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La tomba delle lucciole: Intervista a Gualtiero Cannarsi, autore della nuova versione italiana

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A Lucca Comics presentato il capolavoro dell'animazione giapponese.

La tomba delle lucciole: Intervista a Gualtiero Cannarsi, autore della nuova versione italiana

Tra i mille eventi di questa straripante edizione 2015 di Lucca Comics and Games, tra gli assaggi e le prime visioni di film e serie tv, uno dei più significativi e affascinanti è stato l'anteprima italiana di La tomba delle lucciole, capolavoro del 1988 di Takahata Isaho, che la Koch Media porta al cinema per due giorni, il 10 e l'11 novembre, in una versione ritradotta e ridoppiata per l'occasione, rispetto alla vecchia per l'homevideo, prima di distribuirla anche in dvd in questa nuova veste. Traduttore, direttore del doppiaggio, profondo conoscitore della cultura giapponese, il deus ex machina di questa operazione è Gualtiero Cannarsi, considerato giustamente la massima autorità italiana in materia. Sentirlo parlare, con inarrestabile passione, del suo lavoro e dell'opera di questi artisti, fa comprendere anche al più profano qualcosa in più sulla cultura giapponese e sulla nostra tendenza a occidentalizzare certe storie.

Per chi non lo sapesse, La tomba delle lucciole è tratto da un racconto, semiautobiografico di Akiyuki Nosaka ed è un film straziante e neorealista su due fratelli rimasti orfani di madre e di padre durante la seconda guerra mondiale. La storia è narrata dal ragazzino, Seita, ormai morto, che si prende cura come può della sorellina, la dolce Setsuko, che finisce per morire di fame.

Quella a cura di Cannarsi è un'edizione totalmente nuova perché il precedente doppiaggio risale a vent'anni fa e, come lui ci ha detto, "Si trattava di un'edizione confezionata per l'homevideo in altri tempi, dove la tipica lettura che un italiano darebbe dell'originale era passata attraverso gli occhi degli adattatori: era molto più piagnucolosa e patetica, sia nel testo che nella recitazione, era molto più una favola strappalacrime, cosa che il film non è, visto che proprio nella sua "sgomentante asciuttezza" ha il suo punto di maggiore forza.



Sulla storia del film e della sua importanza, Gualtiero Cannarsi ci ha detto:

"E' un film che può considerarsi un caposaldo dell'animazione giapponese e mondiale perché quando venne realizzato l'animazione che si produceva in Giappone era di genere fantascientifico e di stampo molto occidentalista. Andavano per la maggiore queste opere coi robot, piene di fascinazione hollywoodiana. In quel periodo c'era un autore, Miyazaki Hayao, che da 20 anni voleva fare un film a cui teneva molto, ambientato nel Giappone degli anni Cinquanta e nessuno voleva produrglielo. Quello che è ancora il suo produttore, Suzuki Toshio, ebbe l'idea geniale di promuovere la produzione di due film insieme. Come a dire: se nessuno vuole farlo meglio farne due, anche a costo di andare sopra le righe, se devi andare controcorrente è meglio farlo con una portaerei che con una canoa. Si rivolse allora a questa grossa casa editrice giapponese che voleva entrare nel mercato dell'animazione che era in pieno boom e chiese di trarre un film animato tratto da quel capolavoro della letteratura che avevano stampato, affidato a un regista molto acclamato, intellettuale, riconosciuto per il contenuto delle sue opere animate, che era famoso anche per aver diretto la serie animata di “Heidi, la bambina delle Alpi”, un'opera spartiacque in Giappone. Così La tomba delle lucciole e Totoro in Giappone sono usciti insieme, in proiezione abbinata e in ordine casuale. Lo slogan congiunto con cui vennero presentati era: “siamo venuti a portarvi qualcosa di dimenticato". La sfida era quella di portare con l'animazione giapponese il Giappone al cinema. Una cosa ai tempi impensabile, che fece epoca. Anche se riuscirono a rifarsi solo della metà dei costi di produzione, col tempo avrebbero ottenuto il giusto riconoscimento e sarebbero diventate opere molto amate. Totoro, dedicato ai bambini, sarebbe stato amato moltissimo da loro e avrebbe fatturato molto con il merchandising, La tomba delle lucciole avrebbe invece visto riconosciuto il suo valore culturale: per molti anni, ogni anno veniva proiettato nelle scuole giapponesi.

