La Stanza delle Meraviglie: la nostra intervista esclusiva al regista Todd Haynes

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La Stanza delle Meraviglie: la nostra intervista esclusiva al regista Todd Haynes

Dopo l'enorme successo di critica di Carol, che ha ottenuto ben sette candidature agli Oscar, il poliedrico Todd Haynes torna al cinema con un film tratto dal romanzo di Brian Selznick.
La storia de La stanza delle meraviglie inizia negli anni 20 per concludersi cinquant'anni dopo, e ha come teatro principale New York. E proprio nella Grande Mela abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Haynes, il qualche ci ha presentato il suo nuovo, emozionante lungometraggio (nei cinema italiani dal 14 giugno 2018):

Cosa si aspetta da La stanza delle meraviglie a livello di risposta del pubblico?

Spero che il film possa raggiungere un tipo di spettatori differente da quello che ho avuto in passato, mi piacerebbe fosse visto anche da bambini e famiglie.
La stanza delle meraviglie ha un lato artistico, strano, sensibile che penso possa essere amato dal pubblico più giovane: quando lo abbiamo mostrato ai più piccoli durante le varie fasi del montaggio hanno risposto in maniera molto positiva, questo mi ha regalato molta fiducia perché mi fido ciecamente della capacità dei bambini di apprezzare ciò che è un po' diverso, magari leggermente assurdo.

Perché ha scelto di portare al cinema il romanzo di Brian Selznick?

La trama è certamente importante ma per me conta soprattutto il modo in cui viene raccontata, io cerco di evidenziare sempre il fatto che tutti noi incontriamo delle difficoltà, dobbiamo fare delle scelte e capire chi siamo nel mondo che ci circonda, un contesto che spesso non ci aiuta, tutt’altro. Molti dei miei film non si basano su storie felici o che forniscono troppe risposte, e non credo che tutte le storie più belle debbano diventare dei film, per cui la domanda principale per me è: perché dovrebbe diventare un lungometraggio?

Sia nel precedente Carol che in questo film New York sembra essere vista con occhio vagamente pessimistico...

Non sono d'accordo riguardo quella che lei definisce una visione pessimista, ma è vero che mi piace mostrare epoche e società che in superficie sembrano qualcosa ma nel profondo si rivelano tutt'altro.
La New York degli anni 50 di Carol era un posto elegante e apparentemente emancipato ma nel profondo rappresentava il vero ostacolo all'amore tra le due protagoniste.
Le due epoche in cui è ambientato La stanza delle meraviglie funzionano allo stesso modo: la New York degli anni 20 è quella dello sfarzo e del boom economico ma rappresenta anche una società in cui i sordi non avevano la possibilità di esprimersi pienamente perché il linguaggio dei segni non aveva ancora preso piede, mentre la città sull'orlo della bancarotta degli anni 70 è invece un terreno fertile e propositivo, dove i due protagonisti possono comunicare con gli altri e sentirsi parte di un tessuto umano vivo, partecipe. Alla fine penso sia esattamente il contrario, c'è una enorme speranza ne La stanza delle meraviglie.

Come si è trovato a collaborare con una realtà ormai consolidata quale Amazon?

Amazon si sta sforzando enormemente per mantenere l'esperienza cinematografica al centro del progetto, come primo veicolo di lancio per il film. E ciò merita ammirazione, perché ormai sappiamo bene che il pubblico guarda i film principalmente a casa invece che al cinema.
La cosa sorprendente è che non stanno producendo film per fare soldi, possono permettersi di lavorare con cineasti come me o Kenneth Lonergan ad esempio e sviluppare progetti di qualità.
L'aspetto artistico di di questo tipo di lungometraggi viene prima di quello commerciale, è un fatto davvero strano nell'industria cinematografica di oggi.

È stato felice di tornare a girare con Julianne Moore?

Ho avuto la fortuna di lavorare con molte attrici di enorme talento e Julianne è senza dubbio una delle più grandi. Ogni volta che la vedo recitare, che sia stato io a dirigerla o meno, riesce a sorprendermi. E' una di quelle interpreti che non mostra tutto di un personaggio, lascia sempre qualcosa di trattenuto, di non svelato, il che ti attrae maggiormente dentro la storia.
Quando penso a un film, soprattutto quando inizio a scrivere, mi impongo di non pensare ad alcun attore. Eppure il personaggio principale di Lontano dal paradiso l'ho scritto apposta per Julianne. Ecco quanto è grande lei per me.

La stanza delle meraviglie ha un lavoro sul montaggio piuttosto complesso. Può parlarcene?

Nel primo montaggio del film i salti temporali tra le due epoche erano molto più numerosi, ci siamo lasciati prendere dall'entusiasmo nell'evidenziare a livello cinematografico le connessioni emotive e visive tra i personaggi. Quando però abbiamo mostrato il primo montato al pubblico per i primi test ci siamo accorti che avevano qualche difficoltà a rimanere emotivamente connessi alla storia, quindi siamo dovuti tornare al montaggio e renderlo più semplice e fluido.

La rappresentazione degli anni 20 nel suo film è davvero portentosa. Come l'ha curata?

Per me l'era del muto, quella in cui è ambientato La stanza delle meraviglie, è stata per il cinema il momento di maggiore innovazione. Molti Paesi avevano una loro cinematografia ben specifica, con uno stile preciso e innovativo, e tante storie venivano raccontate per la prima volta. La gente entrava in sala con un senso di meraviglia e voglia di essere stupiti che oggi non esiste più. Era uno dei miei sogni più grandi realizzare un film muto, ma non mi son accorto che ci ero riuscito finché non ho visto il montaggio finale, perché anche nella parte ambientata negli anni '70 dopo che Jamie diventa sordo passa circa un'ora prima che inizi a parlare con il suo nuovo amico.
In questa parte la musica ha ovviamente un ruolo fondamentale, e pensare che nello script solo l'ambientazione più lontana era stata pensata con una colonna sonora.

Cosa serve per diventare un autore a tutto tondo come Todd Haynes?

Penso che la parola autore implichi lo sviluppo di uno stile personale e riconoscibile di regia protratto nel tempo, a prescindere da chi abbia scritto la sceneggiatura del film. Fin dai primi film credo di aver sviluppato più delle aree tematiche che mi interessava raccontare, senza badare troppo a trovare uno stile filmico che mi definisse.
Il mio primo film di successo Safe è esteticamente diverso dal successivo Velvet Goldmine, eppure affrontano discorsi affini tra loro, come l'identità del singolo che si frammenta sempre più a contatto con un ambiente indefinibile.
I miei film sono stati stranamente capaci di sviluppare un loro seguito di fan indipendentemente dagli altri, soprattutto Velvet Goldmine e Io non sono qui. Allo stesso modo Carol è amato da un tipo di pubblico completamente diverso dagli altri. Questo mi gratifica, forse solletica la mia vanità, il pensiero di essere un cineasta poliedrico, che non si ripete.

È un caso che la sua filmografia sia interamente composta da film in costume?

A parte il fatto che amo l'eleganza del passato non troppo lontano, i suoi tessuti e le manifatture, mi piace fare ricerche continue sulle diverse e poche. Sento in qualche modo che sto continuando a imparare molto sulla storia del cinema.
Tutti i film rappresentano una cornice che troppo spesso viene dimenticata, si vuole renderla invisibile cercando ad esempio di spacciare un film per qualcosa che racconta fatti reali o con naturalismo. Per me invece riaffermare la forza di quella cornice è molto importante, può mostrare la differenza tra passato e presente, e far capire come il primo possa aiutare a decifrare meglio il secondo.



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