Interviste Cinema

La vita oscena: intervista al produttore Gianluca De Marchi

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L'incontro con Clément Métayer, la profondità di Aldo Nove, la voglia di sperimentare.

La vita oscena: intervista al produttore Gianluca De Marchi

Arriverà nelle nostre sale, probabilmente in autunno, La vita oscena, il film di Renato De Maria che all'ultimo Festival di Venezia è stato uno dei titoli di punta della sezione Orizzonti.
Interpretato da Clément Métayer, Isabella Ferrari e Roberto De Francesco, parla un linguaggio sperimentale, è accompagnato dalla voce off di Fausto Paravidino e adesso può festeggiare anche l'arrivo di una distribuzione.
Si tratta della Bea Production di Gianni Cottone, che ha risposto all'appello lanciato da uno dei produttori associati del film: Riccardo Scamarcio.

Se però quest'ultimo ha sposato il progetto quando il lavoro sul set era già concluso, a iniziare l'avventura insieme al regista e a seguire l'intera lavorazione è stato Gianluca De Marchi, che ha colto la sfida della traduzione in immagini del romanzo autobiografico di Aldo Nove animato da uno spirito di avventura e dalla voglia di novità
Abbiamo avuto il piacere di intervistarlo e questo è il resoconto della nostra chiacchierata con lui.

Cominciamo dall'aggettivo contenuto nel titolo del film: cosa significa veramente “oscena”?
Per Aldo Nove il termine “osceno” equivale quasi a  “formativo”. Solitamente attribuiamo alla parola un significato solo negativo. Invece c'è dell'altro. Per spiegarlo Aldo ricorre a un esempio: il malato terminale in qualche modo è osceno perché è fuori dalla scena - come suggerisce l'etimologia del termine - e rappresenta ciò che non va visto. La sofferenza, fra l'altro, non viene mai chiamata per nome, si dice: brutta malattia. Non si dice mai: cancro. Osceno è stato il percorso che ha fatto Aldo, che non è un percorso canonico perché passa attraverso lo shock della morte dei genitori, la solitudine, l'assenza di ogni progettualità. Eppure, attraverso questo viaggio Aldo è cresciuto, ha trovato una strada ed è diventato il poeta che è. Il suo è quindi un romanzo di formazione, proprio come “Pinocchio” e “Il giovane Holden”.

Che personaggio è Aldo Nove?
Aldo ha partecipato molto alla prima stesura della sceneggiatura. Aldo è un mondo, è un artista fragile ma coraggiosissimo. Lo rispetto profondamente perché è riuscito a mettere in piazza tutte le sue debolezze.
Aldo Nove è la persona che augurerei a tutti di conoscere.

Perché avete scelto come voce narrante del film Fausto Paravidino?
Abbiamo provato diverse voci fuori campo, anche di attori abbastanza conosciuti, ma che in realtà, applicate alle immagini di Renato, non ci convincevano. Abbiamo fatto un tentativo con Fausto, che ha una voce molto particolare. All'inizio eravamo un po' sgomenti, perché ci sembrava  che accrescesse, per così dire, la natura particolare del film. Non era una voce giovane, il che andava bene, perché in fondo Aldo si racconta da quarantenne.
Le voci di giovani e giovanissimi che avevamo ascoltato avevano qualcosa di incompleto, anche se appartenevano a persone della stessa età di Clément. Così ci siamo buttati – io comunque sono stato un fautore della scelta di Paravidino fin dall'inizio.

L'idea di una stilizzazione formale era presente fin dall'inizio? Oppure è stata una scelta obbligata per poter raccontare in maniera più edulcorata contenuti forti?
Ammiro moltissimo il lavoro che ha fatto Renato, perché è riuscito a rimanere sul leggero, a non appesantire il film nemmeno in presenza delle scene di sesso e di violenza. Avrebbe potuto rappresentarle in maniera più realistica, ma ha preferito usare il suo particolarissimo stile di regia, il suo linguaggio un po' da fumetto che ha reso magnifico, per esempio, un film come Paz!.

Il cinema italiano è pronto per un film così coraggioso e così sperimentale da un punto di vista visivo?
Secondo me sì. La vita oscena non è il primo film sperimentale della storia del cinema italiano: basta pensare ai nostri grandi autori. Lo stesso Fellini aveva tentato, negli anni '60, strade completamente nuove. Quindi sì, il pubblico italiano è pronto, ammesso che riesca a uscire fuori da alcune logiche un po' troppo commerciali – e penso ai multisala... io non ho niente contro i film commerciali, li vedo spesso, il cinema è intrattenimento, quindi qualsiasi esso sia va bene, però anche questo tipo di intrattenimento merita di essere esplorato, soprattutto merita di essere curato, perché, essendo una scommessa da un punto di vista economico e commerciale, va senz'altro sostenuto come forma di cultura.

Com'è stato lavorare con Clemént sapendo che ha avuto esperienze di vita simili a quelle del protagonista del film?
L'incontro con Clément è stato straordinario: non era nemmeno previsto. Eravamo a Parigi, con Renato e Isabella, per parlare con una distribuzione internazionale che sembrava volesse coprodurre il film. Un giorno Sarah Grittini, che ci ha fatto una consulenza per i costumi, ha telefonato a Renato e gli ha detto: “ Guarda, c'è questo ragazzo, perché non gli date un'occhiata?”. Io non sono andato all'incontro, è andato Renato, e quando è tornato era stravolto, sconvolto. Mi ha detto: “L'abbiamo trovato! L'abbiamo trovato! lo devi vedere”. Poi mi ha raccontato che anche Clément aveva subito un lutto quando era molto giovane. L'ho trovato un attore perfetto: ha un volto straordinario che buca veramente lo schermo. Fin da subito, ha aderito perfettamente al personaggio.

Passando alla tua politica di produttore, che cinema vuoi sostenere? Qual è il tuo motto?
Si riassume in una parola: sperimentare. E' vero che un produttore deve fare i conti con l'aspetto economico, ma allo stesso tempo deve essere disposto a rischiare, evitando in primo luogo di mettersi su strade già percorse. Il pubblico si stanca di tutto, quindi è meglio essere i primi nello sperimentare che gli ultimi nel ripetere. Per esempio adesso ci ritroviamo pieni di commedie chenon sanno di niente: a forza di seguire uno schema, hanno perso il sapore del nuovo. Io credo che sia necessario osare, però con accortezza, con un occhio rivolto al mercato. Per La vita oscena non abbiamo speso tantissimo, ma abbiamo comunque fatto un prodotto che si difende da solo. Ora esiste una distribuzione e cominciano a chiamarci dall'estero. Insomma, ci prepariamo a vedere un utile.

 

 



  • Giornalista specializzata in interviste
  • Appassionata di cinema italiano e commedie sentimentali
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