Interviste Cinema

Laurent Cantet a Roma per presentare il suo La classe

Gli studenti di Entre les murs di Laurent Cantet, Palma d'Oro a Cannes, arrivano nelle sale italiane. Il regista a Roma: "Il film è lo specchio della società multirazziale contemporanea".

Laurent Cantet a Roma per presentare il suo La classe

Intervista a Lauren Cantet, regista de La classe

La Palma d'Oro dello scorso Festival di Cannes arriva nelle sale italiane. La classe, tratto dall'omonimo libro di François Bégaudeau che nel film interpreta il suo vero ruolo di professore, è la storia del rapporto tra un insegnante e i suoi studenti di una scuola media francese vissuto durante l'arco di un anno scolastico. Il regista, che ha voluto ricevere la Palma sul palco del Grand Théatre Lumière insieme a tutta la scolaresca di novelli attori, è Laurent Cantet.

Cantet ha incontrato la stampa italiana all'Ambasciata francese di Roma spiegando che in Francia Entre les murs, questo il titolo originale, ha esordito nelle sale il mese scorso con 380 copie diventate 500 la seconda settimana di programmazione. In Italia i diritti di distribuzione appartegono a Mikado che inialmente farà uscire il film in 70 copie sperando di replicare, con le debite proporzioni, il successo d'oltralpe.

A.B.: Monsieur Cantet, come spiega il successo del suo film?

L.C.: Ci sono due ragioni. Innanzitutto è un film molto ricco di energia grazie agli alunni che lo sorreggono dall'inizio alla fine. Il film stesso cerca continuamente di inseguirli nei loro discorsi, non li lascia mai cogliendone tutta la vitalità e la spontaneità. In secondo luogo le questioni scolastiche sono condivise a livello mondiale, anche se in Francia hanno un impatto particolare così come in Italia c'è un dibattito molto acceso al riguardo. Al di là di questo credo che la storia insegni cose universali come imparare a riflettere, a crescere, ad essere responsabili. Una classe come questa permette ai ragazzi di farsi le ossa in un ambiente democratico e descrive il mondo in maniera globale, come se fosse la cassa di risonanza della società multirazziale che la circonda.

A.B.: In effetti la sponaneità dei ragazzi è tale che in alcuni momenti si perde il confine della finzione. Quanto hanno contribuito a "scriverlo"?

L.C.: Il loro contributo è la carne del film. Avevamo una sceneggiatura con una trama molto precisa. C'erano della parti che volevo veramente sentire attraverso le loro voci e all'inizio di ogni ciak davo le giuste indicazioni, tu devi dire questo, tu rispondi così, tu resti in fondo all'aula. Poi François Bégaudeau, che sapeva dove voleva arrivare, lanciava la scena improvvisando lui stesso su un argomento da noi previsto e i ragazzi rispondevano con battute studiate e con altre inventate. Al ciak successivo tenevano ciò che gli avevo chiesto lasciando inalterata la spontaneità della scena.

A.B.: I metodi di insegnamento sono cambiati, la scuola anche. Malgrado questo, ha ritrovato sul set qualcosa della sua vita di studente?

L.C.: Quando avevo 13 anni vivevo in una piccola città abitata da famiglie bianche della media borghesia e non ho mai dovuto affrontare tutte queste diversità. Vedo i miei figli che frequentano una scuola simile a quella del film e ho l'impressione che abbiano un'apertura di spirito maggiore di quella che avevo io alla loro età. Si confrontano con realtà diverse dalle loro, mondi diversi, modi diversi e tutto questo li arricchisce molto. È una delle ricchezze della scuola.

A.B.: Insegnanti e studenti italiani stanno manifestando da qualche settimana contro le riforme scolastiche che il Ministro dell'Istruzione Gelmini sta tentando di varare. Senza entrare nel merito, cosa dovrebbe essere preservato secondo lei nelle scuole di oggi?

L.C.: Il film mostra come quello scolastico sia un sistema molto complesso dove nessuno ha completamente ragione e nessuno completamente torto. È un sistema pieno di contraddizioni, è un'arma di integrazione e allo stesso tempo di emarginazione. Non ci sono metodi pedagogici infallibili. Spesso qualcuno vuole metterci troppa personalità, ma il fatto è che ci vogliono programmi che non prevedano soltanto nozioni da acquisire. La scuola deve insegnare a riflettere, a crescere, a trovare il proprio posto nel mondo e bisogna che quello spazio di riflessione possa continuare ad esistere.



  • Giornalista cinematografico
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