"Lisbeth, il motivo per cui ho fatto questo film": Fede Alvarez, Claire Foy e Sylvia Hoeks raccontano Quello che non uccide

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"Lisbeth, il motivo per cui ho fatto questo film": Fede Alvarez, Claire Foy e Sylvia Hoeks raccontano Quello che non uccide

Con me, per intervistare regista e interpreti femminili di Millennium: Quello che non uccide, ci sono un giovane belga con una t shirt di due taglie più piccola,; un'inglese che parla di continuo e ridacchia da sola delle cose che fa; una giapponese piccolina dai capelli color melanzana e con un aggeggio elettronico per tradurre termini dalla sua lingua in inglese e francese; e un altro italiano con tantissimi braccialetti al polso.
L'attesa perché qualcuno tra Fede Alvarez, Claire Foy e Sylvia Hoeks arrivi finalmente a parlare con noi è lunga, vagamente snervante, anche perché ho mal di stomaco, e riesco a non dire quasi una parola ai colleghi seduti al mio fianco per tutto il tempo.
Poi, finalmente, si comincia, arrivano i talent (li chiamano così) e si parte con le domande e le risposte. E tutti, ma proprio tutti, sono d'accordo nel sostenere che questo Quello che non uccide è un film di Lisbeth Salander, e di nessun altro.

"Lisbeth è stata il motivo per cui ho scelto di fare questo film," dice Alvarez, capelli lunghi e barba brizzolata, e due occhi azzurri penetranti sotto le lenti degli occhiali da vista. "Da regista mi piace scegliere storie che mi fanno venir voglia di conoscere da vicino i loro personaggi, di lavorare con loro e farli diventare miei.  Ho sempre pensato fosse ingiusto," prosegue, "che quella che è giustamente diventata un'eroina femminista fosse vista come la spalla di Blomkvist; e volevo che il personaggio di Mikael nel mio film fosse allora il corrispettivo di tante spalle femminili dei film del passato: un personaggio carino da guardare, che venisse rapito e dovesse essere salvato alla fine del film."
Per questo, spiega il regista, ha scelto per la parte un attore emergente e non troppo noto come Sverrir Gudnason: "che poi sembra più giovane, ma ha più o meno la stessa età che aveva Daniel Craig all'epoca di Uomini che odiano le donne, solo che Daniel sembra molto più rovinato," dice ridendo.

Sylvia Hoeks, che nel film di Alvarez è Camilla, la sorella di Lisbeth sbucata dal passato, e sua vera e propria nemesi, arriva addirittura a dire che il suo personaggio altro non è che "uno strumento che serve a raccontare il passato di Lisbeth, per raccontare e mostrare la radice del suo dolore. Camilla è il negativo del positivo di Lisbeth: agli abusi subiti da bambina ha reagito diventando una villainess, mentre Lisbeth negando le sue vulnerabilità per esser forte e proteggere le altre donne."
Con i capelli rasati a zero per esigenze legate alla produzione della serie di Francis Lawrence e Steven Knight See, prodotta dalla Apple, la modella e attrice olandese dice di aver amato molto il personaggio di Camilla, la cui spiccata caratterizzazione estetica "serviva per raccontarla senza tante parole. Il look giusto può farlo."

Di Claire Foy, la Hoeks dice che "è una grandissima lavoratrice ed è costantemente alla ricerca della verità sul suo personaggio."
Un personaggio, racconta l'attrice inglese, che "ho conosciuto dai libri prima ancora che da tutti i film in cui è apparsa in precedenza, e che mi è sempre sembrato incredibilmente interessante. Di Lisbeth," dice la Foy, "trovo in particolar modo intriganti il modo in cui ha reagito a tutte le ingiustizie che ha subito, il suo essere stata una bambina che è stata tradita, il suo non aver mai conosciuto davvero l'amore, e il suo diritto a sentirsi finalmente libera. Mi sentivo molto protettiva nei suoi confronti, ed è strano quando arrivi a sentirti protettiva nei confronti di un personaggio di finzione, e di un personaggio di finzione che interpreti tu stessa."
La vera essenza di Lisbeth Salander, racconta Claire Foy, "l'ho compresa solo sul set, andando dove volevo, seguendo il mio desiderio e la voglia di esplorare certi lati di me stessa, non studiandola sui libri o sul copione. È bello quando i personaggi che interpreti ti sorprendono, perché vuol dire che ti sta sorprendendo la tua stessa interpretazione."

"Ho scelto Claire  perché si avvicinava all'immagine che avevo di Lisbeth quando leggevo i libri," dice Alvarez, "ma poi l'ho lasciata libera di modellare il personaggio a suo piacimento, perché sono gli attori a decidere come saranno i personaggi."
Su un punto, però, Foy e Alvarez si sono sicuramente incontrati: il fare di Lisbeth Salander un ritratto più umano e fragile di quanto non fosse accaduto in precedenza. "Mi piacciono personaggi che sono più vicini alla realtà, nel carattere come nel look," commenta il regista, "che non sembrino superumani e quindi intimidiscano o mettano in soggezione lo spettatore. È per questo che non mi piacciono i film di supereroi."

E il futuro? Se Claire Foy sembra smaniosa di affrontare nuove sfide professionali ("rimanere bloccata per sette anni nello stesso personaggio, come nel caso di certe serie, non è esattamente quello che voglio alla mia età," dice riferendosi a The Crown, ma forse non solo), Alvarez si dice convinto che le avventure di Lisbeth Salander al cinema non sono finite: "Se ci sarò anche io? Beh, questo dipende se ci saranno cose nuove da dire. Non mi piace ripetere cose già fatte."



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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