Interviste Cinema

La parte degli angeli - Ken Loach a Roma: faccia a faccia con il regista

Il più impegnato dei registi nel raccontare la deriva della società moderna, racconta di sé, del suo nuovo film e torna sul rifiuto al Premio Gran Torino.

La parte degli angeli -  Ken Loach a Roma: faccia a faccia con il regista

Prima di proseguire per Torino dove incontrerà quei lavoratori del Museo Nazionale del Cinema (che gestisce e organizza il Torino Film Festival) con cui è stato così solidale da rifiutare il premio personale che Gianni Amelio gli avrebbe voluto assegnare, Ken Loach fa tappa a Roma per la promozione de La parte degli angeli, nelle sale dal 13 dicembre. Presentato e premiato a Cannes, il film mette fuoco ancora una volta la disoccupazione giovanile in Gran Bretagna, ma con un approccio più leggero e ottimista rispetto all'abituale filmografia del regista. “Quando avevo vent’anni, la stessa età dei ragazzi protagonisti della storia, ero fiducioso perché quelli erano tempi in cui il vento portava ottimismo” spiega Loach durante l’intervista. “A cavallo tra gli anni 50 e 60 la gente lavorava per la collettività, le persone avevano affrontato il periodo della guerra insieme ed insieme avevano ricostruito la pace, ci si aiutava gli uni con gli altri”. Creando il parallelo con i tempi attuali in cui l’umore generale è tutt’altro che ottimistico, Loach non dubita che ora “siamo in competizione tra noi, non c’è collaborazione, si lavora per la propria sopravvivenza perché le società sono al collasso”. L’autore di film come Riff Raff e Sweet Sixteen si dimostra comunque speranzoso. “Il pessimismo finirà quando ci ricorderemo che tutto ciò che ci ha portato allo stato attuale di depressione economica non è un atto divino o di Madre Natura. È l’uomo il solo responsabile. Possiamo cambiare la nostra sorte, bisogna trovare l’energia per farlo”.

Quello di Ken Loach non è un cinema che sgomita per i primi posti al box office. Riguardo a quei titoli di largo impatto sul pubblico questo signore inglese figlio della classe operaia si dimostra, come previsto, indifferente. “Non sono un amante dei film che manipolano le emozioni, con le grandi star di Hollywood, in cui spesso la colonna sonora è fatta da chi sgranocchia popcorn nella fila davanti. Sono cresciuto apprezzando i film italiani e quelli dell’Europa dell’Est e le storie che mi interessa realizzare o vedere sono quelle con l’elemento umano, storie di e tra persone vere”. Un’affermazione questa che spiega bene come Loach scelga i suoi attori, spesso esordienti pescati per strada con cui evidentemente si è instaurato un legame umano, non artistico. Così è successo per il protagonista de La parte degli angeli, Paul Brannigan, giovane disoccupato e con una storia personale molto vicina a quella del suo personaggio. Nel film il ragazzo scopre di avere il palato fino per il whiskey. Sollecitato sul suo personale gusto nei confronti dei distillati, il regista risponde che “posso reggere un fusto di whiskey. Se è di buona qualità, ovviamente. Ma ad essere sincero preferisco il vino”.

Sulla questione torinese, in cui alcuni lavoratori delle aree di pulizia e security del Museo Nazionale del Cinema hanno dichiarato di essere sottopagati, mentre altri ritengono di essere stati licenziati ingiustamente, Loach ribadisce quanto detto in precedenza. “Il datore di lavoro principale”, dunque il Museo “non può sottrarsi alle responsabilità e non avere opinioni al riguardo solo perché i lavoratori sono assunti da società terze che hanno in gestione quelle mansioni”. “Non c’è stato nessun equivoco con il Museo, i loro principi sono diversi dai miei e finché fossero rimasti tali non avrei potuto ritirare il premio. Peccato. Ed è stato triste sentirmi dire parole come megalomane, perché rende ridicolo chi le ha pronunciate”. Il direttore del Festival Gianni Amelio l’aveva apostrofato così.





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