"La sfida è trasformare i propri demoni in creatività": Ethan Hawke si racconta a Locarno

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"La sfida è trasformare i propri demoni in creatività": Ethan Hawke si racconta a Locarno

“Non esiste la magia in arte, se non per pochi geni, ma solo il duro lavoro e l’applicazione”. Ethan Hawke ha suggellato la sua visita al Locarno Festival 2018 ricevendo l’Excellence Award e raccontandosi per oltre un’ora al pubblico ticinese nel corso di un incontro in cui non è volata una mosca, in cui si è donato con passione e generosità rara, confermando la sua statura di attore, ma anche di intellettuale, scrittore e ora sempre di più anche regista.

Peccato che il suo ultimo film, Blaze, di cui parleremo meglio in separata sede, non esca in Italia, almeno per ora, non avendo ancora trovato una distribuzione. Presentato al Sundance Film Festival, dove ha vinto il premio come miglior attore per l’ottimo protagonista, il cantante ed esordiente alla recitazione Ben Dickey. È un omaggio, più che un biopic tradizionale, a un nome non troppo noto o famoso del blues del sud degli Stati Uniti, al country in versione texana, noto anche con lo splendido nomignolo di front porch music.

Ethan Hawke lo ha scelto proprio per la sua apparente perifericità, cercando di raccontare un altro sud degli Stati Uniti. Come ha detto, “l’America è cosi enorme che non sembra un Paese solo e l’identità del sud è separata da quella del nord. Io vengo da Austin, Texas, che ha una tradizione liberal, di libertari, uomini liberi. Volevo raccontare un’alternativa storia dell’America, far sventolare la bandiera bohemien, senza la negatività sul sud che si trova nella stampa. È un posto in cui si trovano persone fantastiche, artisti alternativi come Willie Nelson, una specie di nume tutelare del film, che conobbe Blaze Foley. La chiave che ho voluto dare al racconto, che si sviluppa in tre momenti della sua breve vita, prima di venire ucciso a quarant’anni, è lontana dal biopic tradizionale. Sono partito dal libro biografico di una sua fidanzata, l’attrice Sybil Rosen, raccontando la loro storia d’amore, in una casa sugli alberi, suonando, cantando, facendo l’amore”.

Per Hawke la musica ha la forza di una capsula che viaggia nel tempo, la classica come la country o la pop, “dipende da come raccontiamo le nostre storie, ma nel corso degli anni le canzoni possono variare di senso, accompagnando momenti cruciali della nostra vita, a cui diventano legati indissolubilmente. Alla sera in cui ci siamo innamorati o al momento in cui abbiamo tenuto la mano di nostra madre in ospedale. Il genere di Blaze l’abbiamo chiamato country western opera”. Parlando di musica, ha ammesso come “da giovane pensavo che avrei fatto tutto, mi dicevo ‘scrivi un romanzo, che aspetti’, invecchiando invece, dopo aver lavorato conoscendo musicisti straordinari, mi sto convincendo di non voler più scrivere musica. All’epoca avevo la sicurezza dell’ignorante senza educazione che mi spingeva. Anche uscendo da film di registi come Spike Lee o Martin Scorsese ti rendi conto di aver imparato qualcosa sulla musica”.

Come artista la sfida è di trasformare i propri demoni personali in creatività. “Si tratta dell’essenza di quello che tutti noi cerchiamo di fare, ma come? Penso ci si debba aprire, concedersi, anche se è la cosa più difficile, ma lasciarsi andare alla propria vulnerabilità rende più forti. Il grande regista è quello che riesce a dare potere a chi lavora con lui. Un genio come Mandela face uscire il meglio nelle altre persone, non solo nei suoi amici, ma in tutta la nazione, anche quella che gli era ostile. Lo stesso deve fare un bravo leader di una band. Come regista cerco di creare di situazioni in cui mi troverei a mio agio come attore. Non amo dirigermi, non credo sia possibile superare il trauma di onnipotenza narcisistica dovuto al dover fare le due cose insieme e decidere in quali inquadrature sei migliore. Tanti ci riescono alla grande, io non sono in grado. Ho pensato per un momento di interpretare un ruolo in Blaze, per aiutare a finanziare e vendere il film, ma ho seguito il consiglio di mia moglie, anche produttrice, che mi ha detto che non dovevo aver paura di darmi totalmente all’esperienza di regista. Mi ricordo quanto era incavolato quando Ben Stiller, in Giovani, carini e disoccupati, dover aver recitato in qualche scena con me, andava dietro al monitor come regista. Pensavo: non sceglierà certo l’inquadratura in cui sono io al massimo, ma quella migliore per lui”.

