Interviste Cinema

Lo chiamavano Jeeg Robot, il cinecomic all'italiana della "generazione Bim Bum Bam"

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Presentato a Roma dal regista Gabriele Mainetti, gli interpreti Claudio Santamaria, Luca Marinelli e Ilenia Pastorelli, e dagli sceneggiatori.

Lo chiamavano Jeeg Robot, il cinecomic all'italiana della "generazione Bim Bum Bam"

A fare un film di supereroi in Italia, ci ha provato qualche tempo fa Gabriele Salvatores: ma non è che gli sia andata molto bene. A riprovarci, ora, è il romano Gabriele Mainetti: classe '76, alle spalle un corto premiato in Italia e all'estero dal titolo Tiger Boy, che già ammiccava a quella che è l'evidente grande ispirazione del suo lungo d'esordio.
“Io e Nicola Guaglianone, soggettista e sceneggiatore del corto come di questo film (che ha firmato a quattro mani con Menotti), siamo di quella generazione cui Bim Bum Bam ha fatto da balia,” spiega il regista. “E allora dopo gli studi di cinema “serio” siamo andati a scavare in quello che ci emozionava nel profondo: i cartoni animati di quando eravamo bambini.”

Il mitico anime di Go Nagai, punto di riferimento di tutta una generazione, appare nel titolo e nella trama di Lo chiamavano Jeeg Robot che racconta, in una Roma iperrealista, violenta e periferica, di un giovane ladruncolo di Tor Bella Monaca che si accorge di avere all'improvviso poteri sovraumani, e che si ritrova coinvolto in una vicenda dove c'è una ragazza in pericolo (e che crede fermamente l'universo di Jeeg sia reale) e un cattivo psicotico noto come lo Zingaro, malavitoso paranoide e violentissimo, ossessionato dalla celebrità e dal successo.

“Sì, il protagonista è un supereroe,” racconta Mainetti, “ma un supereroe che nasce solo alla fine del film, dopo aver fatto quel percorso catartico necessario alla sua evoluzione. Per noi era importante creare personaggi veri, concreti, per porli poi in un contesto assurdo in maniera credibile.”

L'eroe/antieroe in questione, Enzo, è interpretato da un Claudio Santamaria che sfoggia, per l'occasione, un fisico pesante e massiccio: “Gabriele voleva che il personaggio fosse ben piazzato, io di natura sono più dinoccolato, quindi mi ha chiesto di mettere su 20 chili,” spiega l'attore romano. “Lui voleva che Enzo fosse un orso, fisicamente e caratterialmente: mi ha anche mandato da vedere L'orso di Annaud, perché studiassi le movenze dell'animale, e mi ha spedito allo zoo.”
Santamaria racconta di un lavoro sul personaggio che è passato anche per il linguaggio, perché “era necessario dargli quella credibilità tale da supportare la sospensione della credibilità richiesta dai superpoteri.”

Come in molti cinecomic dei nostri giorni, anche in Lo chiamavano Jeeg Robot il peso del villain è pari (se non superiore) a quello dell'eroe. E in questo caso il villain è lo Zingaro di Luca Marinelli, psicopatico ossessionato dalla popolarità dei video su youtube e dalle canzoni italiane degli anni Ottanta.
“Più che al Joker,” dice Luca Marinelli, “per la costruzione del personaggio mi sono rifatto al killer del film che a sette anni ha segnato il mio incontro col cinema, Il silenzio degli innocenti. Mi ricordo di essere stato subito affascinato da quel personaggio problematico: soprattutto nella scena in cui si trucca e balla, mi sentivo come a casa, guardandolo. Pensavo a quanto si era divertito l'attore a interpretarlo.”

Marinelli racconta anche che all'inizio né lui né il regista erano davvero sicuri della sua capacità di rendere un personaggio tanto crudele e sopra le righe, ma che il lavoro sul set li ha aiutati a convincersi a vicenda: “io mi diverivo, e Gabriele mi teneva coi piedi per terra,” dice.
E la passione per la musica? “Inizialmente lo Zingaro doveva essere grande fan di un cantante, che però non ha voluto seguirci nel film," dice l'attore. "Poi, un giorno, abbiamo trovato un video di Anna Oxa a Sanremo, che aveva 16 anni, con un trucco alla Bowie, e abbiamo capito che il personaggio era tutto lì: così, invece di essere fan di uno solo, lo Zingaro è divenato un cultore della musica italiana degli anni Ottanta tout court”.
“Abbiamo guadagnato tanto con questa scelta, con cantanti come la Oxa, la Berté: rendono il cattivo molto più interessante e ambiguo e imprevedibile,” chiosa Mainetti.

La scelta di Ilenia Pastorelli come interprete della svitata Alessia, si deve allo sceneggiatore Nicola Guaglianone, che la aveva vista in tv quando la giovane romana ha partecipato al Grande Fratello proprio nel periodo in cui scriveva il copione, arrivando a scrivere alcune battute del film ispirandosi a lei. “Così, quando ero in crisi durante i casting, perché non trovavo l'attrice giusta, Nicola mi ha suggerito di provinarla,” dice Mainetti.
“E io al provino, dove ero andata pensando che il film fosse una storia sulla politica, perché le mie battute parlavano di un certo Ministro Amaso, non ho saputo piangere,” racconta la ex gieffina. “Quando sono tornata a casa e l'ho raccontato a mamma, lei m'ha detto che un piantarello avrei anche potutofarmelo, col mutuo da pagare e le bollette che si accumulavano. Allora ci ho riprovato, ho pensato al mutuo, e ho pianto immediatamente. Il mio non è metodo Stanislavskij, è metodo mutuo.”

Tra le ispirazioni cinematografiche per questo film, Guaglianone cita Balada triste de trompeta di Alex de la Iglesia (“soprattuto per quanto riguarda l'estetica”), mentre Mainetti rivede nei suoi tre protagonisti versioni differenti dei tre protagonisti di Leon di Luc Besson.
Mentre il titolo, oltre che i cartoni giapponesi, richiama anche Lo chiamavano Trinità per sottolineare “la voglia che avevamo tra due universi e due immaginari distinti,” spiega lo sceneggiatore.

Il tutto, nel segno di un cinema di genere e d'intrattenimento, che non mira alla critica sociale ma che, per essere buono, “deve parlare di noi, di quello che ci succede attorno,” dice Mainetti, spiegando gli accenni presenti nel film alla crisi economica e alla tensione sociale.
Cinema di genere puro, quindi, e di mestiere. Quel mestiere che si è perso nel cinema italiano, dice Santamaria, “perché tutti vogliono fare gli autori, gli intellettuali. Gabriele invece gira i suoi film da spettatore, ed è quella la sua forza.”



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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