Interviste Cinema

La sedia della felicità: o della testimonianza della leggerezza di Carlo Mazzacurati

Presentato a Roma l'ultimo film del regista padovano

La sedia della felicità: o della testimonianza della leggerezza di Carlo Mazzacurati

Non c’era affatto un’atmosfera luttuosa, o mortifera, alla conferenza stampa nella quale è stato presentato, a Roma, La sedia della felicità, l’ultimo film diretto da Carlo Mazzacurati prima della sua morte, avvenuta lo scorso 22 gennaio.
Anzi, tutto il contrario.
La proiezione del film e l’incontro che è seguito con i suoi attori, i suoi sceneggiatori e i suoi produttori, sono state una sorta di compassata festa nella quale si sono festeggiati la leggerezza, l’ironia e il gusto per la vita del regista.
L’ha detto Piera Detassis, direttrice di Ciak eccezionalmente chiamata a moderare la conferenza stampa: “Io vorrei solo ringraziare Carlo Mazzacurati per questo film, perché ci ha lasciato la testimonianza della leggerezza.” Ed è vero, perché di tutti i film diretti in carriera dal veneto, La sedia della felicità è quello più lieve e sorridente. “Mi fa piacere che ci sia questo film, al quale Carlo teneva tantissimo,” ha detto la moglie del regista, Marina, presente in sala con la figlia Emilia. “Questo non è un ricordo di Carlo, non è un’opera postuma come ha erroneamente scritto qualcuno, ma è semplicemente qualcosa di bello che sia tra noi.”

“Non è vero neanche che Carlo non stesse bene sul set”, esordisce Valerio Mastandrea, come sempre ottimo protagonista nei panni dello squattrinato tatuatore Dino, coinvolto dalla sua vicina di negozio, l’altrettanto indebitata estetista Bruna, nella ricerca di un tesoro nascosto in una fantomatica sedia. “Io, rispetto a questa esperienza, ricordo sono un grande entusiasmo: e tutti noi non ci siamo mai accorti della sua malattia, che non è mai stata un peso o un intralcio al lavoro, come credo in quei giorni non se ne sia accorto nemmeno lui. Avrei voluto lavorare con Carlo molto tempo prima: per lui evidentemente non era così,” aggiunge con ironia l’attore romano, che in Dino ha detto di vedere il completamento di un percorso di personaggi cominciato con lo Stefano Nardini di Non pensarci, “ma nonostante questo tutto il lavoro fatto assieme per La sedia della felicità mi è bastato per sapere quanto mi mancherà, come uomo e come uomo di cinema.”

Giuseppe Battiston, che nel film interpreta il ruolo di un prete che è anche lui alla caccia del tesoro nascosto, racconta un aneddoto per far capire lo spirito che aleggiava attorno alla produzione del film: “Penso tutti avrete notato la ricchezza del cast di questo film, popolato dalla partecipazione di tutte le persone che lui sentiva vicine e che a lui tenevano di più: Antonio Albanese, Silvio Orlando, Roberto Citran e molti altri. Prima delle riprese Carlo lui mi raccontava proprio di tutti coloro che voleva coinvolgere e io gli chiedevo sempre ‘ma ce la farai a radunarli?’. La sua risposta era ‘ma certo, chi vuoi che dica di no a un povero malato?’. Ecco,” conclude Battiston, “questo penso dica molto di chi era Carlo, di che spirito aveva, e di quanto ci mancherà la sua leggerezza.”

“Di Carlo ho dei ricordi personali molto belli, che preferirei tenere per me,” ha detto invece la protagonista femminile Isabella Ragonese. “In questo film si ride, ma non per dimenticare qualcosa: si ride perché la sua ironia è un punto di vista sul mondo, è quella giusta distanza cui lui faceva spesso riferimento come prospettiva necessaria per guardare le cose. Sul set attraverso la passione superavamo ogni difficoltà. Il mio è un ricordo col sorriso, senza malinconia.”

Sbaglierebbe, però, chi pensasse che tutta la leggerezza de La sedia della felicità sia nata nel regista come una voglia di riscatto al male che poi l’ha ucciso. “Ho scritto quattro film con Carlo, e il desiderio di leggerezza qui espresso viene da molto lontano, è precedente alla sua malattia,” ha spiegato infatti la sceneggiatrice Doriana Leondeff. “Se è cambiato qualcosa, dopo la diagnosi, è stato che il nostro lavoro ha guadagnato in termini di lucidità e di buon umore: perché abbiamo sgombrato il tavolo da tutto ciò che era inutile, e siamo andati al cuore allegro delle cose. E anche il cambio di titolo è andato in questa direzione A suggerire quello attuale è stato il figlio del nostro montatore, che non amava il precedente La regina delle nevi. L’idea che il titolo del suo film l’avesse trovato un bambino, riempiva Carlo riempiva di gioia.”

Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’altro sceneggiatore, Marco Pettenello, che di Mazzacurati era anche nipote: “Questo non è il film di una persona che sapeva di stare girando l’ultimo della sua vita; ma di certo è il film di uno che sapeva di essere vicino alla fine. Carlo si era messo nell’ottica di vedere che dentro questo mondo derelitto, il mondo che ha raccontato in tanti altri film, c’e ancora vita, amore, rabbia: ci sono gli elementi per fare una storia da poter raccontare ad un bambino. E non a caso i nostri riferimenti principali sono stati film d’animazione, come Kiki – Consegne a domicilio o Fantastic Mr. Fox”. Pettenello spiega poi che nel film ci sono anche molti riferimenti ad un tono surreale come quello raccontato da Zavattini e De Sica in certe fasi della loro carriera: “Negli ultimi anni Carlo era solito guardare meno cinema europeo, e si stava appassionando al mondo del cinema americano eccentrico dei Coen o di Wes Anderson. Questo poi si è trasmesso nel suo cinema: non aveva più paura del cinema artefatto, di allontanarsi dal reale. E se nelle sue commedie precedenti ad un certo punto calava il registro malinconico, ma qui no: abbiamo voluto essere spensierati fino alla fine. Ed è bello che il cammino di Carlo nel suo mestiere finisca così.”

Anche il produttore Angelo Barbagallo ritiene che La sedia della felicità sia un film in grado di raccontare forse meglio di altri l’uomo Mazzacurati: “Io penso che questo sia il film che lo rappresenti di più: perché il suo tono era questo, se andavi a cena con lui. Una delle cose di questo film alle quali Carlo teneva di più è l’orso,” prosegue il produttore facendo riferimento ad un vero e proprio personaggio che appare in due momenti centrali del film. Ha insistito moltissimo per averlo, anche se io non avevo mai capito bene a cosa servisse, cosa fosse, nella sua presenza surreale. Poi ho capito che l’orso era lui, era Carlo.”




  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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