Riguardo alla notizia che reciterà nel prossimo film del giapponese Hirokazu Kore-eda, La Verité, al fianco di Juliette Binoche e Catherine Deneuve, ha così raccontato: “Viviamo in un mondo meraviglioso, in cui succede sempre più spesso, nel cinema internazionale, di vedere film di tutto il mondo. Mi ha chiamato questo grande regista, dicendomi che era interessato a me. La cosa che mi ha un po’ inquietato, però, è che nella sceneggiatura c’era scritto ‘Ethan Hawke scende dall’aereo, Ethan Hawke cammina per strada’. Gli ho chiesto perché proprio il mio nome, mi ha risposto che non conosceva molti americani, ma ama molto i miei film [ride]. Lavoreremo insieme, perché ha detto che cambierà il nome al mio personaggio. Ci vedo molte similitudini con il cinema di Richard Linklater, lo stesso amore per i personaggi, i ragazzi, e la stessa umanità. La parte scritta per Catherine Deneuve è meravigliosa, voglio essere sul set quando la girerà”.

Sul sempre più acceso dibattito riguardo alla parità fra i generi al cinema, ha detto che “per Julie Delpy, che voleva come me scrivere e dirigere film, è stata molto più difficile dopo Prima dell’alba. Credo che la chiave sia per le donne continuare a scrivere e proporre storie, perché la loro voce sarà sempre più ascoltata, le cose cambieranno sempre di più, già nel corso della mia vita è successo. Per la trilogia di Before, credo che la chiave per toccare così tante persone, uomini e donne, sia stata il fatto che ci abbiamo lavorato tanto anche io e Julie, altre a Richard Linklater, che ha incoraggiato il maschile e il femminile, mentre di solito le commedie romantiche sono scritte da uomini o da donne, il che dà la sensazione agli spettatori di uno dei due generi di sentirsi manipolato. Julie direbbe che funziona per il suo essere una giustapposizione fra un’europea creativa e uno zuccone americano. Ricordo che dopo un mese che eravamo chiusi in un appartamento a Vienna a scrivere Prima dell’alba, a un certo punto Julie ha sbottato dicendo: è noiosa questa cosa che stiamo scrivendo, dobbiamo metterci delle battute, qualcosa. Al che Rick ha risposto che a lui lei sembrava incredibilmente interessante da un mese, e che sarebbe stato un cretino se non l’avesse resa tale al pubblico per due ore.”

“Sono scioccato da quante persone siano state coinvolte da Boyhood”, ha poi aggiunto l’attore e regista texano. “Era partita come la scommessa di girare qualche giorno all’anno per dodici anni un piccolo film. Ricordo che Rick discuteva di come la letteratura potesse raccontare splendidamente la crescita, tutta la vita, mentre il cinema non può, impossibilito a simulare l’invecchiamento degli attori. Allora abbiamo provato a fare questa cosa splendida, folle e anche illegale, perché non puoi firmare un contratto per più di sette anni, per cui non ci sono stati contratti, ma solo strette di mano. Ogni anno salutavi gli altri e dicevi ‘speriamo di vederci l’anno prossimo’. Un paio di volte i ragazzi, ormai adolescenti, avevano borbottato incerti se tornare, ma lentamente è diventata qualcosa di cui tutti noi ci siamo innamorati. I film ci impongono di essere sempre più belli, interessanti e favolosi, ma la vita lo è in ogni secondo, anche la sofferenza. Il fatto che la gente lo abbia amato significa molto. 

“Più persone uccidi più guadagni in un film” - Ethan Hawke

foto @LocarnoFestival




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