sarebbe andato meglio nel corso delle riprese di un 15, 20%. Invece ha migliorato del 60%.




Ci sono tre parti del film, ma anche tre generi diversi. Come avete lavorato sull’immaginario?

L’estetica è tutta concentrata sul 3D. Lo spirito è quello del libro, ma che è molto vicino al mio. Quando ho incontrato lo scrittore, Reif Larsen, mi ha detto che vedendo Amélie aveva avuto l’impressione che qualcuno avesse rovistato nella sua testa; a me è successo qualcosa di simile con il suo libro, che regalavo ai miei amici. Siamo molto vicini, per me è come un figlio spirituale. A tal punto che ci sono delle cose che nel film non ho messo perché erano troppo simili ad Amélie. Condividiamo un universo comune, non l’ho dovuto creare, esisteva già. Era il mio, pur essendo ambientato nei grandi spazi americani.

Come mai ha scelto nel ruolo della madre Helena Bonham Carter?

Perché l’avevo incontrata sul set di Fight Club, dovevo ero passato, e mi aveva detto che avrebbe amato lavorare con me. Quando ho letto il libro ho subito pensato a lei per la madre: un po’ folle e capace di una notevole esuberanza. È stata molto gentile, ha amato la sceneggiatura.

Cosa è, dopo tanti anni di carriera, che le fa venir voglia di raccontare una storia, di lavorarci almeno due anni?

Ho bisogno di amare tutto quello che giro, il che è complicato.

È la ragione per la quale non fa molti film?

Sì, ho difficolta a trovare dei soggetti. Sono due anni ora che ne cerco uno. Farò il pilota per una serie televisiva americana, è molto di moda. È la storia di Casanova che arriva a Parigi, è molto interessante e sexy. Avevo voglia di fare qualcosa sul sesso e quando me l’hanno proposto ho accettato.

Ama anche vederle, le serie televisive?

Certo, come tutti. Le vedo in home video e quando ne ami una sai che ne godrai per settimane intere, tutte le sere, come un buon romanzo sul comodino. È geniale.

Pensa che finiranno per cambiare anche il cinema?

Tutti dicono che le serie televisive sono più interessanti, ma per alcune geniali ce ne sono molte che non lo sono per niente. Mi hanno spiegato che per una serie che funziona alla grande ci sono mille progetti. Di alcune viene fatto solo il pilota, o magari la prima stagione e poi si fermano. Non sono tante quelle che vanno bene. Non sono tutte belle, a me "Il Trono di Spade" mi rompe le scatole.         

Quali preferisce allora?

"Breaking Bad" e recentemente ho amato "True detective". Poi i classici come "I Soprano", "Six Feet Under", "The West Wing", "The Wire".

Le capita di rivedere i suoi film?

Io amo vedere i miei film, contrariamente a molti registi. Mi fa venire in mente dei ricordi delle riprese. Perché quello che amo del cinema è farlo. Jean Renoir diceva: ‘faccio dei film per la gioia di farli, il resto riguarda gli altri’. Mi riconosco tanto nella felicità del fare, che recentemente mi sono messo a realizzare nel mio studio delle piccole creazioni. Amo molto farle perché è una cosa immediata: raccolgo delle cose nel bosco la mattina e la sera sono pronte delle sculture di animali. È bello, perché immediato, mentre fare un film è talmente lungo e complicato... ora poi bisogna farli sempre più in fretta e con meno soldi.

 

Jean Pierre Jeunet ci ha mostrato a lungo sul suo iphone le foto delle sue sculture, pieno di entusiasmo. Ce le ha inviate e ve le proponiamo in questa gallery.

 





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