Interviste Cinema

Libere Disobbedienti Innamorate: la regista Mayasaloun Hamoud e l'attrice Mouna Hawa a Roma

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Presentato alla stampa un'opera prima sulla vita e i problemi di tre giovani donne arabe a Tel Aviv, al cinema dal 6 aprile.

Libere Disobbedienti Innamorate: la regista Mayasaloun Hamoud e l'attrice Mouna Hawa a Roma

Arriva in sala il 6 aprile, distribuita dalla Tucker Film, l’opera prima della trentacinquenne regista palestinese Mayasaloun Hamoud, che tanto scalpore ha suscitato nel suo paese. Libere disobbedienti innamorate è infatti la storia di tre ragazze di svariata provenienza e confessione religiosa, che dividono un appartamento nell’odierna Tel Aviv, città densa di ritrovi notturni dove far tardi a ballare. Della faticosa ricerca di liberazione e rispetto di queste tre ragazze vi parleremo in dettaglio nella nostra recensione del film, che ha suscitato molto anche interesse nella stampa italiana che l’ha visto stamani. A presentarlo sono arrivate a Roma la regista e la bellissima Mouna Hawa, interprete nel film dell’affermata e disinibita Leila, che col tramite dell’interprete, parlando entrambe in arabo, hanno soddisfatto in modo esauriente le molte curiosità dei presenti.

Alla domanda se fosse giusta l’impressione ricavata dal film che il prezzo da pagare per l'emancipazione femminile fosse la solitudine sentimentale, Hamoud ha risposto: “Ogni cosa ha il suo prezzo e ogni decisione ha il suo costo. Io vorrei credere che l’amore giusto arriva solo se siamo sinceri con noi stessi. Alla fine vediamo le tre amiche ferme che guardano un punto lontano, ma sono unite come fossero una sola donna. Credo che la solitudine sia un passaggio necessario, ma solo momentaneo”.

Da quali esigenze è nato questo film e che reazioni ha avuto in patria? “È un invito alla donna di emanciparsi, rivolto non solo alle ragazze palestinesi ma in generale a tutte le donne, perché la società maschilista che vediamo nel film non esiste solo in Israele, ma possiamo osservarla in tutto il mondo. Il film nasce dalla pancia, in modo istintivo, fa anche parte della mia vita come donna che frequenta i luoghi dell’underground palestinese,  presenti ma al tempo stesso invisibili. Per me era importante parlare di questo mondo, che esiste ma è tabù e di cui in genere non si parla. La reazione è stata diversa tra il pubblico di parte palestinese e quello di parte israeliana. Lo spettatore palestinese non è abituato a vedere generi diversi e quindi ha problemi a distinguere tra documentario e realtà. Dal momento che rappresenta la vita quotidiana, alcuni fondamentalisti l’hanno preso alla lettera e l’hanno visto come un attacco alla religione, ma non è vero. Chi ha attaccato il film non l’ha nemmeno visto.

C’è stata poi un’altra reazione molto diversa. Il fatto che abbiamo toccato certi tabù ha prodotto un dibattito nella società, sono stati scritti moltissimi articoli, un numero record, e si sono fatte sentire voci molto forti, di donne che hanno iniziato a parlare del film e questo per noi è un grande risultato. Le minacce sono arrivate solo nei primi giorni, dalla parte fondamentalista, c’è stato un po’ di timore forse per una giornata e mezzo ma si trattava di una strumentalizzazione e quando si è aperto questo dibattito molto vivace, anche femminista, abbiamo capito che queste minacce non avevano alcuna importanza. Quando ho deciso di farlo per me era molto chiaro che sarei stata attaccata ma nasce da una mia convinzione profonda, che se credi in certi principi devi rispecchiarli nel tuo lavoro”.

Interviene la riccioluta Mouna, sulle reazioni ricevute: “Noi tre attrici abbiamo ricevuto tantissime lettere di sostegno, una ragazza che ho incontrato mi ha stretto la mano ringraziandomi, tanta gente è stata toccata dal film, tanti omosessuali si sono sentiti a casa, visto che di tutto questo non si parla nel cinema palestinese e la donna è sempre rappresentata come dipendente da qualcuno, come sorella o come moglie”  Il film è il primo capitolo di una prevista trilogia: “Il tema è il prezzo che pagano le donne, che rimarranno protagoniste. Non si tratterà però di sequel di questo primo film, saranno ambientati nello stesso mondo ma saranno storie diverse con rappresentazioni diverse”.

Sul realismo del film Hamoud ha commentato: “Il cinema palestinese in genere parla della lotta, dell’occupazione e del conflitto palestinese-israeliano, dunque i protagonisti sono vittime o eroi, personaggi stereotipati. Certo il conflitto fa parte della realtà ma la vita continua e il cinema deve rispecchiare questa realtà, i suoi processi e cambiamenti. Il tema principale è quello dell’identità ma c’è anche un passaggio verso l’individuo, nel raccontare la vita dei personaggi nel film. Noi vogliamo trattare gli individui che vivono in questa società. La religione non è così importante, nel film vediamo come si comportano le famiglie delle ragazze, che rappresentano diverse classi e gruppi della società: ci sono laici, fondamentalisti, cristiani ma non praticanti, come la famiglia di Selma, musulmani, ma contano più le tradizioni e i costumi sociali che non la loro appartenenza religiosa. Vogliamo rompere ad esempio gli stereotipi secondo i quali i cristiani sono aperti e i musulmani sono delle specie di mostri”.

Tornando al tema del prezzo che le donne devono pagare: “È altissimo per le donne che scelgono di essere se stesse e di non vivere secondo i costumi tradizionali. Quando lo fanno attraversano un ponte che brucia alle loro spalle, il loro nome viene macchiato, vengono allontanate dalla famiglia, non possono scegliere il partner. Vediamo anche l’ ipocrisia di molti ragazzi che stanno con queste donne ma non le vedono adatte come mogli o per relazioni più impegnative”. Si parla infine dell’affiatamento delle protagoniste e sul modo in cui lo si è raggiunto. Hamoud: “Sono passati 5 anni dalla prima bozza della sceneggiatura del film alla realizzazione. Conoscevo molto bene i personaggi e le idee, come anche le attrici che interpretano Selma e Nour, siamo state come una famiglia molto unita. Loro venivano a casa e io cucinavo per loro, era importante trasmettere questa intimità sullo schermo. Mouna è arrivata solo l’ultimo mese ma eravamo una famiglia.

Prima della prima prova ho scritto: stiamo iniziando un percorso molto interessante ma difficile, ci stiamo imbarcando in questo viaggio e vogliamo trasmettere questa unione nel film. Va anche considerato che la sceneggiatura l’ho scritta in ebraico inizialmente perché dovevo farla vedere ai finanziatori, poi è stata tradotta in arabo, e gli attori hanno avuto un’importanza fondamentale per rendere naturali i dialoghi, hanno potuto personalizzarli e c’è stato molto spazio per l’improvvisazione”. Mouna sull’atmosfera del set conferma: “Porto via da questo film tante amicizia molto forti, è vero che sono arrivata tardi ma ho vissuto un’atmosfera magica, in un passaggio dalla finzione alla realtà che ha influenzato la nostra vita e viceversa. Abbiamo vissuto insieme, pianto e riso insieme. Nella scena del bagno che le ragazze fanno a Nour dopo lo stupro era come se fossero una sola persona. Abbiamo pianto insieme per questa scena e questa commozione ed emozione non che uscire sullo schermo”.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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