Interviste Cinema

Lo spazio per parlare dell'emozione, incontro con Filippo Meneghetti, regista di Due

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Una storia d'amore fra due donne anziane nella provincia francese, Due è l'apprezzata opera prima del veneto Filippo Meneghetti, accolta molto bene da critica e pubblico e scelta dalla Francia per gli Oscar. Abbiamo incontrato il regista per parlare di questo bel film, finalmente da oggi al cinema anche in Italia grazie a Teodora Film.

Lo spazio per parlare dell'emozione, incontro con Filippo Meneghetti, regista di Due

Due appartamenti, in mezzo a dividerli solo un pianerottolo. Uno è arredato, pieno di vita e ricordi, l’altro è quasi vuoto, perché le due amiche quasi settantenni in realtà si amano e ne abitano solo uno, anche se non riescono a rendere ufficiale alla famiglia questo amore. Martine Chevallier e Barbara Sukowa sono le splendide protagoniste di Due, opera prima del veneto attivo in Francia, Filippo Meneghetti, che ha rappresentato i nostri cugini agli scorsi Oscar.

Una storia intensa e molto bella, che si è fatta conoscere ed amare a Toronto e poi alla Festa di Roma e che finalmente è uscito nelle nostre sale, distribuito da Teodora Film, dopo la pausa tecnica della pandemia. Ne abbiamo parlato con il regista, nella sua Parigi.

Come è nato Due?

Ogni storia è un collage. In un periodo della mia vita ho conosciuto delle persone, quelle che mi hanno trasmesso la passione per il cinema, che hanno quindi particolare importanza nella mia vita. Non hanno vissuto storie come quella del film, che è inventata, ma sono di questo tipo, anche più dure. Le ho viste vivere e mi ha molto colpito, mi sono sempre detto che se un giorno avessi potuto fare un film, mi sarebbe piaciuto dare qualcosa indietro, rendere loro giustizia per il regalo di avermi messo, da adolescente, davanti ai grandi film alla scoperta del cinema, aprendomi la testa. Volevo fare un film sulle persone di una certa età, perché le ritengo molto interessanti, anche drammaturgicamente, avendo tutta una vita alle spalle. Ogni ruga è un’emozione, una storia vissuta. Viviamo in una società ossessionata da gioventù e bellezza, che ho sempre vissuto con grande diffidenza. Creando immagini porto la responsabilità di una rappresentazione onesta della vita e in questo senso mi interessava molto raccontare il corpo di persone di quasi 70 anni.

Sembra una storia da grande classico ottocentesco, un amore che non si può esprimere, a prescindere dalle motivazioni, però fa impressione vederlo ambientato ai giorni nostri. Le dinamiche familiari, poi, rimandano a autorevoli archetipi letterari.

Quando si scrive è difficile inventare del tutto. Potrebbe anche essere un melodramma, invece mi interessava raccontarlo in un’altra maniera. Durante i cinque anni necessari per riuscire a realizzarlo, ho scritto note in cui spiegavo che volevo mettere in scena come un thriller quello che poteva sembrare un melodramma. La differenza è data da come vedi gli ingredienti che sono già lì, non volevamo pathos né scene madri, ma un film asciutto, compatto e veloce che usasse il codice del genere per creare tensione. Ho preso una dinamica classica, nella struttura, cercando di guardarla in un’altra maniera, per far giocare il pubblico con questi codici. A me sembra che il cinema funzioni come la cucina: uso degli ingredienti che già ci sono, magari ci posso fare la carbonara, ma anche qualcos’altro, con gli stessi ingredienti mescolati in una maniera leggermente diversa.

La vita non è fatta di scene madri, spesso le notizie ci vengono date come accadute, e lei inserisce questo stile piano in un lavoro accurato sugli spazi molto interessante, che richiama proprio al thriller nella dinamica fra l’appartamento e quello di fronte, in una città di provincia. Qual era l’importanza dei luoghi?

Il dispositivo architettonico è stato per me il cuore della messa in scena. Avevo la storia che per anni volevo raccontare, poi il film è nato quando ho scoperto due vedove, vicine di casa di un mio amico, che abitavano così. Ho visto le due porte d’ingresso, loro che si parlavano attraverso il pianerottolo e ho capito che era così che volevo raccontare la mia storia. Alla fine cerchi metafore semplici che possano mettere in scena quello che succede dentro al personaggio. Scrivendo la sceneggiatura avevamo un modellino molto preciso dell’appartamento. Usare lo spazio per parlare dell’emozione mi sembrava una sfida formidabile e mi interessava tantissimo. Gli appartamenti di Nina e Madeleine sono lo specchio della loro anima, pieni delle cose che tutti accumuliamo e diventano il peso delle nostre vite. Il pianerottolo che divide i loro due appartamenti è una frontiera e la porta che è aperta, e poi si chiude, è una metafora di quello che accade nel film.

Cosa l’ha portata alla scelta delle due attrici, Martine Chevalier e Barbara Sukowa?

Volevo due attrici molto diverse, anche come portato narrativo. La Sukowa è il cinema indipendente mondiale, la lista dei registi con cui ha lavorato mi spaventava moltissimo, un personaggio che non ha niente a che vedere con una piccola realtà del sud della Francia, un alieno che una volta che viene tagliata fuori resta sola senza conoscere nessuno. Poi c’è Martine Chevallier, un’istituzione del teatro francese, con un background molto differente. La scommessa era far funzionare l’alchimia fra di loro, in fondo non si sceglie chi si ama. Mi auguravo che la diversità degli elementi “facesse prendere la salsa”.

Come si è trovato, da italiano, a raccontare una storia francese, vivendo lì da alcuni anni?

Avevo iniziato a pensare a questa storia quando stavo in Italia, pensando di ambientarla dalle mie parti, nella provincia veneta. Poi mi sono trasferito in Francia, ma spero abbia un valore al di là di dove sia ambientato. Avrei molte storie da raccontare in Veneto, le storie aderiscono agli esseri umani, che sono ovunque.

Léa Drucker interpreta la figlia di Madeleine: si ritiene progressista, ma messa di fronte alla scoperta di una madre totalmente diversa da quella che aveva sempre conosciuta, ai segreti di una vita, reagisce in maniera scomposta.

Il film parla anche di impostura e il personaggio di Léa, quello con cui buona parte degli spettatori si identica, era cruciale nella lettura della storia. Era fondamentale fosse un’attrice empatica come lei. La relazione madre e figlia è fatta di amore, e la regola base è la fiducia, che in questo caso viene tradita. Léa non è omofoba, ma si sente tradita da sua madre, che è il modello a cui ha sempre guardato e difeso dalle critiche del fratello. Quando scopre che non l’aveva mai ritenuta così intelligente o sensibile da dirle chi era veramente viene ferita brutalmente, e quando sei ferita reagisci anche in maniera molto dura, violenta. Volevamo non ci fossero cattivi o vittime, che tutti i personaggi facessero qualcosa di brutto. Abbiamo tutti un lato oscuro, e rispondiamo a quello che la vita ci mette davanti, non avendo sempre le risposte giuste.

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