Vedendo il film, molto crudo e realistico, colpisce, al di là della guerra, la cattiveria della gente nei confronti di questi bambini soli. Sembra quasi un'opera di denuncia. E' così?

E' una domanda molto interessante, di cui ti ringrazio e a cui non sarà facile rispondere in breve. Noi siamo italiani e la verità secondo me - e io stesso me ne sono accorto dopo molti anni - è che la mia generazione ha avuto un'idea edulcorata del Giappone per averlo conosciuto dai cartoni animati, che in genere non sono né intendono essere realistici. Takahata Isao è un regista che ha definito l'animazione uno “pseudo surrealismo”. Se noi vediamo una bambina che muore di stenti non è una bambina ma il disegno di una bambina che muore di stenti. So che fa un po' Magritte ma è vero. Per quanto realistico sia è comunque una rappresentazione della realtà. Lui ha amato l'animazione come mezzo espressivo proprio perché si è innamorato di questa potenzialità. Era dichiaratamente un appassionato del cinema neorealista ma io trovo difficile quando vedo certi film del genere italiani non avvertire un certo compiacimento dell'uomo dietro la macchina da presa, cosa che in lui è totalmente assente. E' come se ci fosse una purezza dell'espressione per cui anche il realismo più crudo è purificato da questo surrealismo e diventa una forma di delicatezza. La cosa più interessante di questo film è che lui non l'ha messo in scena come un'opera di denuncia della guerra, ha ripetuto più volte ai tempi che per lui era un film squisitamente dedicato all'analisi della condotta del protagonista.

Takahata Isao la guerra l'ha vissuta quando aveva 8 anni, nel 1945, le pagine più drammatiche del conflitto per il Giappone. Un bambino di 8 anni si ricorda queste cose perché è arrivato alla concettualizzazione del tempo e della morte. Lui si è reso conto leggendo il racconto originale che il comportamento del protagonista era del tutto anomalo per la sua generazione. Ha detto: “quando eravamo piccoli in guerra non esisteva il concetto di rifiutare la realtà perché si doveva sopravvivere, e quindi accettavi tutto”, mentre invece questo ragazzino secondo lui si comporta come avrebbe fatto uno degli anni 80 in guerra. Seita, non riuscendo a convivere con le asperità in un momento di difficoltà, fugge, si rifugia in una grotta a giocare alla famiglia con la sorellina e così facendo la condanna. Takahata parlando con l'autore e con lo staff si rese conto che tutti quelli che avevano la sua età consideravano Seita colpevole mentre quelli più giovani lo consideravano una vittima. Lui ha detto di aver fatto questo film ponendosi una semplice domanda: “ma questo ragazzo cosa ha combinato, come si è comportato, che gli è venuto in mente?”. E lo ha fatto per far vedere alle generazioni figlie del benessere, nell'88, e dimostrare a tutti questi Seita cosa avrebbe comportato essere come sono, in un momento di crisi reale. La responsabilità degli atti umani è qualcosa che nel benessere sfuma. Spesso anche oggi quello che i giovani intendono con la parola libertà è il concetto di impunità, ma la libertà non esula dalla responsabilità dei propri atti.

Dunque i personaggi con cui Seita e la sorellina hanno a che fare non sono cattivi?

Vedendo la pellicola in originale e spero anche in italiano, con l'edizione molto fedele che ci siamo sforzati di realizzare, non percepisco questa cattiveria, mi viene piuttosto da pensare che questa percezione sia il frutto di una lettura di stampo pietistico cristiano. Ma la cultura giapponese è una cultura pagana, non c'è un aldilà né una promessa di ricompensa per le anime pie, penso semplicemente che sia il mondo dei vivi. L'unica persona che vedo “cattiva” nel film è il protagonista, l'unico che con i suoi atti condanna a morte la sorella. Noi siamo nati nel benessere e nella pace, non siamo in grado di immaginare la psiche che l'uomo assume quando il rischio di morte è reale e quotidiano. Per me i buoni e i cattivi ci sono solo nei film Disney.

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  • Saggista traduttrice e critico cinematografico
  • Autrice di Ciak si trema - Guida al cinema horror e Friedkin - Il brivido dell'ambiguità
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