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Le Mans '66 - La Grande Sfida, parla James Mangold: "Aspiro a far film che la gente ricordi, che facciano provare qualcosa"

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Uno dei registi più "classici" del cinema hollywoodiano contemporaneo alle prese con una pagina di sport che ha fatto la storia dell'automobilismo. Al cinema dal 14 novembre.

Le Mans '66 - La Grande Sfida, parla James Mangold: "Aspiro a far film che la gente ricordi, che facciano provare qualcosa"

James Mangold è un omone dalla faccia simpatica, incorniciata da una barba sale e pepe modellata in modo simile a quella dello Scorsese di fine anni Settanta e da degli occhiali dalla grossa montatura nera che, addosso a un altro o con un altro abbigliamento, sarebbero stati in odore di hipsterismo.
Dopo lo straordinario successo di Logan - è lui stesso ad ammetterlo: "Se incassi, poi a Hollywood puoi fare quello che ti pare" - avrebbe potuto scegliere un qualsiasi progetto, e magari cercare di continuare a cavalcare l'onda dei cinecomic. Ma Mangold è sempre stato un regista felicemente sfasato rispetto ai tempi cinematografici in cui ha operato; sempre in odore di un cinema d'altri tempi, classico, dove il racconto ha la precedenza su ogni altra cosa. È il regista di film come Cop Land, di Walk the Line, di Quel treno per Yuma: e ha trovato in una pagina dello sport automobilistico che ha fatto storia il suo nuovo progetto per il grande schermo.
Quella di Le Mans '66 - La grande sfida è una vicenda ben nota agli appassionati: se la conoscete, sapete di cosa stia parlando; se non la conoscete, l'apprezzerete ancora di più al cinema (dal prossimo 14 novembre), perché è intensa e soprendente. Per ora basti dire che la sfida che viene raccontata da Mangold non è solo quella tra la Ford e la Ferrari sintetizzata dal titolo originale del film (Ford vs Ferrari, appunto), ma anche quella tra i Carrol Shelby e Ken Miles, i due protagonisti interpretati da Matt Damon e Christian Bale, contro le regole e l'opportunismo della grande corporation per cui lavoravano.
"Mi sono rivisto in Shelby e Miles," racconta Mangold. "Mi è successo spesso di dover lottare per i miei film, di difendere le esigenze dell'arte contro quelle del denaro. Quindi certo, in qualche modo in Le Mans '66 c'è anche il racconto metaforico di quando sia difficile lottare per un'idea o una convinzione nel mondo delle corporation. È un film pieno di romanticismo, da questo punto di vista," aggiunge. "Anche se va considerato che oggi la situazione è assai peggiore di quella raccontata nel film. Specie nel mondo dello sport."

Confessa di trovare gli sport automobilistici molto noiosi, James Mangold, ma a lui "piaceva molto questa storia. Ci ho subito visto dentro la potenzialità per un film pieno di cinema, spettacolare da un lato, e anche sorprendente. Viste in tv le corse mi annoiano: le auto seguite dalla telecamera sembrano ferme, e poi non vedi quello che accade dentro. Quindi ho subito capito che nel mio film avrei mostrato che accadeva dentro l'abitacolo, e avrei cercato di far capire come perché stessero avvenendo certe dinamiche in pista, o fossero prese certe decisioni."
La vera ambizione del regista, però, era quella di far capire qualcosa di ancora più complesso: quello che avviene dentro la testa dei suoi personaggi. "In tutti i miei film," spiega, "l'obiettivo è sempre quello di trovare l'umanità del personaggio, la sua verità, la sua bellezza. Io cerco di pensare al mio lavoro come a un lavoro semplice, per concentrarmi al massimo su quell'effetto speciale che non puoi comprare: fotografare il volto umano e con lui il suo pensiero e il suo sentimento."
In questo suo tentativo Mangold è stato aiutato da due ottimi attori come Damon e Bale: "Li conosco entrambi da tempo, e li apprezzo perché si comportano come attori, e non come star. Non ho pazienza per chi non è così. Sul set ho tanti bravissimi attori, e io devo fare da padre a tutti loro: non potrei permettermi di perdere tempo e attenzione con chi fa i capricci." 
Quando gli si dice che è un grande storyteller, poi, James Mangold risponde così, dimostrando di non avere il carattere capriccioso della star nemmeno lui: "Quello cui aspiro è far film che la gente ricordi. Non i più cari, non i più spettacolari, ma quelli che ti fanno provare qualcosa," dice, citando forse implicitamente alcune dichiarazioni recenti di Scorsese. "Ci sono troppi film che ti fanno annoiare, che ti spengono il pensiero: io non vorrei mai far parte di una sorta di Matrix, di tenere il mio pubblico addormentato. Voglio fargli sentire qualcosa, svegliarli, senza dare risposte pronte, ma sollevando tante domande. Non so se sono un grande storyteller, ma di certo sento su di me un sacco di responsabilità."



  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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