Interviste Cinema

Laurent Cantet a Roma per Ritorno a L'Avana

Il regista ci racconta il suo nuovo film

Laurent Cantet a Roma per Ritorno a L'Avana

Passato nelle Giornate degli Autori all'ultimo Festival di Venezia, arriva domani in sala Ritorno a L'Avana, diretto da Laurent Cantet, Palma d'Oro a Cannes nel 2008 per La classe, a Roma per presentare il nuovo film.

La vicenda del cinquantenne Amadeo, che torna a Cuba dopo una fuga durata sedici anni, festeggiando il ritorno con gli amici migliori di una volta, non risparmia critiche alla politica e alla vita cubane. Chiediamo a Cantet se abbia avuto problemi di censura, visto che l'opera è girata proprio sull'isola. "Si può fare, a Cuba la situazione è cambiata", ci dice. Lo scrittore Leonardo Padura, coautore del copione, è molto stimato in patria, e la lavorazione è stata approvata dalle autorità, senza ingerenze durante le riprese. "Ma è un film che si svolge a Cuba, non è un film su Cuba", aggiunge Cantet, che si è voluto concentrare sui rapporti emotivi che legano gli elementi di un gruppo, con realismo e senza idilli, cercando però la sincerità e il valore dell'intimità.

In origine un progetto per un cortometraggio di quindici minuti, Ritorno a L'Avana, suggerito a Cantet dall'esperienza dell'opera collettiva 7 Days in Havana, si è poi espanso sulla durata di novanta minuti, un po' per necessità, un po' per sfida. Per necessità, perché due degli attori tra i primi scritturati, Isabel Santos e Fernando Hechevarría, gli hanno fatto notare che l'idea sarebbe stata sprecata in un formato così breve. Questione di principio ascoltarli, perché l'intero cast, diversamente da quanto accade di solito nella filmografia del regista, è questa volta composto da professionisti. Ma è stata anche una sfida, perché Cantet ha spinto Padura a costruire una vicenda in unità di tempo, di azione e di luogo, tutta su una terrazza, nell'arco di una giornata.

Normale pensare al teatro, e Laurent non nega che una certa teatralità fosse voluta, ma solo nel dispositivo narrativo, veicolato da tanti dialoghi. La macchina da presa attaccata ai visi degli attori ha garantito la forza cinematografica del taglio. Per consentire l'immedesimazione perfetta del cast, Cantet ha girato le scene in ordine cronologico, con ciak anche di dieci minuti senza stop, dove i campi e i controcampi erano garantiti da due macchine da presa. "E' difficile per un attore restituire un'emozione in ciak da quindici secondi..."

Ispirazioni cinematografiche? "La terrazza di Ettore Scola, anche se non l'ho rivisto per non farmi influenzare", ammette, "ma non Il grande freddo, non l'ho mai visto! Mi sa che prima o poi dovrò farlo, perché me lo citano tutti." Perché proprio una terrazza come teatro di questo ritrovarsi? "Serve a planare sulla città, a evitare l'effetto cartolina. Sei dentro ma sopra la città." Con il mare sullo sfondo, per ogni cubano simbolo di fine, di fuga, mai parte integrante dell'esistenza. La terrazza inoltre si prestava a un discorso audiovisivo funzionale: i suoni della strada, la luce del mattino e il progressivo buio, sfondo perfetto per il crescendo cupo della narrazione.

Visto che Cantet è coetaneo dei cinque protagonisti, c'è qualcuno in cui si identifica? In generale crede di far parte "della generazione perduta, quella che ha ereditato gli ideali ma non ha davvero provato ad applicarli. Riguardando la mia filmografia, credo che non racconterei mai personaggi che non amo, però mi piace molto Eddie, perché è patetico, sa di essersi tradito." A proposito di crollo di ideali, cosa pensa della sua Francia? Sorride, non era pronto alla domanda: "Sarebbe troppo lungo rispondere... Gestiamo la crisi improvvisando, c'è il panico generalizzato, il pensiero politico è azzerato."

Come hanno reagito i Cubani al film? Cantet è ansioso di verificare le reazioni di una larga fascia di pubblico all'Havana Film Festival a dicembre, ma nel frattempo i Cubani che l'hanno visto hanno dichiarato di essersi commossi. Questo nonostante Laurent abbia cercato con attenzione di spiegare anche ciò che per loro è ovvio: "Ho fatto un film più pedagogico di quello che avrebbe fatto un Cubano. Ho cercato l'equilibrio tra emozioni e pedagogia, passando tanto tempo a Cuba, leggendo i romanzi di Padura e affidandomi a lui per rimpolpare il mio scheletro del film."
Tra una California Dreamin' e un dialogo sulla contrapposizione Beatles / Rolling Stones, Cantet scommette sull'universalità di fondo dei temi.


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