Interviste Cinema

La vita possibile: dalla distruzione di una famiglia alla rinascita individuale

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Margherita Buy, Valeria Golino e Ivano De Matteo ci presentano il quinto film del regista che prende il via da un tema attuale e drammatico come la violenza sulle donne.

La vita possibile: dalla distruzione di una famiglia alla rinascita individuale

E' stato presentato alla stampa e uscirà in sala il 22 settembre distribuito da Teodora il quinto film da regista di Ivano De Matteo. La storia è quella di Anna (Margherita Buy) che scappa da un marito violento da Roma a Torino col figlio di 13 anni, trova rifugio in casa di un'amica e cerca di ricominciare una vita lontana da lui, raccontata soprattutto attraverso lo sguardo del ragazzo, che lotta con sentimenti contrastanti per comprendere la situazione e inserirsi. Scritto con la partner di lavoro e di vita Valentina Ferlan, La vita possibile nasce da un'esigenza del regista:

“Quando abbiamo deciso di fare questo film venivamo da tre film con una storia di famiglie apparentemente normali che andavano verso la distruzione e qua volevo fare il contrario, una famiglia distrutta che va verso la ricostruzione. Lo spunto è venuto dalla storia di una conoscente della mia compagna, che ha subito dieci anni di violenze con un figlio ancora più piccolo di quello del film. Non volevo fare un film sulla violenza sulle donne che fosse voyeuristico e che mostrasse quella violenza, volevo raccontare cosa accade dopo. Sono andato a parlare con parecchie di queste donne, specialmente con una che avevo conosciuto dalla trasmissione Amore criminale e ho deciso che era importante non far vedere quello che accade, ma raccontare quello che succede poi. Se dovessi definirlo in tre parole direi che è un film con la violenza di un uomo, l'amicizia di una donna e l'amore di un bambino”.

Valeria Golino è l'amica che apre le porte della sua casa ad Anna: “Sapevo che il mio personaggio era funzionale e importante per la storia, serviva a dare una nota della musica di questa storia. Sapevo che entravo con la mia piccola parte a fare una cosa necessaria a questa storia dolce, tenue, dolente, malinconica, ma anche allegra e speranzosa. Sapevo che in quelle scene il mio dovere era di portare a Margherita o a Ivano qualcosa che serve nel film e servirebbe nella vita. Forse nessuno sarà d'accordo con me ma in questa storia quello che manca è proprio l'odio, l'odio non si sente, è come se lui avesse scelto di non odiare nemmeno il padre. Io lo giudico, penso che si debba far curare ma non provo odio per lui e questo quando ho visto il film mi ha fatto piacere, che ci fosse anche un senso di compassione”.

Del cast fa parte anche l'attore svizzero Bruno Todeschini, nella parte di un ex calciatore francese con un passato drammatico, che si avvicina a questa famiglia distrutta attraverso il bambino: “E' un uomo che è quasi morto, senza qualcosa che accada nella sua testa e nel suo cuore, e stando con un bambino finalmente rivede l'umanità, la famiglia e forse anche la possibilità di un amore. Attraverso questo bambino che rinasce, si ricostruisce insieme a lui, ed è la bellezza di questo personaggio”.

Ivano Di Matteo torna sul drammatico tema di fondo: “Ho cercato di rappresentare qualcosa che è difficile capire cioè il perché una donna resti in quella situazione. Una delle ragioni principali sono i figli, i dubbi, i sensi di colpa, una cosa che mi ha molto colpito quando parlavo con queste donne. Quando ho parlato con la neuropsichiatra infantile che segue questi ragazzi mi ha detto che il figlio può anche rifiutare la madre, a un certo punto la odia, come nella scena sul ponte, si mettono a rischio solo per attirare l'attenzione. Ho lavorato molto sui passaggi psicologici. Quando Anna va a chiedere aiuto, quella parte in pratica l'ha scritta la presidente del centro antiviolenza, perché un minore non può avere un aiuto psicologico se anche il padre non è d'accordo, a meno che non gli venga tolta la patria potestà. Ripeto: non mi interessava fare un film sulla violenza ma sulla ricostruzione. Le frasi iniziali che dice il marito alla moglie, e che io ho edulcorato, prese dagli atti di un processo e la lettera che le scrive il marito, da una raccolta di lettere di uomini violenti, bastano a rendere duro e realistico il film.

“Io lavoro sulla famiglia, ma credo che sono i punti di vista che cambiano, volevo chiudere questa sorta di pseudotrilogia de La bella gente, Gli equilibristi e I nostri ragazzi: È chiaro che c'è un intento diverso, con gli altri film andavo a provocare, cercavo delle risposte su dei dubbi che avevo, qua volevo fare un film di sentimento, anche per smentire un luogo comune: non è che se uno è grosso e robusto non è sensibile. Io a volte piango, mi soffermo sulle cose. 10 giorni fa a Viale Trastevere passavo in moto e ho visto un tizio che picchiava una ragazza per terra. Ho fermato la moto e sono sceso, ma ci siamo fermati solo in due a contenere quello, gli altri sono quelli che chiamo i cazzari che guardano, ci vorrebbe più attenzione da parte di tutti”.

Margherita Buy, da mamma, aggiunge: “Io sono madre oggi ed è un problema quotidiano. Abbiamo lavorato molto sui suoi sensi di colpa per la situazione che lei ha fatto vivere al ragazzino per anni e poi per aver preso questa decisione di portarlo via. Sono sempre preoccupata e a volte sono anche padre, e la cosa non mi dispiace perché mi assumo seriamente delle responsabilità. In questo caso avevo un senso di protezione nei suoi confronti, mia figlia era gelosissima, visto che più o meno sono coetanei e anche questo mi ha aiutato a entrare in questo personaggio”.



  • Saggista e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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